La giornata parlamentare del 5 marzo 2021

La giornata parlamentare del 5 marzo 2021

Dopo giorni di polemiche, Zingaretti si è dimesso da segretario del Pd

Nicola Zingaretti si è dimesso da segretario del Pd. La misura è colma: “Dopo che anche il suo appello alla lealtà è caduto nel vuoto, ha capito che il problema era lui e gli attacchi sarebbero continuati”. Di qui la scelta di compiere “un atto d’amore” per il Pd e farsi da parte; “Continuerà a far politica da presidente di Regione, come Bonaccini o Zaia”. Il passo indietro, annunciato su Facebook a metà pomeriggio, è per i più un fulmine a ciel sereno. Il segretario “immobile” diventa in un istante l’epicentro di un terremoto interno incomprensibile ai più. “Nessuna mossa di poker, quelle le lasciamo a qualcun altro”, ripetono i fedelissimi, piuttosto uno sprint dettato dalla “consapevolezza” che, a fare le spese “dell’assedio continuo” al Nazareno, sarebbe stato il Pd. Zingaretti per spiegarlo usa parole dure: “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”. Zingaretti ripercorre la storia dei suoi due anni da segretario: con il Pd ereditato “isolato e morto, all’indomani delle Politiche del 2018, al “sorpasso” al M5S alle Europee e poi “primo partito, davanti alla Lega” alle ultime Amministrative. “Ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione. Non è bastato”, ammette. Di qui la scelta di lasciare, “visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito”, che “non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì ucciderebbe il Pd”. 

La botta è forte. Poi, passata la sorpresa, a moltiplicarsi sono le richieste di ripensamento. “Il gesto di Nicola Zingaretti impone a tutti di accantonare ogni conflittualità interna, ricomponendo un’unità vera del partito attorno alla sua guida”, dice Dario Franceschini. “È comprensibile l’amarezza del segretario per gli attacchi ingiustificati e ingenerosi che si sono susseguiti in questi giorni. Credo che la sua scelta implichi e richieda uno scatto e una risposta unitaria, credo che unitariamente si debba chiedere a Zingaretti di ripensare la sua decisione”, aggiunge il vicesegretario Andrea Orlando, mentre Luigi Zanda chiede chiaramente all’Assemblea nazionale, in calendario il 13 e 14 marzo, di “respingere le dimissioni all’unanimità”. “La decisione di Nicola Zingaretti mi addolora. Ne comprendo le ragioni. Spero ci sia lo spazio per un ripensamento”, incalza il fedelissimo Goffredo Bettini. Nelle prime ore, significativo, è invece il silenzio di Base riformista, area guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti che a più riprese, negli ultimi giorni, ha chiesto il congresso e un cambio di linea. È il ministro della Difesa a rompere gli indugi: “Mi auguro davvero che Zingaretti ci ripensi e ritiri subito le sue dimissioni. In un grande partito come il nostro è normale e legittimo che convivano posizioni diverse. Ciò di cui sono certo è che tutti abbiamo a cuore il PD e ci sentiamo responsabili verso l’Italia e gli italiani. Resta silente l’area dei Giovani turchi, che fa riferimento a Matteo Orfini e non ha risparmiato critiche al segretario negli ultimi tempi. 

Anche alcuni alleati si spendono per il segretario. Lo sente al telefono Giuseppe Conte, che definisce Zingaretti “un leader solido e leale, che è riuscito a condividere, anche nei passaggi più critici, la visione del bene superiore della collettività” e anche il capo politico M5S Vito Crimi gli riconosce “un forte spirito di collaborazione e abnegazione”. Adesso la partita si giocherà in Assemblea nazionale: Zingaretti ha la maggioranza schiacciante (il 66% dei consensi, almeno sulla carta) e se dovesse arrivare la richiesta unanime di tornare indietro e segnali di tregua tangibili potrebbe essere difficile per il leader non ripensarci. 

