La giornata parlamentare – 21 dicembre

La giornata parlamentare – 21 dicembre

La manovra è arrivata in Aula del Senato senza mandato ai relatori

L’aula del Senato tornerà a riunirsi alle 9 per proseguire l’esame del disegno di legge di bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e di bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021. Dopo che mercoledì sera il Governo ha presentato gli emendamenti che recepiscono l’accordo con Bruxelles per evitare la procedura di infrazione per debito eccessivo, nella giornata di ieri la Commissione Bilancio ha concluso l’esame della manovra senza che fosse mai stato messo ai voti nemmeno un emendamento e ha terminato il confronto senza aver conferito il mandato ai relatori in Assemblea: un fatto politicamente molto importante e che non era mai accaduto nella storia Repubblicana.

La legge di bilancio è giunta quindi in aula fra le fortissime polemiche delle opposizioni. Nella notte si è tenuta la discussione generale, che riprenderà questa mattina a partire dalle 9 e fino alle 12.Come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo l’Aula poi passerà all’esame degli articoli della seconda sezione del provvedimento.

In seguito sarà esaminata la prima sezione del testo su cui il Governo ha annunciato l’intenzione di porre la questione di fiducia(passaggio previsto intorno alle 16): sul maxiemendamento la discussione durerà circa quattro ore. Dalle 22 si svolgeranno in un’unica fase le dichiarazioni di voto sulla fiducia e sul complesso della legge. Seguirà la chiama che terminerà, presumibilmente, poco prima della mezzanotte. La manovra passerà poi alla Camera per l’approvazione definitiva: arriverà tra sabato e domenica in Commissione Bilancio e in Assemblea tra il 27 e 28 dicembre.

Di Maio-Salvini blindano misure simbolo per le europee

Blindare il reddito di cittadinanza, rilanciare temi securitari come la legittima difesa o cari all’elettorato al Nord come le Autonomie: ognuno sul proprio binario Luigi Di Maio e Matteo Salvini tentano di lanciare già il post-manovra. Non è un compito facile perché le ore successive all’accordo tra Italia e Ue sono segnate dall’incertezza dei tempi e dei contenuti, con lo spettro dell’esercizio provvisorio ancora non ufficialmente debellato e la prospettiva, poco appetitosa, di lavorare tra Natale e Capodanno. Sulla legge di bilancio i punti di accordo tra M5S e Lega non sono ancora tutti messi nero su bianco: il lavoro sul maxiemendamento procede a singhiozzo e il ritardo, rispetto al calendario previsto sino a qualche giorno fa, è evidente.

Ma su una cosa, tuttavia, i due vicepremier sembrano in sintonia: difendere la manovra e respingere al mittente qualsiasi accusa di essersi genuflessi a Bruxelles. Luigi Di Maio afferma con nettezza di non rinnegare la festa M5S sul balcone di Palazzo Chigi e, poco dopo, arriva a elencare, con tanto di carta e penna, tutte le cose promesse e fatte in manovra: dal reddito di cittadinanza al taglio alle pensioni d’oro, dallo stop all’aumento dell’Iva all’ecobonus. “È solo l’inizio, il 2019 sarà l’anno del cambiamento”, promette il leader M5S che, spiegano fonti di Governo, punta a portare in Parlamento il decreto sul reddito di cittadinanza a inizio anno.

Sabato, all’indomani dell’ok del Senato alla manovra e in contemporanea con la conferenza di fine anno del premier Giuseppe Conte, il M5S porterà in piazza il ddl #spazzacorrotti, misura con cui il Movimento punta a riportare a casa una parte degli scontenti. Ma Di Maio deve lavorare anche su un altro fronte, quello dei possibili transfughi: il pericolo è reale e, al Senato, rischia di mandare all’aria la maggioranza. Non servono, a quanto sembra, le minacce di sanzioni dei probiviri e anche per questo è Di Maio a intervenire in prima persona con una contro-operazione che, da un lato, mira a respingere le sirene di Silvio Berlusconi e dall’altro a mettere sul chi va là chi ha intenzione di uscire. “Ho detto ai miei di fingersi interessati a Berlusconi e di registrare, l’ho detto a tutti i nostri deputati e senatori, avrete qualche scoop”, spiega infatti il vicepremier.

