“Voto dimezzato a referendum, torto Parlamento”

“Voto dimezzato a referendum, torto Parlamento”

(Adnkronos) – “Sarà un voto dimezzato, quello dei referendum di questa primavera. Ammessi quattro dei sei quesiti sulla giustizia, cassati quelli (più popolari, più controversi) sulla liberalizzazione della cannabis e sull’eutanasia. E’ comprensibile l’amarezza di quanti avevano raccolto le firme, e sono comprensibili anche le obiezioni che la Corte costituzionale si è trovata ad opporre. Come spesso accade, è il conflitto tra due ragioni che è sempre difficile dirimere. E qui ci si trova proprio nel bel mezzo di un simile conflitto. 

A fronte di queste due opposte ragioni c’è però da segnalare un torto. Che consiste nel ritardo con cui il legislatore si è mosso su questi impervi terreni. Indugiando, tergiversando, rinviando a tempi più facili. Tempi che invece si sono rivelati via via più difficili e complicati. 

Sono anni che il referendum funge un po’ da secondo motore della Repubblica. Infatti, quando si inceppa il processo legislativo, avviene spesso che siano le firme dei cittadini ad indurre la politica a prendere il toro per le corna e per così dire a decidere di dover decidere. Avvenne così per la legge elettorale, terremotata negli anni novanta dalle consultazioni pro maggioritario promosse da Mario Segni, e riscritta di suo pugno dal futuro capo dello Stato che vi diede il nome. Il Mattarellum, appunto. 

Prima, c’erano stati i referendum su divorzio e aborto, vinti con una certa larghezza di consenso dal fronte laico. E prima ancora, il quesito fondamentale sulle istituzioni, vinto dalla Repubblica sulla monarchia. Ricordi lontani, in qualche misura epici. Negli ultimi tempi invece c’è stato un florilegio di quesiti sui temi più diversi -dal nucleare alla fecondazione eterologa, dalla sorte del ministero dell’agricoltura alla responsabilità civile dei magistrati- che hanno concorso a cancellare alcuni pezzi di legislazione e a riscriverne (magari un po’ furbescamente) molti altri. 

Ora però ci troviamo in un contesto piuttosto diverso dal passato. E la differenza sta nel fatto che nel frattempo la nostra democrazia rappresentativa ha perso colpi su colpi. Il Parlamento stenta a legiferare, e quasi sempre lo fa su esclusivo impulso del governo, approvandone i decreti senza troppa fantasia. I tempi di decisione sono quasi sempre piuttosto lunghi, e sui temi più controversi vige il più delle volte la legge del rinvio. Vedi appunto la delicatissima questione del fine vita che si trascina da una legislatura all’altra senza che si riesca mai a mettervi un punto fermo. 

Così, la raccolta delle firme (resa peraltro ora assai più facile dal digitale) ha riacceso il motore di una partecipazione politica, soprattutto giovanile. Che ora però minaccia di tornare a disperdersi senza che nel frattempo sul fronte parlamentare si registri molto più delle parole e degli appelli di circostanza che in queste ore si sentono risuonare. Con il rischio di aggiungere ancora una volta delusione a delusione. 

Si dirà che qualche volta del referendum si è un po’ abusato, andando oltre la lettera della legge costituzionale che prevede consultazioni solo abrogative. E’ vero. Come è vero che le motivazioni addotte dalla Corte in punto di diritto suonano fondate. Insomma, non ci troviamo di fronte a una chiusura a riccio del vecchio ordine che cerca come può di sfuggire all’assedio dei nuovi diritti e delle nuove genti. 

E però resta come un senso di amarezza nel constatare che ancora una volta i problemi restano lì, sullo sfondo, irrisolti, consumati, macinati da un ingranaggio politico che li sminuzza all’infinito senza mai riuscire a estrarne una nuova linfa per la nostra affaticata democrazia. Sapendo peraltro che quando questa primavera si voterà nel merito è possibile, perfino probabile, che l’indomani ci troveremo tutti a recriminare sul quorum non raggiunto e sull’ennesima diserzione degli elettori dalle urne. Sempre sperando di sbagliare, ovviamente”.  

 

 

 


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