Ici/Imu: il trattamento impositivo della separazione “di fatto”

Ici/Imu: il trattamento impositivo della separazione “di fatto”

Nell’Ordinanza n. 7238 del 15 marzo 2021 della Corte di Cassazione, il contribuente è ammesso a provare che, pur in assenza di un formale provvedimento di separazione legale, si è avuta una separazione di fatto e quindi il venire meno di quell’accordo che determina la unitarietà della residenza familiare. Disgregandosi il nucleo familiare, l’abitazione principale non potrà essere più identificata con la casa coniugale e potrà dunque anche spettare su due immobili differenti. Ai fini dell’agevolazione prevista dall’art. 8 del Dlgs. n. 504/1992, solo la separazione legale dei coniugi consente però di presumere non solo la costituzione di due autonomi nuclei familiari e quindi di 2 abitazioni principali, ma anche la persistenza nel tempo di questa condizione. Di contro, quando si invochi la mera separazione di fatto, il contribuente deve dare prova, anno per anno, della sussistenza e persistenza di questa situazione.

Il caso

Nel caso di specie, il contribuente aveva impugnato un avviso di accertamento relativo ad Ici per l’anno 2007, deducendo di avere diritto all’agevolazione prevista dall’art. 8 del Dlgs. n. 504/1992, per l’immobile adibito ad abitazione principale. 

La medesima agevolazione era stata altresì pretesa dalla coniuge del ricorrente, per altra e diversa abitazione, ove ella risiedeva con la figlia. 

Il Giudice di primo grado aveva riconosciuto il diritto all’agevolazione soltanto in favore di quest’ultima e non per il ricorrente, che aveva trasferito altrove la propria residenza. Il contribuente aveva quindi proposto appello e la Commissione tributaria regionale aveva confermato la Sentenza, rilevando che 3 coniugi con residenze anagrafiche separate non possono fruire entrambi della medesima agevolazione, poiché l’abitazione principale si identifica con il luogo di residenza del nucleo familiare. 

Avverso tale pronuncia il contribuente proponeva infine ricorso per Cassazione, lamentando la violazione dell’art. 2909 del Cc., essendo la Sentenza impugnata contrasto con il giudicato contenuto in altra decisione, emessa dalla Ctr sulla medesima questione. 

Infatti, in tale Sentenza la Commissione tributaria regionale si era espressa nel senso che la coincidenza tra casa coniugale ed abitazione principale è una presunzione che può essere superata ove il contribuente offra la prova di aver spostato altrove la propria dimora abituale per la frattura del rapporto di convivenza, pur se la separazione di fatto non sia stata formalizzata in un provvedimento giudiziale.

E sulla base di tale premessa il Giudice di secondo grado aveva dunque ritenuto che il contribuente e la moglie avessero due diverse abitazioni principali, riconoscendo ad entrambi l’esenzione di cui all’art. 8 del Dlgs. 504/1992. 

La decisione

Secondo la Suprema Corte il ricorso era infondato. 

I Giudici di legittimità evidenziano che, ai fini di fruire dell’agevolazione prevista per l’abitazione principale, norma questa di stretta interpretazione come tutte le norme che introducono esenzioni o agevolazioni tributarie, occorre che l’immobile costituisca non soltanto la residenza del contribuente ma anche la dimora abituale dello stesso e dei suoi familiari.

La norma, rileva la Cassazione, non può essere utilizzata per avallare comportamenti elusivi, quale la fittizia assunzione della dimora, o della residenza, in altro luogo da parte di uno dei coniugi al fine di creare la possibilità per il medesimo nucleo familiare di godere due volte dei benefici per la abitazione principale.

La residenza familiare, fissata di comune accordo dai coniugi ai sensi dell’art. 144, del Cc., è del resto una ed una soltanto, anche se entrambi i coniugi possono avere domicili diversi in relazione a specifiche esigenze, ad esempio di tipo lavorativo, laddove ciò che assume rilevanza per beneficiare della agevolazione non è la residenza dei singoli coniugi bensì quella della famiglia.

La unitarietà della residenza familiare – sottolinea la Cassazione – viene meno a seguito di separazione legale tra i coniugi perché con essa cessa l’obbligo di convivenza di cui all’art. 143 del Cc. Il contribuente – dice ancora la Corte – è comunque però ammesso a provare che, pur in assenza di un formale provvedimento di separazione legale, si è avuta una separazione di fatto e quindi il venire meno di quell’accordo che determina la unitarietà della residenza familiare; disgregandosi il nucleo familiare l’abitazione principale non potrà quindi in tal caso essere più identificata con la casa coniugale.

Tanto premesso in termini generali, venendo al caso di specie, la Corte rileva però che la statuizione della Sentenza della Ctr, di cui il contribuente invocava il giudicato, era fondata sull’accertamento della separazione di fatto dei coniugi, ossia della frattura del rapporto di convivenza per intollerabilità e quindi della formazione di due autonomi nuclei familiari. 

