Rimborsi per assenza da lavoro: condannato Amministratore comunale per truffa

Rimborsi per assenza da lavoro: condannato Amministratore comunale per truffa

Corte dei conti – Sezione prima giurisdizionale centrale d’Appello – Sentenza n. 106 del 21 gennaio 2014

di Antonio Tirelli

 

Oggetto

Condanna di un Amministratore comunale per truffa per aver alterato il suo rapporto di lavoro al fine dei rimborsi previsti: conferma della Sentenza n. 160/11 della Sezione territoriale per il Piemonte.

Premessa

In questo importante Comune capoluogo di Provincia, un Consigliere comunale (poi successivamente eletto Presidente del Consiglio comunale) chiedeva ed otteneva il pagamento, per gli anni dal 2003 al 2008, di un importo di oltre 760.000 Euro, a favore di una impresa edile, attestando la qualifica di Dirigente, ed essendo ragguagliato per le sue ore di assenza dal lavoro, a norma degli artt. 79 e 80 del Tuel. L’interessato era stato rinviato a giudizio della Procura della Repubblica presso il Tribunale penale e condannato, in solido con il titolare dell’Impresa edile, con Sentenza definitiva nel marzo 2013. La Procura della Corte dei conti, sulla base del rinvio a giudizio in sede penale, citava il Consigliere comunale per ottenerne la condanna anche contabile. La Sezione territoriale per il Piemonte, con Sentenza n. 160/11, accoglie le richieste dell’accusa e condanna l’uomo politico al rimborso al Comune dell’importo richiesto (Euro 760.000). L’interessato presenta ricorso in appello, che viene respinto perché “non risulta prova della condotta dell’appellante” da cui possa scaturire “un quadro sconfortante di abnormi retribuzioni a fronte di attività minimali, spesso millantate e comunque mai dimostrate”.

Sintesi della Sentenza

La Sentenza di primo grado ha condannato l’interessato al pagamento in favore del Comune della somma di Euro 760.140,64, oltre rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giustizia, per avere “all’epoca dei fatti considerati (2003-2008), nella qualità di Consigliere comunale prima e di Presidente del Consiglio comunale dall’11 gennaio 2007, truffato il predetto Comune, rappresentando di essere Dirigente di Società operanti nel campo dell’edilizia con spettanza di compensi in misura abnorme rispetto al volume di affari delle predette Società, alla loro effettiva operatività, nonché alla loro oggettiva consistenza, ottenendo di conseguenza rimborsi per le giornate e le ore di assenza dal servizio in occasione delle sedute del Consiglio comunale per un ammontare, negli anni dal 2003 al 2008, pari ad Euro 760.140,64”.

Per tali fatti, la Procura della Repubblica presso il Tribunale aveva chiesto il rinvio a giudizio in data 22 ottobre 2009 dell’allora Consigliere comunale in concorso con il legale rappresentante delle Società presso le quali il primo avrebbe prestato la propria attività. Il Gip presso il Tribunale disponeva a sua volta il sequestro preventivo di una serie di beni, mobili e immobili e di conti correnti come beni soggetti a confisca obbligatoria per equivalente, in caso di condanna.

Il Tribunale condannava il Consigliere alla pena di anni 4 di reclusione e, in solido con il socio dell’Impresa edile, al risarcimento del danno nei confronti della parte civile costituita, per un importo di 850.000 Euro. Successivamente, la Corte di appello ha confermato la Sentenza penale di primo grado condannando i 2 soggetti a 2 anni e 9 mesi di reclusione e stabilendo il pagamento di un risarcimento al Comune per un ammontare di 812.000 Euro. Risulta in atti che è in corso un ulteriore giudizio penale per i medesimi comportamenti riferibili al periodo ottobre/dicembre 2008.

