La Giornata Parlamentare del 26 gennaio 2022

La Giornata Parlamentare del 26 gennaio 2022

Al secondo scrutinio per il Quirinale è fumata nera: 527 schede bianche

Seconda giornata di votazioni alla Camera per l’elezione del presidente della Repubblica e seconda fumata nera. Nessuna sorpresa dall’Aula di Montecitorio: nelle mani del presidente Roberto Fico arrivano, una dopo l’altra, una sfilza di schede bianche a testimonianza di un accordo ancora lontano tra le forze politiche. Nel giorno in cui il fronte progressista respinge la terna di nomi proposta dal centrodestra (Pera-Moratti-Nordio), i più votati risultano l’attuale inquilino del Colle Sergio Mattarella e l’ex magistrato Paolo Maddalena, candidato promosso dal gruppo di Alternativa: entrambi raccolgono 39 preferenze, ma a salire rispetto a lunedì è soprattutto il capo dello Stato uscente, che raccoglie 23 voti in più. Invariato il numero di grandi elettori presenti e votanti (976), si abbassa il numero delle schede bianche (527 rispetto alle 672 del primo scrutinio), quello delle nulle (38 rispetto a 49), mentre salgono i voti dispersi che toccano quota 125 (lunedì 88). 

Nel computo generale, alle spalle del duo Mattarella-Maddalena si piazza Renzo Tondo (18), seguito da Roberto Cassinelli (17), Ettore Rosato (14), Umberto Bossi (12), Giancarlo GiorgettiLuigi Manconi e Marta Cartabia (8). Sette preferenze poi per Silvio Berlusconi, una in meno per Pierluigi Bersani. Quattro voti anche per il premier Mario Draghi, tre per la presidente del Senato Maria Elisabetta CasellatiElisabetta Belloni e Francesco Rutelli, due per Giuliano AmatoPier Ferdinando Casini e Giulio Tremonti. Entrano in lista anche Massimo D’AlemaGianni Letta e il magistrato Nino Di Matteo. In attesa del nome giusto, si registra infine una discreta presenza di cantanti (Enrico Ruggeri, Al Bano, Claudio Baglioni) e attori (Nino Frassica e Christian De Sica). Un voto, poi, è andato pure al ct dell’Italia campione d’Europa Roberto Mancini

Oggi il terzo scrutinio per il nuovo Presidente della Repubblica

Dopo il nulla di fatto anche nel secondo scrutinio, oggi a partire dalle 11.00 riprenderanno le votazioni che porteranno, quando sarà, all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. La peculiarità della procedura per l’elezione del nuovo Capo dello Stato non risiede tanto nelle modalità di voto quanto nel corpus elettorale: ai 315 senatori cui si aggiungono i 6 senatori a vita e ai 630 deputati vanno sommati 58 delegati regionali per un totale di 1.009 grandi elettori. La Costituzione prevede che, per essere eletto, il nuovo presidente della Repubblica debba raggiungere nei primi tre scrutini il quorum dei due terzi dei componenti dell’Assemblea (673 voti), mentre dal quarto scrutinio in poi basterà raggiungere la maggioranza assoluta dei votanti (505 voti).  (vedi gli speciali di Nomos: Regole e numeri per l’elezione del Presidente della Repubblica e Le mosse dei partiti per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica).  

Per quanto riguarda i lavori parlamentari, questa settimana le Assemblee di Camera e Senato e le rispettive Commissioni non si riuniranno per le loro attività ordinarie per consentire lo svolgimento dell’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Il centrodestra di Salvini king maker lancia il trio Pera-Moratti-Nordio

