Più di 1.100 enti non raggiungono soglia minima di incasso fissata da bozza Decreto Mef, in gioco 21 miliardi di crediti
Più di 1.100 Comuni italiani – il 14% del totale, circa uno su sette – non raggiungono la soglia minima di riscossione individuata dalla riforma allo studio del Ministero dell’Economia. Ma soprattutto, in questi enti si concentra oltre il 62% delle somme accertate dai Comuni ma non ancora incassate, pari a più di 21 miliardi di euro su 33,7 miliardi totali. In altre parole, poco più di un Comune su sette concentra quasi due terzi dei crediti da riscuotere.
È questo il potenziale perimetro reale, al netto dei casi in cui non vi è l’imposizione di procedere all’affidamento prevista dalla norma, su cui si innesta il nuovo modello delineato dalla bozza di Decreto del Mef che sta circolando in questi giorni e che prevede, nei casi di bassa capacità di incasso (inferiore al 17,5% nell’arco dell’ultimo triennio), l’obbligo di affidare la riscossione ad Amco (Asset Management Company), società pubblica specializzata nella gestione di crediti deteriorati.
La riforma della riscossione locale introduce un meccanismo basato su soglie minime di performance che possono portare all’affidamento obbligatorio ad Amco. L’impianto della norma presenta tuttavia alcune criticità rilevanti. Il primo nodo riguarda la base di calcolo del tasso di riscossione. Sia la norma primaria che la bozza di decreto richiamano le entrate definite nell’allegato 9 del Decreto legislativo n. 118 del 2011, cioè lo schema del bilancio di previsione. Data la difficoltà di immaginare che un indicatore su cui si basa un meccanismo vincolante possa essere costruito su grandezze previsionali, anziché su dati di rendiconto, si presume che si tratti di un errore materiale, ma la cosa dovrà essere chiarita.
Un secondo elemento critico riguarda l’aggregazione di entrate eterogenee. Tributi come l’Imu, accertati per cassa, vengono messi insieme ad altri, come la Tari, che seguono il principio della competenza e possono essere oggetto di recupero fino a cinque anni. Una parte dei residui inclusi nel calcolo può quindi non essere ancora stata oggetto di riscossione, con il rischio di sottostimare la reale capacità di incasso.
| AREA GEOGRAFICA | N. ENTI CON RISCOSSIONE >17,5% | N. ENTI CON RISCOSSIONE <17,5% | Totale complessivo | % Enti che teoricamente passerebbero ad Amco |
| NORD | 4282 | 104 | 4386 | 2% |
| CENTRO | 804 | 163 | 967 | 17% |
| SUD | 1623 | 866 | 2489 | 35% |
| Totale complessivo | 6709 | 1133 | 7842 | 14% |
Elaborazione di Centro Studi Enti Locali su dati BDAP 2022-2024 (entrate del Titolo 1, tipologia 101, e del Titolo 3, di cui all’allegato n. 10 del Dlgs. 23 giugno 2011, n. 118)
La dimensione del potenziale impatto della riforma emerge da un’elaborazione di Centro Studi Enti Locali su dati Bdap relativi ai rendiconti 2022-2024, considerando lo stock dei residui relativi alle voci indicate dalla norma e che ricomprendono voci come Imu, Tari, multe stradali ecc. Osservando la distribuzione territoriale, il quadro assume contorni ancora più netti. Nel Mezzogiorno si concentra la quota più ampia di criticità: 866 Comuni su 2.489, pari al 35% del totale, si collocano sotto la soglia prevista. In altre parole, più di un Comune su tre presenta livelli di riscossione tali da rientrare nel perimetro dell’obbligo.
Al Centro il fenomeno è meno diffuso ma comunque significativo: sono 163 Comuni su 967, pari al 17%, circa uno su sei. Qui il dato segnala una presenza più selettiva del problema, ma comunque non marginale.
Al Nord, invece, la situazione cambia completamente scala. I Comuni “sotto soglia” sono 104 su 4.386, pari ad appena il 2% del totale. Un dato che conferma come nelle regioni settentrionali la difficoltà di riscossione sia circoscritta a una quota molto limitata di enti a differenza del Meridione in cui il fenomeno sembra assumere dimensioni quasi strutturali.
