Iva: in quali casi rientrano nell’attività d’impresa le tariffe percepite dal Comune per celebrare i matrimoni ?

Iva: in quali casi rientrano nell’attività d’impresa le tariffe percepite dal Comune per celebrare i matrimoni ?

di Francesco Vegni

Il testo del quesito:

Il nostro Comune per la celebrazione dei matrimoni ed unioni civili ha deliberato un tariffario. Dovendo ora disciplinare in modo organico e compiuto la materia delle celebrazioni di matrimoni ed unioni civili in apposito regolamento comunale, ci chiediamo come comportarci riguardo all’applicazione dell’Iva, alla luce di quanto espresso nella Risoluzione Entrate n. 236/E del 2007.

Precisiamo che:

– le tariffe escluse da Iva sono state istituite dal Servizio di ‘Stato civile’ come rimborsi per le spese di personale, per le utenze (luce, riscaldamento …);

– le tariffe riferite all’uso delle sale e del cortile sono regolamentate (in Iva) dal Servizio ‘Cultura’, perché date abitualmente a nolo in diverse occasioni e manifestazioni culturali e di interesse sociale”.

La risposta dei ns. esperti:

In merito alla questione richiestaci, ad avviso degli scriventi rilevano ai fini dell’Iva soltanto le tariffe previste per sale di pregio alternative a quelle che istituzionalmente deve garantire il Comune (es. Ufficio del Sindaco, sala Giunta), per le quali le tariffe si considerano fuori campo Iva ex art. 4, comma 5, del Dpr. n. 633/1972, in quanto entrate rientranti nella funzione istituzionale del Comune e quindi nell’esercizio dei poteri autoritativi.

Se viene offerta una alternativa di maggior pregio e con tariffa maggiore, riteniamo che gli sposandi non vadano a rimborsare le spese (es. pulizie, energia, ecc.) che la funzione istituzionale che il Comune deve garantire determina, ma vadano di fatto a pagare un canone per usufruire di una location di pregio e quindi il Comune si ponga in concorrenza con un potenziale mercato privato, motivo per cui si rientra nell’esercizio di impresa dovendo applicare l’Iva con aliquota 22% a tali tariffe.

La suddetta impostazione, suggerita da sempre dagli scriventi ai Comuni, appare pienamente in linea con quella illustrata nel testo del quesito, anche nella divisione di competenze tra Uffici.

In merito alla Risoluzione citata – a suo tempo commentata su Entilocalinews – l’Agenzia delle Entrate, rispondendo ad un quesito formulato da un Comune, aveva chiarito che la celebrazione di matrimoni civili fuori dell’orario d’ufficio o in una sede comunale staccata dal Municipio non è attività commerciale assoggettabile a tassazione e, pertanto, i relativi costi addebitati agli sposi (personale, pulizie, consumo di energia elettrica) non devono essere assoggettati a Iva.

Ricordiamo che, ai sensi degli artt. 106 e 107 del Codice civile, i Comuni gestiscono il Servizio di “Stato civile”. In particolare, le funzioni sono esercitate dal Sindaco (o da un suo delegato), che agisce nella veste di Ufficiale governativo e sovrintende alla tenuta dei Registri di Stato civile.

L’attività di celebrazione dei matrimoni costituisce la modalità di espletamento del Servizio di “Stato civile” posto in essere dal Sindaco che, in tale veste, rappresenta un Pubblico Ufficiale.

Sostanzialmente, attraverso questa attività, il Comune esercita funzioni di natura pubblicistica, che si espletano nell’assolvimento degli adempimenti previsti, quali ad esempio la lettura degli articoli del Codice civile concernenti i diritti e i doveri dei coniugi, la ricezione delle dichiarazioni di volontà dei coniugi medesimi, la compilazione dell’atto di matrimonio nei Registri dello Stato civile.

La Risoluzione aveva evidenziato come elemento prevalente quello inerente la carenza del presupposto soggettivo, considerando anche la forma in cui la stessa attività si espleta di fatto (celebrazione del matrimonio fuori dall’orario di ufficio e in immobili diversi dalla sede municipale). Tale attività non sembra svolgersi, a parere dell’Agenzia, attraverso una particolare organizzazione d’impresa e, pertanto, non avendo natura commerciale, non è soggetta all’applicazione del Tributo. In merito a tale questione, pur condividendo a suo tempo in linea generale l’impostazione adottata dai tecnici delle Entrate, specie nel caso in cui le somme richieste agli sposi si configurino come rimborso delle spese “vive” sostenute dal Comune (es. utenze, pulizie, ecc.), evidenziammo già allora che nel caso di matrimoni civili celebrati in locali diversi dalla sede comunale, adibiti abitualmente ad attività commerciale (es. un immobile storico all’interno del quale è presente un museo con ingresso a pagamento che costituisce attività commerciale gestita direttamente dal Comune), per gli scriventi l’Ente potrebbe richiedere agli sposi la corresponsione di un canone per l’uso temporaneo dei locali (in base ad esempio ad apposite tariffe deliberate dalla Giunta comunale), il quale, qualora l’attività non sia del tutto occasionale ma consista in un servizio offerto abitualmente ai cittadini, deve essere assoggettato ad Iva ad aliquota 22%, alla stregua di un qualsiasi canone di concessione o locazione commerciale, ai sensi dell’art. 3, comma 2, n. 1), del Dpr. n. 633/1972 e dell’art. 4 (esercizio di impresa) del Dpr. n. 633/1972.


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