Avverso la Sentenza comminata in primo grado dalla Corte dei conti, l’allora Consigliere comunale ha interposto appello, eccependo tra l’altro l’insussistenza nel merito della responsabilità amministrativa e ha chiesto, in via subordinata, la riduzione dell’addebito. In via istruttoria, ha infine chiesto l’ammissione di mezzi istruttori così come richiesti ed articolati nella comparsa di costituzione e risposta ritualmente depositata. La difesa insiste poi ancora sulla intervenuta prescrizione dell’azione contabile. Sostiene infatti che non sia ipotizzabile l’occultamento doloso e conseguentemente la prescrizione della pretesa risarcitoria dei fatti relativi al periodo 2003/2005.

Al riguardo, affermano i Giudici d’appello, “non può non rammentarsi che costante giurisprudenza di questa Corte ha conformemente affermato che la sussistenza di un parallelo procedimento penale per i fatti di cui è contestazione anche in questa sede determina una sorta di decorrenza convenzionale del quinquennio previsto dalla legge ai fini dell’esercizio dell’azione. Qui, infatti, la questione non è data dalla circostanza che la condotta illecita sia stata o meno occultata dolosamente, quanto piuttosto dal fatto che la notizia penale, perché possa essere considerata ai fini dell’azione amministrativa/contabile, deve assumere una sua particolare qualificazione e riconoscimento attraverso un atto specifico del giudice penale, integrato dal rinvio a giudizio dell’imputato. Ed è questo il momento nel quale riconoscere il dies a quo del periodo prescrizionale. E ciò è tanto vero che, ai sensi di legge (art. 129, comma 3, delle Disposizioni di attuazione del Codice di procedura penale), è proprio da tale momento che scatta l’obbligo di informativa indirizzata alla Procura della Corte dei conti”.

Venendo al merito della questione, l’appellante lamenta l’omessa motivazione in ordine alla mancata assunzione di elementi di prova di natura decisiva in relazione alla dimostrazione del carattere effettivo della attività lavorativa del convenuto e, sostanzialmente, l’assenza nel merito della responsabilità.

In altre parole, l’appellante sostiene che l’attività lavorativa presso le Società coinvolte sarebbe stata effettivamente prestata e che non sarebbe stata consentita l’escussione di testimone a dimostrazione di ciò ed a confutazione della deposizione resa da un soggetto.

La vicenda singolare della fattispecie in esame è costituita, ad avviso del Collegio, dal fatto che “la difesa dell’odierno appellante si attesta su una cospicua serie di testimonianze volte a dimostrare la liceità della condotta del proprio assistito. Nell’atto di appello, infatti si spendono diverse decine di pagine nel riportare dichiarazioni dei soggetti coinvolti nelle operazioni svolte dal signor G., per poi stigmatizzare, quasi costituisse un controsenso giuridico, che non può essere dedotto a carico del medesimo il fatto che lo stesso G. non è stato in grado di fornire prove documentali della propria attività ma solo, appunto, prove testimoniali”.

I Giudici concludono che “appare quantomeno anomalo che la difesa si sia preoccupata di raccogliere prove testimoniali senza che quanto affermato sia comprovato da un pur semplice documento, tenendo altresì conto della necessità di sviluppare una linea di difesa in un processo sostanzialmente documentale quale quello voluto dalla legge in caso di contestazione di danno erariale. Eppure, proprio stando alle affermazioni della difesa dell’appellante, l’attività di che trattasi era un’attività lecita, svolta alla luce del sole, connotata da rapporti di carattere in prevalenza finanziari e/o bancari, rapporti cioè tipicamente produttivi di qualsivoglia documentazione”.

Ciò appare smentito dalla realtà degli atti processuali dove – si sottolinea – non è contestata l’esistenza di un contratto di lavoro bensì il carattere simulato e fittizio del rapporto intercorso tra gli autori della truffa: ciò, quindi, non costituisce inversione dell’onere della prova sul punto.