Il quadro si ridimensiona se si escludono i residui oggetto di stralcio, ma senza cambiare la struttura del fenomeno. In questo caso, la quota di residui si riduce a 18,6 miliardi di euro, pari al 55% del totale, e i Comuni sotto la soglia del 17,5% di riscossione scendono a 901, pari all’11% del totale, ma la distribuzione territoriale resta coerente: nel Sud si scende al 29%, nel Centro al 13% e nel Nord all’1%. Anche in questa configurazione, quindi, il problema continua a concentrarsi nelle stesse aree del Paese.
La riforma si inserisce in un sistema in cui le criticità non sono diffuse in modo omogeneo, ma si concentrano in specifici territori e in una quota limitata di enti che determina gran parte del problema. La riforma della riscossione locale allo studio del Ministero dell’Economia introduce un cambio di paradigma destinato a incidere direttamente sull’organizzazione dei Comuni. La bozza di decreto attuativo della Legge di bilancio prevede infatti una soglia minima di capacità di incasso – fissata al 17,5% – al di sotto della quale gli enti, al termine dei contratti in essere, non potranno più gestire autonomamente la riscossione coattiva e dovranno affidarla ad Amco (Asset Management Company), società pubblica specializzata nella gestione di crediti deteriorati.
È su questo indicatore che si misura la portata potenziale della riforma. E la dimensione del fenomeno, letta nella sua configurazione più ampia, è tutt’altro che marginale.
Scendendo ulteriormente nel dettaglio, la concentrazione emerge con ancora maggiore evidenza nei grandi centri urbani. Roma da sola concentra oltre 8 miliardi di euro di residui, con una quota largamente prevalente riconducibile alle posizioni più critiche. A Napoli, su circa 3,5 miliardi di crediti, la parte più consistente ricade nello stesso perimetro, mentre a Palermo la quota supera il 90%. Dinamiche analoghe si riscontrano anche in altri capoluoghi del Mezzogiorno, come Reggio Calabria e Caserta, dove la componente più problematica dei residui rappresenta la parte prevalente dello stock complessivo.
È su questa massa che si innesta il meccanismo economico della riforma. Nei Comuni sotto soglia si concentrano oltre 21 miliardi di crediti che, a seconda della capacità di recupero, possono generare scenari molto diversi. Anche ipotizzando livelli contenuti di riscossione, il volume delle somme coinvolte resta tale da produrre effetti significativi sia in termini di incassi sia di costi del servizio.
Il quadro cambia se si restringe il perimetro ai dati al netto degli stralci. In questo caso i Comuni sotto soglia scendono a circa 900 e la quota di residui si riduce al 55%, pari a 18,6 miliardi. Una differenza non trascurabile, che segnala quanto la costruzione dell’indicatore incida sulla dimensione del fenomeno. Ma anche in questa versione più restrittiva resta invariato l’elemento centrale: una parte limitata del sistema concentra una quota molto elevata dei crediti.
È proprio questo il punto chiave che emerge dall’analisi. La riforma interviene formalmente su tutti i Comuni, ma nei fatti si concentra su una platea relativamente ristretta di enti che determina la gran parte delle criticità. Sono questi Comuni – distribuiti in modo disomogeneo sul territorio e spesso caratterizzati da volumi molto elevati di residui – a rappresentare il vero banco di prova del nuovo modello di riscossione.
I potenziali costi
È su questa massa che si applica il meccanismo di remunerazione previsto dalla bozza di decreto e, di conseguenza, è su questo perimetro che si misura il costo potenziale del nuovo sistema.
A differenza di altri modelli, la struttura delineata dalla riforma lega direttamente il costo del servizio ai risultati ottenuti. La remunerazione cresce infatti all’aumentare delle somme recuperate, introducendo un rapporto lineare tra efficacia della riscossione e spesa sostenuta dagli enti.
Applicando questo schema ai dati disponibili, emergono scenari molto diversi tra loro. In un’ipotesi prudenziale, con una capacità di recupero limitata al 10%, le somme effettivamente incassate si attesterebbero intorno ai 2,1 miliardi di euro, a fronte di un costo del servizio pari a circa 189 milioni. Si tratta già di un ordine di grandezza significativo, soprattutto considerando che si tratta dello scenario più contenuto.
