La giornata parlamentare – 26 luglio 2019

La giornata parlamentare – 26 luglio 2019

Di Maio e Salvini riaprono il dialogo, ma è gelo con Conte

È l’ora del grande gelo a Palazzo Chigi. Matteo Salvini e Luigi Di Maio si vedono, per la prima volta a tu per tu da settimane, senza avvertire Giuseppe Conte, riannodano i fili di un dialogo ma non accorciano le distanze: sulla manovra tra M5S e Lega la tensione è già altissima, con una frenata pentastellata sulla flat tax. Ma è con il premier che la tensione è ai massimi livelli. Mentre i due vice sono riuniti nella sede della presidenza, il presidente del Consiglio esce a piedi per andare a pranzo in un ristorante con il suo staff. “Dobbiamo lavorare, non chiacchierare”, dice lapidario e respinge sdegnato i sospetti nati nello stesso governo: “È pura fantasia che io voglia una nuova maggioranza o farmi un partito”. 

Matteo Salvini, dopo essere passato all’incasso sulla Tav, punta dritto alla flat tax e arriva a evocare le elezioni anticipate. Le incognite che gravano sul Governo sono ancora molte, tanto che un dirigente pentastellato ammette: “Non so se sia recuperabile il rapporto con la Lega”. Giuseppe Conte avrebbe chiarito con Luigi Di Maio la vicenda dell’uscita dall’Aula dei senatori M5S mercoledì, mentre lui parlava, ma tra i Cinque Stelle montano l’insofferenza e le fibrillazioni dopo il via libera alla Tav e soprattutto verso il decreto sicurezza bis che ieri è stato approvato dalla Camera senza il voto di 17 membri del gruppo pentastellato tra cui quello del presidente Roberto Fico

La temperatura è rovente soprattutto tra Conte e il vicepremier leghista. Giuseppe Conte viene descritto parecchio irritato per essere stato accusato di un tentativo di ribaltone e lo dice: in caso di crisi governo “andrei in Parlamento per trasparenza e non per una nuova maggioranza, bisogna volare alto e non ragionare con i peggiori schemi della prima Repubblica”. Ma Salvini scrolla le spalle, e contrattacca: “Mi interessano meno di zero” le parole di Conte su Savoini, dichiara nelle ore in cui il Pd formalizza la mozione di sfiducia nei suoi confronti. 

Sullo sfondo, resta il rischio di una crisi politica. Perché è vero che Matteo Salvini dopo aver parlato per un’ora con Luigi Di Maio dichiara che il Governo va avanti, ma in casa Lega, pur raccontando un rapporto personale buono, smorzano l’ottimismo di fonti pentastellate che descrivono i due vicepremier andare avanti spalla a spalla. Nella maggioranza si diffonde l’impressione di un asse tra i leader di M5S e Lega che esclude Conte, ma anche questa immagine viene sementita dai leghisti. Il punto, affermano, è che la durata del Governo si misurerà sulle cose concrete: non servono faccia a faccia, ma risposte. E serve un premier che torni al suo ruolo di arbitro, senza protagonismi. 

Mattarella, io arbitro, non faccio le scelte politiche 

Sergio Mattarella torna ancora a parlare del ruolo centrale dell’Unione europea, fuori dalla quale “non c’è futuro per l’Italia”, difendendone la missione. Ma il suo messaggio viene letto in ambienti parlamentari come un avvertimento alla maggioranza gialloverde. “Le istituzioni di governo hanno bisogno di un clima di fattiva collaborazione, lungi dalla conflittualità, per poter assumere decisioni tempestive per la vita del Paese”, ammonisce il presidente della Repubblica alla cerimonia del Ventaglio. “Il capo dello Stato è arbitro e non compie scelte politiche”, rimarca Mattarella, “ma richiama al rispetto del senso delle istituzioni”. Un monito chiaro in un discorso che tocca diversi temi, dalle elezioni europee, che aprono “una fase nuova per l’Ue, con una richiesta di cambiamento per una maggiore solidarietà”, fino ai magistrati e alla libertà di stampa.  

