“Spending review”: è illegittima la riduzione dei fondi ai Comuni operata nel 2013 dal Governo Monti

“Spending review”: è illegittima la riduzione dei fondi ai Comuni operata nel 2013 dal Governo Monti

Nella Sentenza n. 129 del 6 giugno 2016, la Corte Costituzionale si esprime sulla legittimità costituzionale dell’art. 16, comma 6, del Dl. n. 95/12, convertito con modificazioni dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 135/12. La norma in questione, nel disporre, per l’anno 2013, la riduzione del “Fondo sperimentale di riequilibrio”, del “Fondo perequativo” e dei trasferimenti erariali dovuti ai Comuni per un ammontare complessivo di 2.250 milioni di Euro, prevede che le quote da imputare a ciascun Comune sono “determinate, con Decreto di natura non regolamentare del Ministro dell’Interno, in proporzione alla media delle spese sostenute per consumi intermedi nel triennio 2010-2012, desunte dal Siope”. I Giudici costituzionali rilevano che l’art. 16, comma 6, del Dl. n. 95/12, indicando gli obiettivi di contenimento delle spese degli Enti Locali, si pone come principio di coordinamento della finanza pubblica, che vincola senz’altro anche i Comuni. I Giudici chiariscono che non esiste alcun dubbio che le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche possano incidere anche sull’autonomia finanziaria degli Enti territoriali. Tuttavia, tale incidenza deve, in linea di massima, essere mitigata attraverso la garanzia del loro coinvolgimento nella fase di distribuzione del sacrificio e nella decisione sulle relative dimensioni quantitative, e non può essere tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni degli Enti in questione. Vero è che i procedimenti di collaborazione tra Enti debbono sempre essere corredati da strumenti di chiusura che consentano allo Stato di addivenire alla determinazione delle riduzioni dei trasferimenti, anche eventualmente sulla base di una sua decisione unilaterale, al fine di assicurare che l’obiettivo del contenimento della spesa pubblica sia raggiunto pur nella inerzia degli Enti territoriali. Ma tale condizione non può giustificare l’esclusione sin dall’inizio di ogni forma di coinvolgimento degli Enti interessati, tanto più se il criterio posto alla base del riparto dei sacrifici non è esente da elementi di dubbia razionalità, come è quello delle spese sostenute per i consumi intermedi. Dunque, i Giudici ritengono che il ricorso al criterio delle spese sostenute per i consumi intermedi come parametro per la quantificazione delle riduzioni delle risorse da imputare a ciascun Comune possa trovare giustificazione solo se affiancato a procedure idonee a favorire la collaborazione con gli Enti coinvolti ed a correggerne eventuali effetti irragionevoli. Il criterio delle spese sostenute per i consumi intermedi non è dunque illegittimo in sé e per sé. La sua illegittimità deriva dall’essere parametro utilizzato in via principale anziché in via sussidiaria, vale a dire solo dopo infruttuosi tentativi di coinvolgimento degli Enti interessati attraverso procedure concertate o in ambiti che consentano la realizzazione di altre forme di cooperazione. Né, aggiungono i Giudici, deve essere sottovalutato il fatto che la disposizione impugnata non stabilisce alcun termine per l’adozione del Decreto ministeriale che determina il riparto delle risorse e le relative decurtazioni. Un intervento di riduzione dei trasferimenti che avvenisse a uno stadio avanzato dell’esercizio finanziario comprometterebbe un aspetto essenziale dell’autonomia finanziaria degli Enti Locali, vale a dire la possibilità di elaborare correttamente il bilancio di previsione, attività che richiede la previa e tempestiva conoscenza delle entrate effettivamente a disposizione. Pertanto, in base a quanto sopra statuito i Giudici costituzionali affermano l’illegittimità costituzionale dell’art. 16, comma 6, del Dl. n. 95/12.


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