Nella difesa della maggioranza, al momento Di Maio può contare proprio su Matteo Salvini: il leader della Lega non sembra avere alcuna voglia di un ribaltone che riporti FI in maggioranza. Preferisce lo status quo, almeno fino alle prossime tornate elettorali e oggi darà sfogo alle istanze di una buona parte dell’elettorato nel Nord portando il Cdm a un’intesa sulle autonomiedi Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia.

Il PD fra l’opposizione al Governo giallo verde e il congresso

Per qualche giorno il Congresso non è il tema principale nel Partito democratico. Prima c’è da fare opposizione alla manovra del governo Lega-M5S, ma i cannoni interni semplicemente tacciono in trincea, pronti a rifar sentire la loro voce fuori una volta esaurito il dibattito sulla legge di bilancio. Nemmeno le grandi manovre sono del tutto ferme, perché ognuno dei candidati continua a muoversi, chi per recuperare terreno, come Maurizio MartinaFrancesco Boccia e Roberto Giachetti, chi invece per allungare in maniera definitiva la volata verso la segreteria nazionale, cioè Nicola Zingaretti. Il più attivo resta il presidente della Regione Lazio, che approfitta dell’assemblea nazionale di Dems, l’associazione creata dall’ex Guardasigilli Andrea Orlando, per rinforzare l’alleanza con un altro pezzo di ala sinistra del partito.

Il governatore non rinnega, rispedendole al mittente, le accuse di nostalgia dei tempi andati: “Credo che il passato sia una dimensione utile da conoscere, ma non per viverci o tornarci. È una parte fondamentale di una cultura politica, proprio per essere consapevoli del presente, rispetto alle nostre sfide, e per costruire un futuro”. Insomma un modo elegante per dire che nel Pd che immagina non ci saranno personaggio come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani.

Zingaretti, poi, lancia una proposta a tutto il Pd: “Una cosa da fare, subito, già in questo Congresso, è lanciare una petizione popolare per una nuova Europa”. Il suo obiettivo è “avviare l’identità del partito che vogliamo” ma anche rispondere al suo principale sfidante, Maurizio Martina, che in apertura della sua campagna elettorale aveva chiesto di utilizzare i gazebo delle primarie del 3 marzo per raccogliere le firme per un referendum abrogativo del decreto Sicurezza.

L’ex Ministro, che ha deposto le armi per prendere parte ai funerali di Antonio Megalizzi a Trento, dovrà rispondere anche a un altro appello, stavolta di Paolo Gentiloni: nonostante l’appoggio già dichiarato al presidente della Regione Lazio, l’ex premier si augura che “Martina e Zingaretti continueranno a collaborare anche dopo le primarie”.

Chi continua a tenere la linea di distanza dalle faccende interne ai democratici è sempre Matteo Renzi, ormai totalmente dedito alla battaglia politica con Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Anche se Carlo Calenda prova ancora a tirarlo nel dibattito: a chi su Twittergli chiede se sia il caso di ricominciare a parlare con il senatore di Firenze, l’ideatore di Fronte repubblicano risponde senza esitazioni di sì. Un segno di pace, dopo il gelo degli ultimi mesi.

Tav: costi-benefici negativa, ma Toninelli smentisce

La Torino-Lione “non s’ha da fare”. Secondo l’agenzia Bloomberg, che cita fonti vicine ai membri della Commissione voluta da Tonineli, a stabilire che la discussa opera non è economicamente sostenibile sarebbe l’analisi costi-benefici. Una “grossa vittoria per il Movimento 5 Stelle” da sempre contraria alla linea ferroviaria, ricorda l’agenzia, precisando però che la decisione definitiva è attesa più avanti, dopo la valutazione dei costi amministrativi dello stop. Immediata la smentita del ministro dei trasporti Danilo Toninelli che ha invitato alla prudenza; ma ciò nonostante le polemiche politiche non si placano.

“Basta con questa insopportabile manfrina. La mano destra dice una cosa sulla Tav, un minuto dopo la mano sinistra la smentisce. Ora la Commissione, nata in modo non trasparente, sia trasparente e renda noti i risultati. Il governo per una volta sia responsabile e decida politicamente sul futuro della Tav” è la presa di posizione del presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino

Tra le opzioni, in caso di stop, resta quella del referendum:“Aspettiamo una decisione definitiva. Se sarà no, chiederò al Consiglio regionale di fare una legge per indire un referendum consultivo – ha ribadito Chiamparino – in modo che i cittadini si pronuncino. Chiederò al Piemonte di ribellarsi contro questo Governo che vuole metterci nell’angolo”.

 


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