Il Governo rinvia le elezioni amministrative, si voterà in autunno

Il Governo sceglie di rimandare il voto negli oltre 1200 Comuni e anche le regionali in Calabria. Sono 12 milioni le persone coinvolte e l’allarme per l’aumento dei contagi è troppo alto per consentire campagne elettorali in sicurezza prima dell’estate. Siglata l’intesa fra i partiti, è stato il Consiglio dei ministri a sugellare la decisione con l’approvazione di un decreto legge ad hoc. L’appuntamento è fra il 15 settembre e il 15 ottobre ma è possibile che si decida per un election day. Sarà però su due giorni per garantire maggiore sicurezza: una data probabile è quella del 10 e 11 ottobre. RomaMilanoNapoliTorino e Bologna, tra i capoluoghi, dovranno dunque aspettare per vedere rinnovati i vertici delle amministrazioni cittadine, e aspetterà anche Siena, dove si voterà per le suppletive della Camera dopo che Pier Carlo Padoan si è dimesso per passare ai vertici di Unicredit. D’altro canto che andare alle urne in piena pandemia sia un rischio da evitare, laddove sia possibile, è stato lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordarlo quando ha conferito l’incarico a Mario Draghi. E per facilitare le operazioni, solo per il 2021 e solo per le elezioni Comunali e circoscrizionali, il numero minimo di firme richieste per la presentazione delle liste e candidature è inoltre stato ridotto ad un terzo. Lo slittamento era atteso, conferma il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio Decaro, che pronostica il voto per i primi di ottobre, quando si spera di “arrivare in una situazione in cui il contagio si sarà abbassato e i vaccini avranno coperto buona parte della popolazione”, evitando al contempo una campagna elettorale sotto l’ombrellone. 

In Calabria resta dunque alla guida della Regione Nino Spirlì, che ne ha preso il comando dopo la morte di Jole Santelli. Le elezioni erano fissate per l’11 aprile ma ora saranno nuovamente rinviate. Si tratta di una scelta dettata da ragioni “politiche”, attacca Luigi De Magistris, sindaco del capoluogo partenopeo e candidato alla guida della Calabria, dove ha speso gran parte della sua vita lavorativa da magistrato. E se è vero “che tutti speriamo che” per l’autunno “i vaccini siano milioni, ricordiamo anche che sarebbero appena ricominciate le scuole e bisognerebbe nuovamente chiuderle”. La scelta di rinviare campagna elettorale ed elezioni all’autunno infatti sarebbe stata dettata anche dall’esigenza di evitare che i ragazzi e le ragazze perdano altri giorni di scuola. Dopodiché i partiti, nel centrosinistra come nel centrodestra, sono ancora lontani dall’aver chiuso sui candidati da presentare: con l’eccezione di Beppe Sala a Milano e Virginia Raggi a Roma (dove però il quadro non è definito e ci potrebbero essere sorprese), non sono stati ancora individuati i candidati; avere più tempo per scegliere chi correrà nelle grandi città rappresenta quindi un’opportunità.

Il Pd ha chiesto a Gualtieri di candidarsi a Roma

Nella convulsa giornata vissuta dal Pd si registra un’accelerazione in vista della scelta del candidato per il voto in Campidoglio. Ieri si è svolto un incontro tra il segretario Pd del Lazio Bruno Astorre, quello romano Andrea Casu e Roberto Gualtieri. Al centro della conversazione la possibilità che l’ex ministro del Tesoro possa essere il candidato dem a Palazzo Senatorio, ipotesi su cui si sta ragionando da alcune settimane visto che corrisponde all’identikit del nome di peso che il Pd cerca da mesi per la Capitale. I due segretari avrebbero chiesto all’ex ministro la disponibilità a correre alle prossime comunali; da parte sua Gualtieri si sarebbe detto onorato della proposta ma avrebbe chiesto altro tempo per riflettere sulla possibilità e studiare i dossier legati alla Capitale. Vista la situazione d’incertezza sulla guida del partito, ogni decisione dovrebbe arrivare dopo l’assemblea dem del 13 e 14 marzo, subito dopo l’annuncio delle dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria, e non sono mancate le voci di suo possibile coinvolgimento nella corsa per il Campidoglio. A Roma Zingaretti ha costruito tutta la sua carriera politica e già nel 2012 era il candidato in pectore per il Comune, prima di venire dirottato sulla Regione Lazio vista la conclusione anticipata della giunta di Renata Polverini. L’entourage di Zingaretti ha sempre escluso la possibilità, di cui si vocifera dalla scorsa estate, che il governatore possa abbandonare anzitempo il Lazio per tentare di diventare sindaco, anche perché proprio in questi giorni si sta concretizzando l’apertura della sua giunta regionale ai 5 stelle, una mossa che, in prospettiva, guarda anche alle elezioni amministrative per tentare di rafforzare l’alleanza giallorossa, sullo schema della coalizione che ha sostenuto il secondo governo di Giuseppe Conte. Di sicuro l’allargamento della maggioranza in Regione non incontra il favore di Virginia Raggi, che legge la mossa come un tentativo di provare a metterla all’angolo nella corsa per tentare il bis; i consiglieri a lei vicini parlano di scelta “in contrapposizione alla Raggi”. La sindaca non intende fare un passo indietro in favore di un’alleanza organica M5S-Pd già dal primo turno nè i dem vogliono sostenerla: un muro contro muro di cui potrebbe avvantaggiarsi il centrodestra, che però sembra attendere la scelta da parte dei rivali prima di schierare il suo candidato. 