Nel giudizio in esame, invece, la questione che si prospettava era diversa e riguardava – come già rilevato dal Giudice di appello – il caso del mero trasferimento della residenza anagrafica dall’immobile in cui risiedeva la famiglia (moglie e figlia) ad altro immobile. E l’accertamento in ordine alla situazione familiare del ricorrente, operato dal Giudice di merito degli anni 2005–2006, secondo la Cassazione, non poteva automaticamente estendersi all’anno 2007, non essendovi stata tra i coniugi una separazione legale. 

Ai fini della agevolazione prevista dall’art- 8 del Dlgs. n. 504/1992 – ribadisce la Cassazione – solo la separazione legale dei coniugi consente di presumere non solo la costituzione di 2 autonomi nuclei familiari e quindi di due abitazioni principali, ma anche la persistenza nel tempo di questa condizione, salvo che si provi la riconciliazione tra i coniugi. Di contro, quando si invochi, al fine di fruire dell’agevolazione in parola, la mera separazione di fatto, il contribuente deve dare prova, anno per anno, della sussistenza e persistenza di questa situazione, poiché ogni anno di imposta è autonomo e il giudicato formatosi su alcune annualità fa stato con riferimento anche ad annualità diverse solo in relazione a quei fatti che costituiscono elementi costitutivi della fattispecie a carattere tendenzialmente permanente ma non con riferimento ad elementi variabili, laddove “variabile” deve appunto anche considerarsi una situazione di fatto non formalizzata in una separazione legale. 

Osservazioni

La Sentenza in commento ritorna su un tema su cui recentemente si sono già avuti altri precedenti della medesima Corte.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 24538/2020, aveva infatti affermato che, ai fini della spettanza della detrazione e dell’applicazione dell’aliquota ridotta prevista per le “abitazioni principali”, un’unità immobiliare può essere riconosciuta abitazione principale solo se costituisca la dimora abituale non solo del ricorrente, ma anche dei suoi familiari, non potendo sorgere il diritto alla detrazione nell’ipotesi in cui tale requisito sia riscontrabile solo nel ricorrente ed invece difetti nei familiari. 

Secondo la citata Cassazione, occorre dunque distinguere l’ipotesi in cui due coniugi, non separati legalmente, abbiano la propria abitazione in due differenti immobili, da quella, in cui risulti accertato che il trasferimento della dimora abituale di uno dei coniugi sia avvenuto “per la frattura del rapporto di convivenza, cioè di una situazione di fatto consistente nella inconciliabilità della prosecuzione della convivenza, sotto lo stesso tetto, delle persone legate dal rapporto coniugale, con conseguente superamento della presunzione di coincidenza tra casa coniugale e abitazione principale” (per la differenziazione di tali ipotesi vedasi l’Ordinanza Corte di Cassazione n. 12050/2018). 

Nel primo caso infatti, il nucleo familiare (inteso come unità distinta ed automa rispetto ai suoi singoli componenti) resta unico, ed unica pertanto potrà essere anche l’abitazione principale ad esso riferibile, con la conseguenza che il contribuente il quale dimori in un immobile di cui sia proprietario (o titolare di altro diritto reale) non avrà alcun diritto all’agevolazione se tale immobile non costituisca anche dimora abituale dei suoi familiari, non realizzandosi in quel luogo il presupposto della “abitazione principale” del suo nucleo familiare. 

Nel secondo caso invece, la frattura del rapporto di convivenza tra i coniugi, intesa quale separazione di fatto, comporta una disgregazione del nucleo familiare e, conseguentemente, l’abitazione principale non potrà essere più identificata con la casa coniugale. 

E’ opportuno però evidenziare come la Sentenza in commento (e il precedente ora richiamato) potrebbe sotto certi aspetti essere visto in controtendenza rispetto ad altri precedenti giurisprudenziali della stessa Cassazione. E così, la Suprema Corte, con l’Ordinanza n. 14596/2019, aveva a tal proposito stabilito che, in tema di Ici, ai fini della spettanza della detrazione prevista per le abitazioni principali, occorre che il contribuente provi che l’abitazione costituisce dimora abituale non solo propria, ma anche dei suoi familiari, a nulla rilevando la situazione di separazione di fatto, che è peraltro una situazione transitoria, suscettibile di essere revocata in qualsiasi momento dagli stessi coniugi; potendo dunque far presumere che la mancanza della separazione legale possa assumere la valenza di una presunzione legale assoluta, contro cui non possa neppure essere fornita prova contraria. Evidenziava altresì in quell’occasione la Corte che le agevolazioni fiscali sono del resto di stretta interpretazione e richiedono presupposti certi, quali appunto, nel caso di separazione, un provvedimento giurisdizionale che riconosca la definitiva frattura del rapporto coniugale. E ancora la Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 7436/2019, aveva affermato che non ha rilievo, ai fini dell’agevolazione Ici sull’abitazione principale, la circostanza della separazione di fatto tra i coniugi, formalizzatasi in separazione legale soltanto successivamente. 


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