Il centrodestra fa la sua mossa per il Quirinale e lancia l’ex presidente del Senato Marcello Pera, la vicepresidente della Regione Lombardia e assessora al Welfare Letizia Moratti, e l’ex magistrato Carlo Nordio, che nel corso della sua carriera si è occupato anche di Brigate rosse, tangenti e Mose. Tre nomi d’area, uno per ogni partito principale del centrodestra (Pera per la Lega, Moratti per FI e Nordio lanciato da FdI) che vengono fuori dopo un vertice di coalizione convocato negli uffici di Fratelli d’Italia a Montecitorio nel primo pomeriggio e seguito da una conferenza stampa irrituale organizzata per presentare i tre nomi. Non era mai successo che una rosa di nomi venisse resa pubblica a votazioni in corso per il presidente della Repubblica; resta il fatto che il leader della Lega Matteo Salvini, che vuole vestire i panni del king maker, continua a sentire anche i big del centrosinistra, Enrico Letta e Giuseppe Conte, e ha preso in mano la situazione. La posta in gioco è alta, per lui e non solo. Il rischio della conta a Montecitorio, durante la terza chiama, con il quorum ancora troppo alto (673 grandi elettori) aleggia e fa paura. Per evitare una sbandata clamorosa, in ogni caso, i leader del centrodestra si vedranno oggi per convergere su un solo candidato alla corsa al Colle e Carlo Nordio sembrerebbe il favorito. Il nuovo confronto si terrà in mattinata, dopo l’assemblea dei grandi elettori di FI-Udc in programma alle 9.15. 

Tornando ai nomi, destinati però quasi sicuramente a essere bruciati, fra questi non è rientrato Antonio Tajani, a favore del quale nel corso del vertice di ieri c’è stata una pressione importante di Silvio Berlusconi, che è ricoverato al San Raffaele di Milano. Sembra quasi non casuale, quindi, l’arrivo in leggero ritardo del coordinatore nazionale azzurro alla conferenza stampa, caratterizzata anche dal siparietto con Giovanni Toti, Luigi Brugnaro, Maurizio Lupi e Lorenzo Cesa che si alzano per fare spazio, per questioni di Covid, solo ai tre big Salvini, Meloni e Tajani. Insomma, Pera, Moratti e Nordio sono i tre nomi, ma le carte rimaste ancora coperte ci sono. E tra queste compare l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e l’attuale presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, anche se il segretario del Carroccio sembra chiudere: “Non vogliamo mettere sul tavolo le cariche dello Stato. Ma mai dire mai”. Il quadro inizia a delinearsi, anche se la partita non è chiara. Salvini ha un punto fermo: il no a Mario Draghi come successore di Sergio Mattarella: “Lavora bene a Chigi”. Il leader leghista l’ha sentito di nuovo, ma assicura di non aver parlato con il premier di “poltrone e ministeri”. Dal canto suo, Giorgia Meloni dice chiaramente: “Crediamo che sia nostra responsabilità fare delle proposte concrete partendo dal presupposto che la nostra non è né una rosa di candidati di bandiera né tattica”. E Salvini parla di “personalità di altissimo profilo senza una tessera di partito in tasca”. 

Pd, M5S e Leu chiedono al centrodestra un tavolo politico congiunto 

Dopo le proposte del centrodestra, il centrosinistra è tornato a riunirsi per definire una risposta comune dopo giorni di dichiarazioni in ordine sparso e incontri separati. Il timore è che la carta segreta, ma non troppo, che Matteo Salvini potrebbe giocare per spaccare l’alleanza giallorossa e sbarrare definitivamente la strada del Quirinale a Mario Draghi sia proprio la Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, una carta da buttare sul tavolo contando sulla sponda di Giuseppe Conte, che nel colloquio di lunedì con il leader della Lega avrebbe lasciato la porta aperta. Il Pd minaccia “così finisce la legislatura”, Leu non ci crede molto (“è un bluff, figurarsi se i 5 stelle si suicidano, sapendo che si andrebbe a votare”), Conte spiega che il suo doppio binario serve per compattare il Movimento, che sono mosse tattiche, però insiste a dire che Draghi deve restare a Palazzo Chigi, cosa che non convince il Pd. È questo il clima all’inizio della riunione ed è il motivo per cui Enrico Letta propone la mossa che dovrebbe portare tutti a scoprire le carte, quel tavolo congiunto con tutte le forze politiche che lui stesso lanciò già lo scorso ottobre e che anche Matteo Salvini aveva provato a organizzare quando ancora c’era la candidatura di Silvio Berlusconi in campo. 

