Il Governo tiene sul Mes senza fare passi in avanti, ma IV non ci sta 

Alla fine a palazzo Madama le comunicazioni di Giuseppe Conte sul Consiglio europeo scivolano via senza nessun colpo di scena: non è adesso che si consumerà il braccio di ferro interno alla maggioranza sul Mes. Il premier liquida la risoluzione presentata da +Europa in favore del prestito da 37 miliardi con uno stringato “non è all’ordine del giorno”, tant’è che nella risoluzione di maggioranza l’acronimo di tre lettere che sta a indicare il Meccanismo europeo di stabilità non viene citato nemmeno una volta. Il testo presentato da Pd, M5S, Iv e Leu passa con 157 voti favorevoli e 130 contrari; alla maggioranza assoluta, fissata a quota 161, mancano 4 voti. Non solo: al Senato, come già successo in mattinata alla Camera, i renziani hanno votato la risoluzione di +Europa, spaccando l’asse che sostiene il Governo. La senatrice Emma Bonino ha ringraziato e attaccato Pd e M5S: “Il Mes non è estraneo al pacchetto di cui stiamo parlando. La posizione dell’Italia sul Next generation Eu sarà indebolita e non rafforzata dell’ambiguità della risoluzione di maggioranza. Io penso che il M5S cambierà idea anche sul Mes. Ma se si deciderà tra tre mesi ne pagheremo i costi. Oggi c’è bisogno di liquidità. Questi ritardi sono dovuti alla fragilità della maggioranza e votare questa risoluzione la rafforzerebbe”, assicura. Alla fine la sua risoluzione viene respinta con 259 voti contrari, 21 favorevoli e sei astenuti. 

Tra i sì c’è anche quello del senatore di FI Massimo Mallegni, mentre tra le astensioni, oltre a Pier Ferdinando Casini, figurano gli azzurri Giuseppe FerroGaetano Quagliariello e Paolo Romani. I renziani sono compatti e il voto sul Mes sta a indicare, assicura il leader parlando ai suoi, “grande e totale freddezza” nei confronti di Conte. Non è piaciuto l’atteggiamento del premier su Autostrade (“Si poteva fare prima e meglio”, il commento sprezzante di Teresa Bellanova) né il continuo rimandare lo scioglimento del nodo Mes, come di tutti gli altri sul tavolo. Anche i Dem, pur ribadendo la loro fiducia nel presidente del Consiglio, cominciano a non gradire “tatticismi e scaricabarile” messi in campo negli ultimi giorni e sul Mes, pur votando contro, ribadiscono la linea: “ll Mes non è una bandierina, non può essere utilizzato come strumento tattico per mettere in difficoltà la maggioranza o l’opposizione. Sulle sue condizioni favorevoli per l’Italia non abbiamo cambiato idea” assicura il capogruppo del PD Andrea Marcucci. All’attacco Lega Fdi: “Stiamo discutendo di soldi che forse arriveranno tra un anno, non dico di fare meglio degli altri, ma almeno copiate gli altri Paesi invece di pensare ai monopattini”, tuona Matteo Salvini. “Il Mes è diventato un ricatto e un atto di sottomissione” ribadisce Giorgia Meloni.