Per Mattarella “aver evitato la procedura d’infrazione ha scongiurato uno scenario che avrebbe ipotecato il futuro dell’Italia”; “Appare sempre più evidente l’esigenza e l’importanza capitale di non essere isolati”, dice il presidente che torna a criticare “i Paesi Ue piccoli e quelli che ancora non si sono resi conto di essere piccoli anch’essi”. Ieri aveva attribuito agli Stati fondatori dell’Unione un concorso di colpa nel rischio di glaciazione della vita politica in Europa. 

Mattarella passa quindi alla situazione interna. “La lunghissima campagna elettorale conclusasi due mesi fa ha creato forti tensioni anche all’interno della maggioranza”, dice, invocando invece “un clima di fattiva collaborazione”. Il Quirinale, sottolinea, “non compie scelte politiche, che spettano al Parlamento”, ma rivendica il suo ruolo di arbitro, un’apparente risposta a chi, di recente, ha attribuito al Colle l’intenzione di non convocare elezioni in caso di crisi di governo

Manovra, al via incontri a Chigi. Ma Salvini pungola: serve più coraggio

Dopo gli incontri al Viminale, voluti da Matteo Salvini, le parti sociali vengono invitate a Palazzo Chigi. È un binario parallelo e inizia dal capitolo fisco, sotto la guida del premier Giuseppe Conte, con il vice Luigi Di Maio seduto alla sua sinistra. Ma l’altro vice, quello leghista, non c’è. Anzi, commentando da fuori, preannuncia la prossima sfida: serve una manovra economica coraggiosa, anche sfidando Bruxelles. Salvini si era detto pronto ad anticipare la legge di Bilancio ad agosto ma Conte frena. Il premier aveva già sminuito le riunioni organizzate al Viminale dal suo ministro dell’Interno e ora sottolinea che serve una fase d’ascolto da lui coordinata, che proseguirà con altri due incontri su Sud e Lavoro, i prossimi due lunedì. Solo dopo si aprirà il vero cantiere della manovra.

Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria, che ha partecipato al confronto presieduto da Conte, sottolinea che il deficit sarà molto contenuto e verrà disinnescato l’aumento dell’Iva. Il professore di Tor Vergata, inoltre, sottolinea che gli 80 euro di Matteo Renzi “avranno un altro nome, ma magari anziché 80 diventeranno 90”; ad ogni modo, il messaggio è che non ci sarà una perdita per i beneficiari coinvolti. Ma è proprio lui a diventare vittima di Salvini: “Se il Ministro dell’Economia pensa di fare una manovra da robetta non sarà il nostro Ministro dell’Economia. Voglio un Governo che fa l’interesse del popolo italiano”, tuona il vicepremier leghista in serata da Golasecca (Varese), “Se non abbassiamo le tasse alle imprese ora la metà delle imprese tra un anno chiude”. 

E avvisa: “Ce lo dicano: se la squadra è compatta si va avanti, altrimenti non scaldo la poltrona e un parere lo chiederemo a voi”. Dal canto suo, Giuseppe Conte mette le mani avanti: per ora non c’è alcun progetto pronto, solo a settembre arriverà una proposta concreta e condivisa dall’intero esecutivo. I sindacati, i primi ad essere ricevuti a Palazzo Chigi, escono ribadendo di volere un fisco più leggero per dipendenti e pensionati, magari arrivando ad una detassazione completa per i premi di produttività.

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, altro ospite del premier, pungola l’esecutivo: a suo parere, il taglio del cuneo fiscale di 4 miliardi a favore degli imprenditori, annunciato dal vicepremier Luigi Di Maio, è troppo contenuto. La preoccupazione di Confindustria viene rilanciata immediatamente dal Carroccio: Massimo Bitonci, sottosegretario leghista al Mef, invita i colleghi dell’esecutivo a essere più coraggiosi, con una sforbiciata più ambiziosa: “Non servono mini-interventi, di cui nessuno si accorge”, attacca. Lo stesso Matteo Salvini chiede “un forte taglio di tasse, eventualmente aprendo un confronto con l’Europa”. Il vicepremier ammette che una simile mossa “non la fai se obbedisci alle imposizioni di Bruxelles riga per riga”. 

A cura di Nomos Centro Studi parlamentari

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