Spese legali pubblico dipendente: “no” al pagamento in via diretta da parte dell’Ente

Nella Sentenza n. 1154 del 13 marzo 2017 del Consiglio di Stato, i Giudici si esprimono sul rimborso delle spese legali sostenute da un dipendente pubblico. In particolare, nel caso di specie, era stato richiesto, non il rimborso delle spese sostenute, bensì il loro pagamento in via diretta. Poiché la domanda di rimborso non è stata corredata dalle fatture attestanti l’avvenuto pagamento degli onorari al difensore (bensì soltanto da meri “progetti di liquidazione” redatti dallo stesso difensore), l’Amministrazione non poteva che astenersi da ogni iniziativa di pagamento. Infatti, la legge si riferisce al “rimborso” e non consente invece che vi sia l’attivazione di un procedimento diverso, volto al pagamento diretto di somme al difensore.

In particolare, la ratio dell’art. 18, comma 1, del Dl. n. 67/97, convertito con modificazioni in Legge n. 135/97, e dell’art. 10-bis, comma 10, del Dl. n. 203/05, convertito con modificazioni dalla Legge n. 248/05, è quella di tenere indenne i soggetti che abbiano agito innome e per conto, ed anche nell’interesse, dell’Amministrazione di appartenenza, sollevando iFunzionari pubblici dal timore di eventuali conseguenze giudiziarie connesse all’espletamento delle loro attività istituzionali.

Il rimborso può essere chiesto in presenza delle seguenti condizioni normativamente previste:

1) l’esistenza di una connessione dei fatti e degli atti oggetto del giudizio con l’espletamento delservizio e l’assolvimento degli obblighi istituzionali;

2) l’esistenza di una Sentenza definitiva che abbia escluso la responsabilità del dipendente;

3) una valutazione di congruità da effettuarsi da parte dell’Avvocatura dello Stato.

La prima condizione richiede un nesso di strumentalità diretto tra l’adempimento del dovere ed il compimento dell’atto o della condotta, nel senso che il dipendente pubblico non avrebbe assolto ai suoi compiti, se non ponendo in essere quel determinato atto o condotta.

Non è sufficiente che lo svolgimento del servizio costituisca la “mera occasione” per il compimento dei fatti che originano il procedimento di responsabilità, bensì si richiede una “comunanza degliinteressi” perseguiti attraverso l’illecito ipotizzato con quelli dell’Ente pubblico di appartenenza.Quanto alla seconda condizione, il rimborso delle spese legali sostenute dai pubblici dipendentipresuppone che il giudizio di responsabilità penale si sia concluso con sentenza o altroprovvedimento che abbia escluso la responsabilità dell’imputato, a prescindere da quale sia stata lastatuizione sulle spese di lite. Di conseguenza, non sussiste il diritto al rimborso nel caso diproscioglimento disposto esclusivamente per ragioni di rito, o comunque senza che sia stataeffettivamente esclusa, con certezza, la responsabilità in ordine ai fatti addebitati.

Il parere obbligatorio espresso dall’Avvocatura dello Stato, che costituisce frutto di valutazioni discrezionali esclusivamente tecniche, deve considerare la natura e la complessità della causa, l’importanza delle questioni trattate, la durata del processo, la qualità dell’opera professionale prestata ed il vantaggio arrecato al cliente.

La valutazione dell’Avvocatura dello Stato riguarda, non solo la conformità della parcella alla tariffaforense (oltre la quale il rimborso sarebbe illegittimo), ma anche il rapporto tra l’importanza e la delicatezza della causa e le somme spese per la difesa e delle quali si chiede il rimborso.

In conclusione, la richiesta di rimborso delle spese legali sostenute da un pubblico dipendente deve essere munita delle fatture attestanti l’avvenuto pagamento degli onorari al difensore, non potendosi tradurre nella domanda di pagamento diretto al difensore medesimo.