Ici: assoggettamento degli Enti no profit

Ici: assoggettamento degli Enti no profit

Nella Sentenza n. 10124 dell’11 aprile 2019 della Corte di Cassazione, un Comune aveva contestato l’omesso versamento dell’Ici relativa ad un’unità immobiliare destinata a Casa di cura in regime di Convenzione per lo svolgimento di attività sanitaria.

In primis, i Giudici di legittimità rilevano che il riconoscimento del diritto all’esenzione prevista dall’art. 7, comma 1, lett. i), del Dlgs. n. 504/92 è condizionato alla verifica di 2 requisiti, che devono necessariamente coesistere:

– uno soggettivo, costituito dallo svolgimento delle attività previste come esenti dalla norma da parte di un Ente che non abbia come oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali;

– uno oggettivo, rappresentato dallo svolgimento esclusivo nell’immobile delle predette attività, il cui accertamento deve essere operato in concreto, verificando rigorosamente che l’attività cui l’immobile è destinato, pur rientrando tra quelle esenti, non sia svolta con le modalità di un’attività commerciale.

Poi, la Suprema Corte chiarisce che, in tema di Ici, deve essere escluso dall’esenzione un fabbricato nel quale un Ente religioso che svolga un’attività a dimensione imprenditoriale, anche se non prevalente, essendo la predetta esenzione prevista in via generale solo per gli immobili destinati direttamente ed in via esclusiva allo svolgimento di determinate attività, tra le quali quelle dirette all’esercizio del culto ed alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi e all’educazione cristiana; per gli immobili in cui si svolgono attività diverse dalla religione e dal culto è necessario verificare se tali attività, ancorché esercitate da enti religiosi siano svolte per lo scopo istituzionale protetto ai sensi dell’art. 7, comma 1, lett. i), del Dlgs. n. 504/92, nella formulazione anteriore alle modificazioni introdotte dalla Legge n. 248/05.

Inoltre, i Giudici di legittimità pongono in evidenza la Decisione adottata dalla Commissione dell’Unione Europea del 19 dicembre 2012 la quale, nel valutare se l’art. 7, comma 1, lett. i), del Dlgs. n. 504/92, in tema di esenzione Ici, concretizzasse una forma di aiuto di Stato in violazione del diritto dell’Unione, ha precisato che anche un Ente senza fine di lucro può svolgere attività economica, cioè offrire beni o servizi sul mercato.

La Commissione ha infatti osservato che anche laddove un’attività abbia finalità sociale, questa non è sufficiente ad escluderne la classificazione di attività economica. Orbene rientra nella nozione di attività svolta con modalità commerciali qualunque attività organizzata per la prestazione di servizi a terzi dietro pagamento, da parte dell’utente o di altri, compresi lo Stato, le Regioni o altre Pubbliche Amministrazioni, di un corrispettivo funzionale ed adeguato alla copertura dei costi e alla remunerazione dei fattori della produzione (ivi compresi i capitali investiti). Di converso, non è commerciale l’attività di prestazione di servizi che vengano offerti gratuitamente, ovvero dietro pagamento di corrispettivi o contributi meramente simbolici o comunque radicalmente inferiori ai costi di produzione. Tali principi devono essere applicati anche con riferimento all’attività sanitaria convenzionata. Infatti, anche in questo Settore non vi è alcun profilo che consenta di affermare che l’attività sia svolta in forma gratuita o semigratuita, dovendosi ritenere che le tariffe convenzionali siano comunque, dirette a coprire i costi e a remunerare i fattori della produzione ,salvo che in ragione di specifiche circostanze fattuali aventi, nel caso di specie assenti, possa dirsi che l’immobile viene destinato ad attività sanitaria svolta con modalità non commerciali escludendo la logica del profitto e del mercato.

La Suprema Corte precisa che non assume rilievo ai fini in questione l’osservazione che la prestazione sanitaria sia stata svolta in un mercato non concorrenziale dal momento che la qualifica dell’attività non dipende dal suo essere esercitata in regime di libero mercato. Né è dirimente il fatto che l’attività sanitaria svolta in regime di convenzionamento si inserisca nel servizio pubblico (Servizio sanitario nazionale) gestito direttamente da una Istituzione pubblica. Infatti, il Servizio sanitario è attività pubblica ed eventualmente gratuita per quanto riguarda la Pubblica Amministrazione ed i suoi rapporti con il cittadino utente, ma nel caso in cui la Pubblica Amministrazione si avvalga dell’opera di privati l’attività svolta da questi ultimi è attività commerciale ove sia prestata dietro corrispettivi pattuiti o stabiliti in funzione dei costi e dell’adeguata remunerazione dei fattori di produzione dei servizi demandati al privato stesso.

Infine, i Giudici di legittimità puntualizzano che nessun valore vincolante può essere attribuito sul punto al Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 200/12. Esso non ha valore di legge, tanto più che lo stesso appare essere stato emanato ultra vires, dato che l’art. 91-bis del Dl. n. l/12, non demandava al Decreto ministeriale il compito di definire autoritativamente il concetto di “modalità non commerciali” ma solo il compito di stabilire modalità e procedure da seguire in caso di utilizzazione mista di un immobile, al fine di individuare il rapporto percentuale tra utilizzazione commerciale e utilizzazione non commerciale dell’immobile stesso.


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