In seguito alle ipotesi ventilate in questo periodo, su un modo efficace per
consentire alle persone di viaggiare e muoversi più liberamente, il Garante per
la protezione dei dati personali ha rilasciato il primo marzo scorso un
comunicato stampa col quale ha qualificato come illegittima l’eventuale
introduzione di “pass vaccinali”. L’attenzione del Garante era rivolta
soprattutto a determinati strumenti, digitali o cartacei, in grado di
discriminare i cittadini tra chi sia vaccinato e chi no, in violazione degli
artt. 3 e 32 della Costituzione (sull’uguaglianza tra persone e sul diritto
alla salute, individuale e collettiva). Ma la proposta di Regolamento della Commissione
europea (del 17 marzo scorso), volta ad introdurre ben tre diversi “pass”,
denominati “certificato verde digitale”, con tanto di codici QR su
tablet o smartphone, da presentare alle autorità transfrontaliere, dovrebbe
superare il rischio discriminazione. Infatti, i certificati europei potrebbero
consentire di tornare a viaggiare tra gli Stati membri, non solo ai soggetti
vaccinati, ma anche a chi sia guarito (al massimo 180 giorni prima) e a chi si
sia sottoposto ad un test di rilevamento del “Covid-19”, con esito
negativo. In realtà, l’Oms ha sconsigliato in radice l’impiego di certi
strumenti, perché, da un lato, non v’è certezza sulle cd. “varianti” del virus
(eventualmente non rilevate dai test o non coperte dai vaccini fatti) e,
dall’altro, i soggetti “asintomatici” potrebbero comunque diffondere la
malattia viaggiando. Il tempo stringe, l’estate si avvicina, ma la pandemia
corre veloce e devono essere prese le giuste precauzioni. Forse, di fronte al
rischio di aggravare ulteriormente il quadro sanitario europeo, la libertà di
circolazione e il turismo possono aspettare, giusto il tempo di avere maggiori
certezze.




