Condanna per appropriazione indebita di una Società appaltatrice dell’attività di accertamento e riscossione dei tributi di un Comune

Condanna per appropriazione indebita di una Società appaltatrice dell’attività di accertamento e riscossione dei tributi di un Comune

Corte dei conti, Sezione Seconda giurisdizionale centrale d’Appello, Sentenza n. 267 del 13 novembre 2020

Oggetto:

Condanna di una Società e dei suoi Amministratori, appaltatrice dell’attività di accertamento e riscossione dei Tributi di un Comune, per appropriazione indebita: conferma Sentenza territoriale per la Puglia n. 467/2017.

Fatto:

Nel dicembre 2009, questo importante Comune (52.000 abitanti) sottoscrive un contratto di concessione (aggiornato nel 2013) per il “Servizio di gestione ordinaria, accertamento, liquidazione, riscossione volontaria e coattiva” dei propri Tributi, con una Società abilitata. Nel settembre 2015 il Comando territoriale della Guardia di Finanza invia 2 informative conseguenti ad indagini della Procura della Repubblica, dalle quali sono emessi fatti e circostanze di rilevanza penale ed amministrativa riferibili alla Società con la quale il Comune aveva il contratto di concessione. Dopo approfondite verifiche è risultato che la Società si sarebbe appropriata, nell’arco temporale 2010/2013, di somme incassate (per oltre Euro 4.300.000), nell’esercizio delle funzioni di Concessionario, e non versate al Comune. Inoltre, a seguito di ulteriori approfondimenti istruttori, la Guardia di Finanza ha accertato un ulteriore ammanco di altri Euro 300.000.

La Procura contabile contesta quindi alla Società (ed ai 3 Amministratori Unici che si sono alternati), un danno per oltre Euro 4.666.000. La Società, secondo quanto previsto dall’art.7 del Capitolato d’oneri, avrebbe dovuto incassare, sia direttamente presso i propri Uffici, sia mediante altri sistemi di pagamento …. gli importi … e riversare le somme, in tal modo incassate, alla Tesoreria del Comune a scadenza mensile posticipata entro il 20 del mese successivo a ciascun mese di riferimento. La Sezione territoriale della Corte dei conti (Sentenza n. 467/2017) afferma che “dalle risultanze documentali le somme di spettanza del Comune non solo non venivano tempestivamente riversate, nell’arco temporale considerato in citazione, ma venivano girate sul conto corrente di altra Società di proprietà della stessa Società concessionaria della riscossione”.

La difesa della Società e dei suoi Amministratori, sostiene che la stessa vantava un credito dal Comune per spese sostenute nel procedere alla riscossione coattiva.

I Giudici, citando la normativa in essere (art. 5, comma 8-bis, Dl. n. 16/2012) ritengono “che la suddetta disposizione, pur prevedendo il diritto al rimborso delle spese relative alla fase esecutiva (e, più specificatamente, di notificazione degli avvisi di accertamento, liquidazione ed esecuzione), lungi dall’ammettere modalità autoliquidative delle somme spettanti, opera sul presupposto di un accertamento compiuto dall’Amministrazione, in assenza del quale non può sopperire la compensazione con le somme anticipate dalla Società concessionaria. A maggior ragione, poi, allorquando, come nel caso di specie, la somma che i difensori asseriscono essere stata portata in compensazione si riferiscono a quelle mai riversate nelle casse comunali”. In conclusione, i Giudici affermano che, non potendo dare luogo alla compensazione eccepita dai difensori, devono essere respinte le eccezioni difensive.

La conclusione è la condanna della Società al pagamento al Comune di Euro 4.669.570,33, oltre alla rivalutazione monetaria e gli interessi di legge.

La Società ed i suoi Amministratori presentano ricorso, che viene respinto.

Sintesi della Sentenza:

I ricorrenti sostengono che, “dell’insussistenza di qualsivoglia omesso riversamento”, l’appellante osserva che “nessuna contestazione veniva formulata dal Comune in ordine al servizio espletato”, e che anzi nel dicembre 2013, lo stesso Ente aveva richiesto la proroga del Servizio.Sarebbe quindi del tutto erroneo l’assunto accusatorio secondo cui era stato provato con precisione che gli importi sottratti al Comune, nel quadriennio 2010-2013 …. ammontano complessivamente ad Euro 4.669.570,33, anche perché tali somme non sarebbero state di spettanza comunale alla luce della vigente normativa che, tanto la Procura regionale, quanto la Sezione avrebbero erroneamente interpretato e applicato, il tutto non senza considerare che si sarebbe dovuto tenere conto delle spese affrontate dal Concessionario per l’espletamento di un efficiente servizio a comprova di come non vi sarebbe stato alcun omesso versamento.