Al crescere della capacità di riscossione, l’impatto economico aumenta rapidamente. Con un tasso di recupero del 17,5%, coerente con la soglia individuata dalla riforma, gli incassi salirebbero a circa 3,7 miliardi, mentre il costo complessivo raggiungerebbe i 405 milioni di euro. In uno scenario più favorevole, con una capacità di recupero del 40%, le somme riscosse arriverebbero a oltre 8,4 miliardi, con una remunerazione per AMCO che supererebbe 1,4 miliardi di euro.
| REMUNERAZIONE AMCO WORST CASE SCENARIO (RECUPERO 10%) | |||
| AREA GEOGRAFICA | SOMMA RESIDUI ATTIVI 31.12.2024 | SOMME TEORICAMENTE RECUPERATE | ONERI RISCOSSIONE |
| CENTRO | 9.210.976.942 € | 921.097.694 € | 82.898.792 € |
| ISOLE | 2.918.116.345 € | 291.811.634 € | 26.263.047 € |
| NORD-EST | 75.963.584 € | 7.596.358 € | 683.672 € |
| NORD-OVEST | 492.981.114 € | 49.298.111 € | 4.436.830 € |
| SUD | 8.340.429.054 € | 834.042.905 € | 75.063.861 € |
| Totale complessivo | 21.038.467.038 € | 2.103.846.704 € | 189.346.203 € |
| REMUNERAZIONE AMCO AVG CASE SCENARIO (RECUPERO 17,5%) | |||
| AREA GEOGRAFICA | SOMMA RESIDUI ATTIVI 31.12.2024 | SOMME TEORICAMENTE RECUPERATE | ONERI RISCOSSIONE |
| CENTRO | 9.210.976.942 € | 1.611.920.965 € | 177.311.306 € |
| ISOLE | 2.918.116.345 € | 510.670.360 € | 56.173.740 € |
| NORD-EST | 75.963.584 € | 13.293.627 € | 1.462.299 € |
| NORD-OVEST | 492.981.114 € | 86.271.695 € | 9.489.886 € |
| SUD | 8.340.429.054 € | 1.459.575.084 € | 160.553.259 € |
| Totale complessivo | 21.038.467.038 € | 3.681.731.732 € | 404.990.490 € |
| REMUNERAZIONE AMCO BEST CASE SCENARIO (RECUPERO 40%) | |||
| AREA GEOGRAFICA | SOMMA RESIDUI ATTIVI 31.12.2024 | SOMME TEORICAMENTE RECUPERATE | ONERI RISCOSSIONE |
| CENTRO | 9.210.976.942 € | 3.684.390.777 € | 626.346.432 € |
| ISOLE | 2.918.116.345 € | 1.167.246.538 € | 198.431.911 € |
| NORD-EST | 75.963.584 € | 30.385.433 € | 5.165.524 € |
| NORD-OVEST | 492.981.114 € | 197.192.446 € | 33.522.716 € |
| SUD | 8.340.429.054 € | 3.336.171.622 € | 567.149.176 € |
| Totale complessivo | 21.038.467.038 € | 8.415.386.815 € | 1.430.615.759 € |
La riforma
La bozza di decreto è attuativa di una norma dell’ultima “Legge di bilancio”, che ha aperto alla possibilità – e in alcuni casi all’obbligo – di affidare la riscossione coattiva ad Amco. Il nuovo assetto si fonda su un doppio livello. Da un lato, viene riconosciuta agli enti locali la facoltà di affidare volontariamente la riscossione ad Amco; dall’altro, viene introdotto un meccanismo che rende tale affidamento obbligatorio nei casi in cui la capacità di incasso risulti insufficiente. In particolare, per gli enti che non ricorrono ad Amco e che registrano livelli di riscossione inferiori a una soglia da definire, il passaggio al nuovo modello diventa vincolante, a meno che la riscossione non sia gestita direttamente, tramite in house o project finance o si trovino in pendenza di contratto di concessione al termine del quale dovrà essere fatta la valutazione della sussistenza o meno dell’obbligo di passaggio ad Amco.
Il decreto attuativo che definisce le modalità operative del sistema avrebbe dovuto essere emanato entro il 1° marzo 2026 ma ad oggi risulta ancora in fase di definizione, registrando un ritardo che riflette la complessità dell’impianto normativo.




