La giornata parlamentare – 14 settembre

La giornata parlamentare – 14 settembre

In Aula della Camera c’è il voto finale sul decreto millproroghe

Dopo che nella giornata di ieri, con 329 voti a favore e 220 contrari, la Camera ha votato la questione di fiducia posta dal Governo sull’approvazione del decreto mille proroghe, l’aula di Montecitorio tornare a riunirsi alle 10 per le votazioni dei 160 ordini del giorno presentanti e la cui illustrazione, grazie all’ostruzionismo del Partito Democratico, è proseguita sino alla tarda notte di ieri. Al termine sono previste le dichiarazioni di voto e il voto finale sul provvedimento. Una volta varato, il decreto tornerà al Senato per la sua approvazione definitiva che dovrà avvenire entro e non oltre il 23 settembre.

Renzi e Martina sfidano i gialloverdi in Piazza del popolo

Matteo Renzi li ha chiamati “cialtroni”, per Maurizio Martina sono dei “bari”: la sostanza però non cambia. L’ex segretario e l’attuale sono pronti a sfidare il governo targato Lega e Movimento 5 Stelle. Dopo il forte ostruzionismo sul decreto mille proroghe, sarà Piazza del popolo il teatro della grande manifestazione del Partito Democratico prevista per il 30 settembre. la stessa piazza riempita dai Cinque Stelle nell’ultimo comizio prima del voto del 4 marzo. Le scommesse sulle presenze sono già cominciate, con i pentastellati che prevedono “pochi intimi”. Contro il Governo, si schiera in prima linea Matteo Renzi che ribadisce la sua presenza; ci saranno anche le altre aree del partito nella prima prova di unità del Pd. “Dite no al Governo dei bari. Tutti in piazza fianco a fianco” è il grido di battaglia del segretario Maurizio Martina che sembra raccogliere l’invito di Renzi a “farsi sentire”.

Moscovici: l’Italia è un problema per l’eurozona

“L’Italia è un problema per l’eurozona”. Il commissario agli Affari europei, Pierre Moscovici, mette fine alla breve tregua tra Bruxelles e Roma sancita delle rassicurazioni del Ministro dell’economia Giovanni Tria a Cernobbio e rimette il nostro Paese nello scomodo ruolo di osservato speciale. L’Italia deve presentare “un bilancio credibile, in termini di numeri ma anche di sforzi strutturali”, ha avvertito Moscovici nel corso di una conferenza stampa a Parigi, ed è nel suo interesse ridurre l’indebitamento perché “non si può vivere con un debito pubblico sopra il 130 per cento”.

Il commissario francese ha messo in guardia il Governo italiano dalla tentazione di superare la soglia del 3% di deficit, perché “sarebbe una bugia pensare che si possa investire di più con un deficit più elevato”, al contrario, “se ciò accade, si finisce con più debito e meno capacità di investire”. E la prova di questo sarebbe la debole crescita italiana, in fondo alla classifica dell’eurozona, e la produzione industriale in crisi, che rappresenta “un enorme problema”.

Poi un messaggio al governo guidato da Movimento 5 Stelle e Lega e, in particolare, al vicepremier Matteo Salvini: “L’Europa non ha mai impedito di realizzare infrastrutture e investimenti, anzi, ha già concesso ampio aiuto in termini di flessibilità”. Infine l’affondo più duro: in Italia “non c’è un Hitler“, ha detto, “ma tanti piccoli Mussolini”.

Parole che hanno scatenato l’immediata reazione dei due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. “Il commissario Ue Moscovici, anziché censurare la sua Francia che respinge gli immigrati a Ventimiglia, ha bombardato la Libia e ha sforato i parametri europei, attacca l’Italia e parla a vanvera di tanti piccoli Mussolini in giro per l’Europa. Si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli Italiani e il loro legittimo governo”, ha attaccato il Ministro dell’interno.

