La Giornata Parlamentare del 26 ottobre 2022

La Giornata Parlamentare del 26 ottobre 2022

Il Governo Meloni ottiene la fiducia alla Camera. Oggi tocca al Senato

Ieri sera la Camera ha dato fiducia al governo guidato da Giorgia Meloni; i voti a favore sono stati 235, i contrari 154 e le astensioni 5. Al voto erano presenti in 394 e hanno votato in 389; erano necessari 195 voti a favore. Complessivamente i partiti di governo possono contare su una maggioranza di 236 deputati (perché il presidente della Camera Lorenzo Fontana non partecipa al voto), di cui Fdi 118, Lega 65, Fi 44, Noi moderati 9. Dunque, la fiducia è passata con un voto in meno rispetto ai deputati di cui dispone la maggioranza. I conti però tornano all’esecutivo Meloni: infatti, i voti di Fi sono stati 42 su 44 ma perché due deputati erano in missione, il Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin e l’ex presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci. Ha votato invece a favore Vittoria Brambilla che a titolo personale aveva annunciato in Aula il suo sì alla fiducia.

Oggi a partire dalle 13.00 si replica in Senato, l’aula dove gli equilibri sono numericamente più fragili. Oltre che sulla premier, che replicherà alle 16.30, i riflettori saranno puntati su Silvio Berlusconi che ha annunciato la sua intenzione di parlare in dichiarazione di voto per Forza Italia. Già ieri, comunque, il leader azzurro ha espresso apprezzamento per il discorso di Meloni, ribadendo però ancora una volta la centralità del suo partito all’interno della coalizione. D’altra parte, bisogna ancora chiudere la partita dei sottosegretari e Fi si aspetta una compensazione rispetto a una compagine ministeriale ritenuta non adeguata ai voti presi alle elezioni. Per il Cavaliere “FI darà un contributo qualificato, serio e leale, con tutte le sue idee e le sue migliori energie perché il nuovo Governo di centrodestra, il primo guidato da una donna, abbia la forza di affrontare i grandi problemi del Paese”.

Meloni: “Io, underdog della politica, cambierò il paese da destra”

“Non indietreggeremo, non getteremo la spugna, non tradiremo”. All’una e un quarto, dopo 70 minuti e più di 70 applausi, Giorgia Meloni chiude il discorso con cui chiede e ottiene alla Camera la fiducia con la voce roca e un filo di emozione. Non nasconde le difficoltà di cui si dovrà fare carico, a partire dall’emergenza del caro-energia, perché l’Italia è “una nave in tempesta”, ma, assicura, è alla guida di un “equipaggio capace” e lei ce la metterà tutta, anche a costo di non “non essere rieletta”, per portare la nave in porto, al sicuro. Stravolgendo ancora una volta i pronostici che l’hanno vista sempre “underdog”, la sfavorita, è arrivata laddove nessuna donna finora era mai arrivata: è la prima presidente del Consiglio donna, a capo di un partito di destra che si è affermato come primo partito alle elezioni. E ora ha i numeri e vuole governare per i prossimi 5 anni per dare al Paese, con le ricette chiare e il cambio di registro, dal fisco, al covid, fino ai migranti e al sostegno ai più deboli rivedendo il reddito di cittadinanza, “un futuro di maggiore libertà, giustizia, benessere e sicurezza”.

Rivendica le sue umili origini. Sa che deve superare “i pregiudizi” con cui è guardato il suo Governo, anche all’estero e assicura che l’Italia è posizionata con l’occidente, contro la guerra di Putin in Ucraina, appieno dentro l’Alleanza Atlantica. A cambiare sarà però l’atteggiamento: mai più col cappello in mano a Bruxelles, rispetto delle regole sì ma anche richiesta, legittima, di cambiarle. Non per “sabotare”, ma per “avvicinarla” ai cittadini. “Non sarò mai la cheerleader di nessuno”, aggiunge nel corso della replica dove il tono diventa più acceso. Ed è in questo frangente che risponde alla dem Debora Serracchiani: “Le sembra che io stia un passo indietro agli uomini?”, dice prima di chiarire che, per lei, la libertà delle donne non si misura “nel farsi chiamare capatrena”. Insomma, la questione non è se “il” o “la” presidente, ma garantire pari opportunità, servizi, asili nido aperti fino a tardi. Le donne, assicura, “non avranno nulla da temere da questo Governo” perché, aveva sottolineato anche prima nel discorso citando Montesquieu,  “non limiterà mai le libertà, anche su diritti civili e aborto”.

Non c’è polemica di questi giorni che lascia cadere, punto per punto: il “merito” serve per garantire anche a chi non è di buona famiglia le stesse possibilità di farcela, la sovranità alimentare non vuol dire “mettere fuori commercio l’ananas” ma non dipendere dall’estero “per dare da mangiare ai nostri figli”. Sono molte le citazioni, dal Papa a Roger Scruton, da Steve Jobs ad Amartya Sen; fa riferimento, più volte, al Risorgimentocondanna le leggi razziali, “momento più basso” della storia italiana e prende le distanza dai “regimi antidemocratici, fascismo compreso”. “Mai avuta simpatia”, sottolinea, prima di ricordare la “violenza politica” e “gli innocenti uccisi a colpi di chiave inglese” per mano di “militanti antifascisti”. Quella che serve ora, perché “la contingenza è difficilissima”, è il rispetto dei ruoli e il contributo di tutti. Ma l’Italia, come la Amerigo Vespucci, è la “nave più bella del mondo” e il progetto che presenta guarda a un orizzonte di qui “a 10 anni”.

