Maggior imposta dovuta a titolo di Iva: corretta modalità di contabilizzazione

Maggior imposta dovuta a titolo di Iva: corretta modalità di contabilizzazione

Nella Delibera n. 33 del 17 maggio 2021 della Corte dei conti Sardegna, un Ente Locale aveva provveduto all’impegno ed al pagamento di 3 fatture ad una Ditta appaltatrice, versando altresì l’Iva sui relativi importi nella misura agevolata del 10%. Tale misura tuttavia era stata successivamente contestata dall’Agenzia delle Entrate, la quale aveva ritenuto che l’Imposta stessa andasse corrisposta secondo la maggiore aliquota ordinaria. Di conseguenza, dovendo provvedere al versamento del conguaglio dell’Imposta dovuta, il Comune ha chiesto se tale conguaglio dovesse essere considerato alla stregua di una “passività pregressa” o essere inteso quale “debito fuori bilancio”, per il quale si appalesi necessario il riconoscimento ai sensi dell’art. 194 del Dlgs. n. 267/2000 (Tuel).

La questione proposta, secondo la Sezione, richiede una sintetica distinzione tra il concetto di “passività pregressa” e di “debito fuori bilancio”.

Le “passività pregresse” derivano da impegni contabili assunti regolarmente ma che non risultano sufficienti a far fronte alla spesa in modo integrale, quando essa viene ad evidenza. Esse si verificano allorché, all’esito dell’assunzione del formale impegno, taluni fatti imprevedibili, talvolta (ma non necessariamente) legati alla natura della prestazione, sfuggono sia alla voluntas che all’auctoritas del soggetto che ha assunto l’obbligazione per conto dell’ente, incidendo, appunto, sulla misura del costo.

I “debiti fuori bilancio” hanno invece la loro genesi in obbligazioni assunte in assenza di un regolare impegno di spesa e che, a determinate condizioni ed entro i precisi limiti di cui all’art. 194 del Tuel, possono essere oggetto di riconoscimento e successivo pagamento. Peraltro, l’esigenza del riconoscimento consiliare sorge per il fatto che dette obbligazioni devono essere ricondotte nell’alveo del bilancio di cui è dominus l’Organo consiliare che, diversamente, sarebbe esautorato dal loro vaglio di legittimità ed utilità per l’Ente Locale.

Per contro, le “passività pregresse” si riferiscono a spese comunque sorte nel rispetto delle regole contabili, presentando l’impegno originariamente assunto unicamente caratteristiche di incapienza, per cui non se ne può desumere, da un lato, che esse siano sorte in violazione delle regole del bilancio e, dall’altro, che sia necessaria la manifestazione di una loro ratifica da parte dell’Organo consiliare. Pertanto, le stesse possono trovare copertura nel bilancio di competenza, essendo oneri che, per quanto risalenti nel tempo, si sono manifestati in corso di esercizio. Dunque, alla stregua delle suesposte argomentazioni, i maggiori oneri fiscali cui il Comune in questione deve far fronte a seguito dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate devono essere considerati “passività pregresse”, giacché non sono stati causati dall’assenza dell’impegno di spesa, ma da fattori estrinseci e in larga parte imprevedibili (in quanto derivanti dalla controversa interpretazione della normativa in materia di aliquota Iva agevolata). In conclusione, alle maggiori somme dovute l’Ente potrà far fronte con l’ordinaria procedura di spesa (art. 191 del Tuel), eventualmente ricorrendo alle opportune variazioni di bilancio qualora si rivelassero necessarie.


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