Durante la discussione fra i leader giallorossi, viene stoppata anche l’ipotesi dei 5 stelle di presentare una rosa di nomi contrapposta a quella del centrodestra. Formalmente, come dice Francesco Boccia, per non chiudere al dialogo “Noi non ci stancheremo mai di ricercare il dialogo per far sì che la maggioranza che sostiene il Governo Draghi e in generale maggioranza e opposizione presenti in parlamento sostengano l’elezione di un presidente o di una presidente di tutti gli italiani”. Le rose di nomi contrapposte avrebbero protratto appunto il gioco di specchi, il tatticismo: “Abbiamo evitato la guerra delle due rose”, dice con una battuta Roberto Speranza lasciando il vertice. 

Niente rose, dunque, Letta appunto è molto chiaro: “La nostra proposta è terminarla coi tatticismi, chiudersi in una stanza e trovare la soluzione. Nome condiviso, senza forzature che secondo me dobbiamo tutti evitare”: una proposta che difficilmente potrà essere esclusa dal centrodestra cui ora tocca dare una risposta.

Nel M5S la linea Conte si rafforza ma rimangono le tensioni interne

Nel M5S rimane alta la tensione sulla linea da seguire per l’elezione del Capo dello Stato dopo che il presidente ha aperto nella direzione del dialogo con il centrodestra per l’individuazione di un nome per il Colle, autorevole e che sbarri la strada di Mario Draghiverso il Quirinale, in modo da assicurare la stabilità del Governo nell’interesse nazionale. Se torna il sereno sul fronte del no ai veti incrociati, ora i 5 Stelle s’interrogano sul possibile candidato che potrebbe uscire dal cilindro del confronto con Salvini e la sua coalizione. E il nome che più divide sarebbe quello della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati: una parte del Movimento considera positivamente il fatto che sia una figura istituzionale, seconda carica dello Stato, rispondente cioè all’identikit tracciato dai 5 stelle per poter convergere su un nome di centrodestra, ma è invece vista come il fumo negli occhi da un’altra parte del Movimento che ricorda la questione sorta attorno alla sua figura per i voli di Stato e sulla questione dei vitalizi. 

Intanto c’è chi guarda con speranza alla crescita dei voti per il presidente uscente Sergio Mattarella. Gli alleati di centro-sinistra hanno smorzato gli attriti che si erano verificati dopo che erano filtrate notizie sulla cabina di regia che Conte aveva riunito lunedì fino a tarda notte, dove sarebbe andata in scena la contrapposizione di linea tra l’ex premier e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La linea di Conte resta quella del dialogo aperto anche con il centrodestra per la ricerca di un nome condiviso dagli schieramenti, partendo dall’assunto della necessità di mantenere la continuità dell’azione di Governo in un momento molto delicato per il Paese; per Di Maio, invece, proprio nell’ottica di un’ampia convergenza tra le forze politiche era necessario non precludere alcuna strada, neppure quella che potrebbe portare il premier al Colle, anche per evitare il rischio di isolare il Movimento nel caso in cui il punto di caduta dovesse essere sul nome di Draghi. Sullo sfondo restano i dubbi sulla linea del posizionamento politico del M5S ora saldamente ancorato nel centrosinistra. La linea del dialogo con il centrodestra, rivendicata dall’ex premier, spinge alcuni ad interrogarsi sul rischio di mettere a repentaglio l’asse con i progressisti, che tuttavia è stato rinsaldato nella nuova riunione tra Conte, Letta e Speranza in cui i tre leader hanno deciso di muoversi assieme e in maniera coordinata.


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