Non devono in alcun modo essere diffusi dati sulla salute che possano, anche indirettamente, far risalire all’identità delle persone cui si riferiscono. Potrebbe essere riassunto così il senso del parere reso, il 3 settembre 2020, dal Garante per la protezione dei dati personali su una istanza di accesso civico.
Il provvedimento interviene su una vicenda che vede “contrapposti” un giornalista che aveva chiesto una serie di dati molto specifici sui casi di “Covid-19” registrati in Valle d’Aosta e il “Responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza” della medesima Regione che ha consentito l’accesso solo a parte dei dati richiesti.
Nello specifico, il giornalista aveva presentato una richiesta di accesso civico relativo rilascio dei seguenti dati: “distribuzione dei casi di Covid-19 registrati nella regione Valle d’Aosta, suddivisi per comune, sesso, età, esito (guariti, deceduti, casi attivi), domicilio (al proprio domicilio oppure casa di riposo/microcomunità/Rsa), data delle diagnosi di infezione, numero ed esiti dei tamponi eseguiti per paziente, nonché concernenti numero, distribuzione per comune e data dei contatti telefonici della Centrale a ciò deputata con le persone prese in carico per infezione da Covid-19”.
La Regione, pur riconoscendo “l’interesse conoscitivo sotteso alla richiesta medesima”, ha consentito un accesso solo parziale al cronista, fornendo, in forma aggregata, i dati sul numero dei tamponi effettuati, divisi per Comune e sesso. Sono inoltre stati comunicati, divisi per sesso: il numero di casi positivi totali nell’intero periodo, per ogni Comune e, su base regionale, il numero di casi positivi, decessi e guarigioni.
Siamo di fronte quindi a uno dei più classici (ma non per questo di facile risoluzione) conflitti tra diritti: il diritto di cronaca e quello alla riservatezza. Particolarmente rafforzato, quest’ultimo, nella vicenda in questione, posto che ci si muove sul terreno, giustamente “minato”, della salute.
Il Garante Privacy, chiamato ad esprimersi sulla vicenda a seguito della richiesta di riesame avanzata dal giornalista, ha reputato corretto l’operato della Regione.
Ciò anche in considerazione del fatto che l’esiguità demografica che caratterizza molti Comuni della Valle d’Aosta (e ancor più le Rsa) avrebbe potuto portare, in certi casi, a risalire all’identità di alcuni soggetti coinvolti.