“Nel momento in cui stavamo avendo un rapporto decente” con la Commissione Ue, “c’è un atteggiamento di alcuni Commissari europei che è veramente inaccettabile”, ha tuonato il titolare dello Sviluppo economico e del Lavoro. Dire che in Italia ci sono tanti piccoli Mussolini per Di Maio “dimostra come queste siano persone totalmente scollegate dalla realtà: questo è il governo che ha il più alto consenso in Europa, e veniamo trattati così da una Commissione che probabilmente tra 6-8 mesi non ci sarà più”.

La nuova offensiva da parte del Commissario Ue rischia però di mettere ancor più alle strette il ministro dell’Economia Giovanni Tria, già alle prese con il pressing di Lega e Movimento 5 Stelle in vista della prossima legge di bilancio. I due alleati di governo rivendicano risorse per le loro due grandi promesse elettorali, flat tax da una parte e reddito di cittadinanza dall’altra. Nel suo intervento di domenica al Forum Ambrosetti, Tria ha ipotizzato l’1,6% di deficit come obiettivo dell’esecutivo e spinge in ogni caso per restare sotto il livello del 2%. Di Maio e Salvini, al contrario, vorrebbero andare oltre la soglia.

Mario Draghi bacchetta il Governo. Botta e risposta con Salvini

La Banca Centrale Europea, come atteso dei mercati, non cambia rotta: i tassi d’interesse restano fermi al minimo storico e lo stop al quantitative easing, il piano di acquisti di titoli, è confermato a fine anno. Al contempo per il presidente della Bce Mario Draghi ha bacchettato il Governo italiano: “Abbiamo visto che le parole hanno fatto danni, i tassi sono saliti per le famiglie e le imprese”, ha dichiarato Draghi incalzato dai cronisti.

Salvo poi precisare che c’è ancora spazio per rimediare: “Le parole negli ultimi mesi sono cambiate molte volte, ora stiamo aspettando i fatti. I fatti sono la legge di bilancio e la successiva discussione in Parlamento”. Da questo, chiarisce Draghi, dipenderanno lo spread e i costi per l’economia reale nei prossimi mesi. In serata il vicepremier Matteo Salvini ha risposto al capo della Bce: “Conto che gli Italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia”.

Quello che comunque è certo è che la Banca Centrale Europea manterrà invariati i tassi d’interesse ai minimi storici, con il tasso chiave fermo a zero, quello sui depositi negativo a -0,40% e il tasso marginale allo 0,25%: resteranno al livello attuale almeno fino all’estate del 2019. Settembre è l’ultimo mese in cui la Bce comprerà titoli al ritmo di 30 miliardi di euro al mese, poi nel quarto trimestre dimezzerà le operazioni a 15 miliardi mensili fino a scendere a zero con lo scattare di gennaio.

Draghi ha precisato che servirà ancora “un ampio grado di accomodamento monetario” e per questo Francoforte reinvestirà nel sistema i profitti dai bond maturati nell’ambito del Qe, anche perché la crescita dell’eurozona rimane solida e diffusa, ha spiegato il banchiere centrale, ma rallenta. Gli economisti della Bce tagliano le stime sul Pil rispetto a tre mesi fa: la crescita dovrebbe essere del 2% nel 2018, dell’1,8% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. A giugno l’Eurotower prevedeva un Pil in aumento del 2,1% nel 2018, dell’1,9% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020. Draghi è invece più ottimista sull’inflazione che dovrebbe risalire gradualmente dall’inizio del prossimo anno verso l’obiettivo del 2%. Secondo la Bce, i prezzi aumenteranno dell’1,7% all’anno nel triennio al 2020.

Con chi gli chiede sui rischi per il debito pubblico italiano con la fine del quantitative easing, Draghi taglia corto e ricorda che “il nostro mandato non è garantire che il deficit dei Governi sia finanziato a qualsiasi costo”. Tuttavia, incalzato nella tradizionale conferenza stampa dopo la riunione, l’ex governatore di Bankitalia ha ricordato a Roma il rispetto delle regole europee sui conti pubblici: “Sia il Premier italiano, sia i Ministri delle Finanze e degli Esteri hanno detto tutti che l’Italia rispetterà le regole”, ha dichiarato Draghi, mentre Salvini gli rinfaccia di “criticare e basta”.

 

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