Su Autostrade è sempre tensione nella maggioranza e c’è che invoca un rimpasto

Dopo lunghe trattative si è arrivati, all’alba di mercoledì, all’accordo fra il Governo e la famiglia Benetton che prevede da una parte l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nel capitale al 51%, per un primo tempo di tre anni, e dall’altra una revisione complessiva della concessione, dalle tariffe ai risarcimenti; dopo, Autostrade sarà messa sul mercato. Intanto Atlantia, la società dei Benetton, che martedì aveva perso quasi il 15%, ieri festeggia in Borsa e chiude a +26%. Dai partiti, coro di reazioni contrastanti, dal M5S che grida vittoria, con varie modulazioni di tono che vanno da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista, fino a Matteo Salvini che annuncia una mozione e dichiara senza mezzi termini “È una fregatura”. Dunque non una revoca, ma poco ci manca; di fatto, si parla di transazione anche se, come specificano Luigi Di Maio (M5S) e Andrea Orlando (Pd) come avvertimento, la revoca non è affatto esclusa, anzi, per usare le parole del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, “è concretamente sul tavolo se non si finalizzerà l’accordo”. È una vittoria dello Stato che sancisce “il primato dell’interesse pubblico”, commenta il titolare di via XX Settembre che riconosce a Conte di essere stato “determinante” per il passo avanti finale. Ma l’ex capo politico dei Cinquestelle avverte: “Prima servono i risultati. Vogliamo vedere le tariffe autostradali abbassate e investimenti in sicurezza e innovazione”. Lo scopo, precisa, è una migliore qualità della vita dei cittadini. E con questa mossa il M5S cerca di riconquistare la scena politica con i vecchi cavalli di battaglia. 

Dietro le dichiarazioni ottimiste si nascondono tensioni fra Pd e M5S e tra Conte stesso e i grillini, frizioni andate avanti tutta la notte nel Consiglio dei ministri infinito. I nodi sono venuti a galla quando il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, con la prima pagina del Fatto quotidiano sotto braccio, ha fatto notare che continuare a rappresentare che c’è chi è intransigente mentre, al contrario, il Pd è amico dei Benetton, oltre a essere falso, è anche un “gioco inutile e dannoso” per il Governo. Soltanto dopo un fine lavoro di limature portato avanti dal premier Giuseppe Conte gli animi si sono placati, non fino al punto però di escludere un rimpasto di Governo in autunno, ipotesi che fonti dell’esecutivo definiscono “possibile, ma non ancora probabile”. Sul fronte M5S le tensioni tra il premier e l’ala vicina a Di Maio sono esplose quando è divenuto chiaro che ci sarebbe voluto un anno per far scendere i Benetton a quota 10%, ma i malumori sono rientrati solo quando si è stabilito che l’estromissione della famiglia sarebbe stata immediata: “I Benetton non gestiranno più le nostre autostrade. Era il nostro principale obiettivo. E ce l’abbiamo fatta”, chiosa Di Maio. Non a caso ringrazia per primo l’ex ministro dei Trasporti Danilo Toninelli; un tributo d’onore va anche alla ministra Paola De Micheli e al Pd con cui, dice Di Maio, si è lavorato “benissimo”. Altrettanto non sarebbe successo con la Lega, sottolinea poi l’ex vicepremier, che mai avrebbe cacciato i Benetton da Autostrade. Dalle fila di Italia Viva la ministra Teresa Bellanova dice che “si poteva fare meglio e prima” mentre per Ettore Rosato ha vinto “la ragione sulla demagogia” che predicava la revoca. Per la capogruppo dei deputati Fi Mariastella Gelmini si tratta invece di una “resa dei conti” sulla pelle dei Benetton, fatta prima che la Magistratura si pronunci nel merito. 

Manca l’accordo, rinviato il voto sui Presidenti delle Commissioni

Non c’è accordo nella maggioranza sul rinnovo dei presidenti delle Commissioni parlamentari e il voto, previsto per ieri sera, slitta a data da destinarsi. Un rinvio di “una, due settimane”, dicono alcuni, “Se ne parlerà a settembre”, è la versione dei più pessimisti. Non è d’accordo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà che assicura “La partita si sta chiudendo, mancano solo gli ultimi passaggi. Non c’è nulla di che. Non si va a settembre, si chiude a luglio con l’accordo nella maggioranza. È solo un rinvio tecnico per chiudere gli ultimi punti”. Quello che appare certo, in ogni caso, è che l’elezione dei nuovi uffici di presidenza non arriverà prima del voto sul nuovo scostamento di bilancio che il Governo si accinge a chiedere. Troppo risicati i numeri in Senato, è il ragionamento fatto da chi segue il dossier, per rischiare qualche malcontento interno alla maggioranza. Il rischio, in effetti, è dietro l’angolo. Il braccio di ferro, oltre che tra partiti, si consuma, al loro interno, specie nel Pd e nel M5S, tra correnti e diverse anime. 