Negli ultimi dieci, osserva creando qualche imbarazzo negli alleati che in quei Governi, in diverse combinazioni, ci sono stati, l’Italia non è mai cresciuta perché i governi cambiavano ogni due anni, ora invece deve diventare “un affare” investire in Italia, dice elencando i capisaldi della politica economica che sono stati anche gli slogan della campagna elettorale: “non disturbare chi vuole fare”, “più assumi meno paghi”, “tregua fiscale”, il Pnrr da portare avanti ma con i dovuti “aggiustamenti”, la difesa degli “asset strategici”. Tutto in nome di quell’interesse della “nazione”, parola che ricorre ben 15 volte nelle 16 pagine del discorso. Come il “coraggio”, la “responsabilità”, l’impegno “totale” con cui alla fine, è la speranza, “l’Italia potrà uscire dalla crisi più forte e autonoma di prima”.

La fiducia a Meloni scuote il Pd in vista del Congresso

La prima volta da premier di Giorgia Meloni in Parlamento scuote il Pd che giudica il suo intervento un manifesto politico più che programmatico e si allarga il fronte di chi vede l’orizzonte di marzo per chiudere il Congresso troppo lontano, troppi i mesi senza un nuovo leader e un nuovo gruppo dirigente. Qualche dubbio viene anche a chi nelle scorse settimane aveva indicato la necessità di tempi meno stringenti per un vero processo costituente, vedi Andrea Orlando che resta dell’opinione che serva una discussione profonda ma osserva: “Anticipare? O si fa un Congresso davvero costituente o tanto vale. Vorrei capire quali sono regole”. La sede in cui discuterne sarà la Direzione nazionale di venerdì, passaggio che Enrico Letta cita nell’intervento in aula alla Camera: “Faremo fino in fondo il nostro lavoro di opposizione. Venerdì cominceremo il nostro Congresso costituente, ma il nostro Congresso costituente sarà parte dell’opposizione a voi”.

Per il Nazareno il timing resta quello concordato nell’ultima Direzione: la fine dell’inverno; una contrazione dei tempi sarebbe controproducente per una discussione vera e partecipata ma Matteo Orfini non la pensa così: “Nel ricominciare a fare politica rientra anche una considerazione tecnica: di fronte a questo Governo che parte, immaginare che metterci 5 mesi a fare un Congresso serva a renderlo più efficace significa non avere molto chiara la gravità della situazione”. E in serata interviene sul punto anche il candidato in pectore alla segreteria Stefano Bonaccini: a fronte di una destra che in un mese è partita con il Governo “un partito che ci mette sei mesi a scegliere un segretario temo non sia molto in sintonia con il Paese. Io proverei ad anticipare e accelerare un po’, per evitare di dare l’idea che perdiamo mesi a discutere di noi, mentre c’è qualcun altro che si occupa di risolvere i problemi dei cittadini”.

L’Ue è pronta a collaborare con l’Italia, ma su Pnrr frena

Nessun commento ufficiale ma un concetto costantemente ribadito: l’Europa è pronta a collaborare con Giorgia Meloni e il suo Governo, sarà una collaborazione a tutto campo che, tuttavia, andrà a inserirsi in uno dei momenti più delicati della storia dell’Ue. La neopremier dovrà districarsi nei non amplissimi spazi di manovra concessi da Bruxelles in piena crisi energetica e con una probabile recessione all’orizzonte. La necessità di cambiare il Pnrr, sottolineata dalla Meloni nel suo discorso programmatico alla Camera, è guardata con estrema attenzione dalle parti di Palazzo Berlaymont: il Pnrr, è l’assioma della Commissione, può essere cambiato ma in “casi eccezionali” e solo dopo una “valutazione rigorosa” dell’Esecutivo europeo. Ad aver ribadito il concetto è stata la portavoce della Commissione Veerle Nuyts: “Per richiedere emendamenti ai Pnrr i Paesi devono dimostrare che non ci sono le condizioni oggettive” per la realizzazione di alcuni degli obiettivi previsti. Del tema, certamente, Meloni parlerà nella sua prima visita a Bruxelles: i vertici delle istituzioni europee hanno già dato piena disponibilità a riceverla, l’incontro è nell’aria e i più aggiornati lo danno possibile la prossima settimana o quella successiva.

Giorgia Meloni e il ministro per gli Affari europei (con delega al Pnrr) Raffaele Fitto potrebbero tuttavia avere una sponda per apportare delle modifiche al piano: il programma Repower pensato per l’autonomia energetica dei 27. Un nuovo capitolo dovrà essere aggiunto al Pnrr e potrà avvalersi dei fondi di Coesione dello scorso settennato non ancora spesi. “Modificare il Pnrr non vuol dire ricominciare da zero”, ha avvertito il Commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni in audizione alla Commissione Bilancio dell’Eurocamera, spiegando, tuttavia, che “un aggiornamento” del piano, con l’inserimento del Repower, è possibile. L’alveo in cui si potrà muovere il Governo sarà quindi piuttosto stretto e, per far sì che la trattativa con l’Ue non si areni, non dovrebbe toccare il capitolo riforme. L’attesa dell’Ue sulle prime mosse di Meloni non riguarda solo il Pnrr, c’è il dossier migranti, foriero di possibili tensioni, e c’è Il capitolo Ucraina anche se per ora la premier ha dato ampie rassicurazioni sulla questione.


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