Grillo suona carica Mite ma Rousseau lancia il Manifesto controvento

Per il M5S due fronti aperti e una strada nuova da costruire, che si fa sempre più stretta. Nel giro di poche ore, proprio mentre Beppe Grillo dal suo blog lancia il nuovo grido di battaglia con la “Rivoluzione MiTe del Movimento”, e Nicola Zingaretti annuncia le dimissioni, rimettendo in discussione l’asse con quello che è stato il principale alleato nell’ultimo anno e mezzo, l’associazione Rousseauannuncia il suo “Manifesto Controvento”. Uno scenario a dir poco complesso. A preoccupare di più, però, è la mossa di Davide Casaleggio, che mercoledì prossimo lancerà quello che assomiglia tanto a un nuovo partito: “Non è più tempo di avere sogni moderati”, è l’attacco lanciato dall’associazione sul Blog delle stelle. Un fulmine a ciel sereno, che coglie quasi tutti impreparati. Il tono sembra quello di un preciso atto di accusa verso il Movimento: “Per tornare a volare alto dobbiamo anteporre le idee alle persone, le riforme alle poltrone”. Ma è il fine quello che lascia l’amaro in bocca in casa pentastellata, perché in molti immaginano già la nascita di un movimento parallelo. Del resto, Casaleggio non fa nulla per evitare certi ragionamenti: Il Manifesto “vuole essere un codice etico di riferimento per la nostra azione, ma anche un perimetro solido e ben definito di termini e condizioni di utilizzo dell’ecosistema” della piattaforma, e richiama anche i capisaldi del grillismo: “È liberamente e continuamente ispirato da idee di Dario Fo, Adriano Olivetti, Francesco d’Assisi, Mahatma Ghandi, Giorgio Gaber, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio”.

Il programma è speculare a quello di Beppe Grillo, che fonda sulla Transizione ecologica il futuro dei Cinque Stelle, puntando al 2050. “In un anno tutto è cambiato. Per restare fedele a sé stesso cambia anche il Movimento 5 Stelle. Cambia parole. Cambia metodo. ‘O con le buone o con le buone’ è ora il nostro motto”, scrive il comico genovese sul suo blog. Abbonando gli errori (“Solo chi non fa non sbaglia”) e rilanciando la fiducia condizionata a Mario Draghi: “Come altri banchieri centrali e statisti in altri Paesi dice di aver capito qual è la vera sfida del secolo: Lasciare un buon Pianeta, non solo una buona moneta. Lo prendiamo in parola”. Ad animare il dibattito interno, però, è Rousseau. Non va per il sottile il ministro delle Politiche agricole, forestali e alimentari Stefano Patuanelli che a LaPresse commenta: “Auguri a Rousseau. Il Movimento non va di bolina ma col vento in poppa e con Conte”. Duro anche il commento della deputata Mirella Liuzzi: “Prendo atto che Rousseau, un servizio a disposizione del Movimento 5 Stelle e finanziato dagli eletti, ha deciso di creare un partito autonomo. Buona fortuna e buon percorso”. Stesso mood anche per la capogruppo M5S in Copasir Federica Dieni che va oltre: “Credo che il nostro percorso insieme sia ufficialmente finito qui. Da società di servizio, a disposizione del M5S, a partito avversario è un attimo”. 

A cura di Nomos Centro Studi parlamentari

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