La Procura generale rassegnava le proprie conclusioni, deducendo l’infondatezza dei motivi di appello e chiedendo l’integrale reiezione di tutte le impugnazioni in atti. In udienza, i difensori degli appellanti hanno ribadito profili di gravame insistendo sull’assenza dell’elemento soggettivo e sul diritto della Società concessionaria di trattenere le somme relative agli aggi esattoriali e alle spese sostenute per l’attività di riscossione.

I Giudici di appello, nel merito affermarono che “gli appelli sono da giudicarsi infondati per le ragioni di seguito esposte. Tutti gli appellanti hanno formulato contestazioni sostanzialmente sovrapponibili e, per lo più, riproponenti difese prospettate nel primo grado di giudizio e colà motivatamente respinte. In particolare, hanno lamentato l’erroneità della Sentenza impugnata per la parte in cui non ha escluso la sussistenza del danno pur alla luce della documentazione in atti e, segnatamente, di una perizia contabile di parte, la quale avrebbe dimostrato l’assenza di qualsiasi mancato versamento alla luce delle spese sostenute nello svolgimento del Servizio che, secondo gli appellanti, la società concessionaria avrebbe avuto il diritto di trattenere dalle somme riscosse per conto e nell’interesse del Comune; a questa stregua, gli interessati hanno, conseguentemente, contestato la decisione del primo Giudice di non ritenere applicabile al caso di specie l’art. 5, comma 8-bis, del Dl. n. 16/2012, convertito con modificazioni nella Legge n. 44/2012, trattandosi di norma che avrebbe, per un verso, consentito l’allocazione contabile delle somme riscosse direttamente sul conto corrente della Società così da poterle considerare rientranti nella sua piena disponibilità; per altro verso, avrebbe legittimato la Società stessa a trattenere, sia importi corrispondenti all’ammontare degli aggi di riscossione, sia quanto necessario a compensare le spese funzionali allo svolgimento dell’attività, il tutto secondo la modalità c.d. ‘auto-liquidante’”.

I Giudici concludono affermando che, “in primo luogo, si deve osservare sul piano contabile che con il termine ‘liquidazione’ si indica una fase del procedimento funzionale all’erogazione finale di una somma di denaro, che si concretizza nella determinazione di quanto deve essere, appunto, erogato/versato. Così intesa, ben si intende che, salvo espressa e diversa previsione, la liquidazione di una somma non può essere ordinariamente rimessa all’esclusivo discernimento del creditore, giacché se così fosse sarebbe evidente come la sua quantificazione, ovvero il calcolo della somma da pagarsi a soddisfacimento del credito, sarebbe sottratta a qualsiasi controllo da parte del debitore, al quale sì spetta l’esatto adempimento della propria obbligazione pecuniaria, ma non anche quello di farsi carico di situazioni ulteriormente passive in danno della sua sfera soggettiva e patrimoniale.

Commento:

La Società concessionaria della riscossione dei Tributi dell’Ente Locale lamenta il mancato riconoscimento delle spese sostenute per il recupero coattivo degli importi accertati: per questo motivo sospende i versamenti al Comune. La Società, nel frattempo è fallita: il Comune si era inserito nel passivo per poter recuperare il credito (come da Sentenza della Corte dei conti); la richiesta è stata respinta dal Tribunale “che ha ritenuto che la natura del credito non fosse tributaria, bensì risarcitoria, condannando il Comune al pagamento, a favore della curatela, delle spese processuali quantificate in Euro 35.000” (dalla stampa locale risulta che il Consiglio comunale ha riconosciuto, alla fine del 2020, tale spesa, come debito fuori bilancio). In tutta la vicenda appare evidente che il Comune, non appena la Società ha smesso di effettuare i versamenti (integralmente o meno) di quanto aveva riscosso, non ha cercato subito di intervenire per risolvere la vertenza.

Sono quindi mancati tutti i controlli interni.

di Antonio Tirelli


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