Quanto poi alle testimonianze cui l’appellante fa riferimento, va detto che l’atto di appello contiene una singolare selezione di affermazioni che vengono intese come favorevoli, omettendo una serie di altri elementi presenti in atti che definiscono il soggetto “come un personaggio di modeste cognizioni personali, autore di falsa documentazione, millantatore di una attività caratterizzata da particolare laboriosità e cospicua rete di contatti a fronte di risultati oggettivamente, estremamente risibili. Da quanto, infatti, affermato dagli stessi testi citati dall’appellante, è lecito dedurre che oltre qualche tinteggiatura e qualche lavoro in subappalto non si sia andati”. E che poi questa presenza non fosse così necessaria alle Imprese coinvolte nella vicenda è dimostrato dal fatto che, all’apertura delle indagini penali e alle conseguenti (cronologicamente) dimissioni del soggetto dall’incarico ricoperto, nessuno sia stato assunto in sua vece.

Il quadro generale che emerge è un quadro assai sfumato, di cui si perde completamente il contorno, privo di certezze anche nelle testimonianze di coloro i quali sono considerati testi a favore o a discarico dell’ex Consigliere comunale, senza che di tutto quanto viene affermato possa essere verificato a livello documentale, alcunché. Se a ciò si aggiunge che il “Dirigente”, assunto con “modulo di assunzione dato dal centro dell’impiego”, risulta aver percepito retribuzioni da un datore di lavoro (condannato, peraltro, per l’omesso versamento delle ritenute) che guadagnava molto meno del suo Dirigente ed unico dipendente, risultando altresì titolare di un’Impresa il cui volume di affari era rappresentato per un quarto od un terzo dalla retribuzione del proprio Dirigente il cui utile era pari a un decimo se non ad un ventesimo della retribuzione dello stesso, il quadro appare completo.

E che tale condotta abbia determinato un danno, di conseguenza, appare indubitabile. Appare infatti evidente che i rimborsi ottenuti dal soggetto avrebbero dovuto far fronte ad un’attività del convenuto che, per quanto si è venuto dimostrando, costui non ha svolto, o ha svolto in misura risibile o, perlomeno non ha svolto nell’interesse dell’Amministrazione comunale. Ciò che in sostanza emerge è il fatto che non è possibile dimostrare che dall’attività presa in esame non siano scaturiti effetti pregiudizievoli e conseguenze economico-patrimoniali per l’Amministrazione comunale e ciò tenuto conto, sia del fatto che non esiste prova della condotta dell’appellante, sia delle testimonianze rese da numerosissimi testi – la cui attendibilità non è stata messa in discussione da nessuno – dalle quali scaturisce quel quadro sconfortante di abnormi retribuzioni a fronte di attività minimali, spesso millantate e comunque mai dimostrate.

Sotto tutti questi profili e tenuto conto della Pronuncia intervenuta in ben 2 gradi di giudizio penale conclusosi, come noto, con la condanna del convenuto, la condotta del medesimo non può che essere considerata per la sua riprovevolezza, inducendo questo Collegio a non accedere alla richiesta di applicazione del potere riduttivo dell’addebito.

Per quanto precede, l’appello va respinto e la Sentenza di primo grado integralmente confermata.

Commento

Appare strano che nessun controllo sia stato fatto: bastava farsi consegnare le buste paga o documentazione equipollente per poter respingere, da parte degli Uffici amministrativi del Comune, le periodiche richieste di rimborso presentate da questo Consigliere comunale. Infatti, risulta dalla lettura della Sentenza di primo grado che l’Impresa edile è stata successivamente condannata per evasione contributiva. Quindi, per circa un quinquennio nessuno si è posto l’interrogativo di quanto veniva rimborsato (bastava evidenziare gli stanziamenti di bilancio). E’ bene ricordare che il Comune di cui trattasi è stato coinvolto in una situazione di irregolarità per altre cause (Rendiconto 2010, Sentenza Corte Piemonte n. 6/13).


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