È a palazzo Madama che la situazione è arrivata dall’impasse. Il M5S non vorrebbe cedere la presidenza della Commissione Lavoro che invece dovrebbe andare a Iv (in pole la senatrice Annamaria Parente). Luigi Di Maio avrebbe poi messo un veto sulla Esteri: almeno una delle due tra Camera e Senato il Ministro vorrebbe tenerla per il M5S, mentre sarebbe nelle mire della senatrice Pd Roberta Pinotti. Ai Dem dovrebbero andare comunque quattro Commissioni, ma è sui nomi e sulla materia che l’accordo è ancora da raggiungere; non gradita la Commissione Agricoltura e qualche attrito si consuma sul nome di Luciano D’Alfonso (PD). A Italia viva dovrebbero andare due Commissioni: Riccardo Nencini resta in pole per l’Istruzione, mentre se non dovesse andare in porto la candidatura di Parente al Lavoro si fanno i nomi di Laura Garavini alle Politiche Ue (che lascerebbe la Difesa) o Mauro Maria Marino alle Finanze. Sette Commissioni resterebbero al M5S. 

Un po’ più chiaro il quadro alla Camera: Luigi Marattin dovrebbe lasciare la Bilancio, che andrebbe al dem Fabio Melilli, per diventare presidente della Finanze. Alla renziana Raffaella Paita dovrebbe andare la Trasporti (anche se non è escluso che Iv ottenga la Giustizia con Lucia Annibali). I dem otterrebbero il Lavoro con Debora Serracchiani, l’Ambiente con Chiara Braga e gli Esteri con Piero Fassino o Lia Quartapelle. Ballano ancora le Attività produttive e la Giustizia contesa a Iv, alla quale potrebbe andare Alfredo Bazoli

L’Aula del Senato

Dopo che ieri il Governo ha posto la questione di fiducia, l’assemblea del Senato tornerà a riunirsi domani alle 9.30 per l’approvazione definitiva del decreto rilancio. Alle 15.00 svolgerà le interrogazioni a risposta immediata.

Le Commissioni del Senato

Per quanto riguarda le Commissioni, l’Industria, con la Lavori Pubblici, proseguirà il ciclo di audizioni nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’intelligenza artificiale. La Politiche dell’UE proseguirà il confronto sulla legge di delegazione europea. 

L’Aula della Camera

L’Assemblea della Camera tornerà a riunirsi alle 9.00 per proseguire il confronto sulle deliberazioni del Cdm in merito alla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali. A seguire esaminerà la proposta di legge per riordinare, semplificare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’assegno unico e universale e le mozioni per il sostegno del settore delle telecomunicazioni e per l’efficienza e la sicurezza delle reti di comunicazione elettronica e la pdl per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori

Le Commissioni della Camera

Per quanto riguarda le Commissioni, la Affari Costituzionali esaminerà la proposta di legge per la revisione della legge elettorale. La commissione Esteri ascolterà il Ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano nell’ambito dell’esame delle proposte di legge per l’istituzione di una Commissione parlamentare per le questioni degli italiani all’estero. La Cultura, con la Trasporti, si confronterà sulla proposta d’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione intenzionale, seriale e massiva di informazioni false. L’Agricoltura esaminerà la pdl per la semplificazione e l’accelerazione dei procedimenti amministrativi nelle materie dell’agricoltura e della pesca nonché di delega al Governo per il riordino e la semplificazione della normativa in materia di pesca e acquacoltura, e la proposta di legge per il controllo della fauna selvatica. Infine la Politiche dell’Ue proseguirà le audizioni sul Programma di lavoro della Commissione per il 2020-Un’Unione più ambiziosa e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nell’anno 2020.

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A cura di Nomos Centro Studi parlamentari

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