Tari: è legittimo il criterio di calcolo fondato sul “metodo normalizzato”

Tari: è legittimo il criterio di calcolo fondato sul “metodo normalizzato”

Nella Sentenza n. 380 del 10 marzo 2021 del Tar Lecce, due Società (le ricorrenti) che svolgono attività commerciale di gestione di due distinti stabilimenti balneari con annesse aree parcheggio, deducono la violazione del principio “Chi inquina paga”, di derivazione comunitaria, a cagione del fatto che il Comune in questione non avrebbe tenuto conto, nel calcolo delle tariffe, della diversa natura delle singole categorie alla produzione dei rifiuti. 

I Giudici rilevano che la Tari, istituita a decorrere dal 2014 con Legge n. 147/2013, art. 1, commi 639 e seguenti, è destinata a finanziare i costi relativi al “Servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti”, ed è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte suscettibili di produrre i rifiuti medesimi. E’ un tributo che fa parte del più ampio assetto fiscale comunale, con Imu e Tasi. Essa attiene in particolare ai prelievi relativi alla gestione dei rifiuti urbani, sia di natura patrimoniale sia di natura tributaria (Tarsu, Tia, Tia1, Tia2). 

Il presupposto della Tari è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di locali o di aree scoperte operative suscettibili di produrre rifiuti urbani. Sono invece escluse dalla Tari le aree scoperte pertinenziali o accessorie a locali tassabili, nonché le aree comuni condominiali di cui all’art. 1117 del Cc., che non siano detenute o occupate in via esclusiva. Le tariffe devono assicurare la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio relativi al “Servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti” e sono determinate con Delibera del Consiglio comunale sulla base dei costi individuati e classificati nel Piano finanziario approvato dallo stesso Consiglio. Per quel che attiene ai criteri di calcolo del tributo ai sensi dell’art. 1, comma 651, della Legge n. 147/2013: “il Comune nella commisurazione della tariffa tiene conto dei criteri determinati con il Regolamento di cui al Dpr. n. 158/1999”. Dispone poi il successivo comma 652 che: “Il Comune, in alternativa ai criteri di cui al comma 651 e nel rispetto del Principio ‘chi inquina paga’, sancito dall’art. 14 della Direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa ai rifiuti, può commisurare la tariffa alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie, in relazione agli usi e alla tipologia delle attività svolte nonché al costo del ‘Servizio sui rifiuti’. Le tariffe per ogni categoria o sottocategoria omogenea sono determinate dal Comune moltiplicando il costo del Servizio per unità di superficie imponibile accertata, previsto per l’anno successivo, per uno o più coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti. Nelle more della revisione del regolamento di cui al Dpr. n. 158/1999, al fine di semplificare l’individuazione dei coefficienti relativi alla graduazione delle tariffe il Comune può prevedere, per gli anni 2014 e 2015, l’adozione dei coefficienti di cui alle Tabelle 2, 3a, 3b, 4a e 4b dell’allegato 1 al citato Regolamento di cui al Dpr. n. 158/1999, inferiori ai minimi o superiori ai massimi ivi indicati del 50%, e può altresì non considerare i coefficienti di cui alle Tabelle 1a e 1b del medesimo Allegato 1”. 

A sua volta, l’art. 3 del Dpr. n. 158/1999 prevede che la tariffa sia composta da una parte fissa, costituita dalle componenti essenziali del costo del Servizio, e da una parte variabile, parametrata sulla quantità di rifiuti conferiti, nonché sui costi di gestione. Tale modalità impositiva è stata scelta dal Comune in questione. Su tale quadro normativo è poi intervenuto l’art. 107, comma 5, del Dl. n. 18/2020, il quale stabilisce che “i Comuni possono, in deroga all’art. 1, commi 654 e 683, della Legge n. 147/2013, approvare le tariffe della Tari e della tariffa corrispettiva adottate per l’anno 2019, anche per l’anno 2020, provvedendo entro il 31 dicembre 2020 alla determinazione ed approvazione del piano economico finanziario del servizio rifiuti per il 2020. L’eventuale conguaglio tra i costi risultanti dal Pef per il 2020 ed i costi determinati per l’anno 2019 può essere ripartito in tre anni, a decorrere dal 2021”. 

Tuttavia, i Giudici osservano che lo scopo del cd. “metodo normalizzato” è quello di far fronte alla difficoltà oggettiva consistente nel determinare il volume esatto di rifiuti urbani conferito da ciascun detentore. In tali circostanze, il Comune può quindi ricorrere a criteri basati sulla capacità produttiva dei detentori, calcolata in funzione della superficie dei beni immobili che occupano, nonché della loro destinazione e/o sulla natura dei rifiuti prodotti, elementi in base ai quali l’Amministrazione può consentire di calcolare i costi dello smaltimento e ripartirli tra i vari detentori. 

Tali considerazioni inducono ad affermare che la normativa nazionale che preveda, ai fini del finanziamento, una tassa calcolata in base ad una stima del volume dei rifiuti generato e non sulla base del quantitativo effettivamente prodotto non può essere considerata in contrasto con l’art. 15, lett. a), della Direttiva Ce n. 2006/12. Quindi, in materia, le Autorità nazionali dispongono di un’ampia discrezionalità per quanto riguarda le modalità di calcolo della tassa. Al riguardo, nel rilevare la compatibilità del quadro normativo di settore con il Principio comunitario “chi inquina paga” ribadito dal richiamato art. 15 della Direttiva comunitaria 2006/12/CE, si è osservato che tale principio comporta essenzialmente che il costo dello smaltimento dei rifiuti debba essere sostenuto dai detentori dei rifiuti. Nel diritto dell’Unione non esiste, invero, alcuna normativa che imponga agli Stati membri una peculiare modalità di finanziamento del costo dello smaltimento rifiuti. Ciascuno Stato può, nell’esercizio della propria discrezionalità politica, stabilire una modalità differente (tassa, contributo, corrispettivo, canone). 

In Italia, il Legislatore ha consentito l’utilizzazione del cd. “metodo normalizzato”. Un metodo orientato alla tariffazione puntuale che si traduce in una misurazione dei rifiuti prodotti così da relazionare il costo all’effettivo utilizzo del servizio. 

Tuttavia, laddove i Comuni non avessero sperimentato tecniche di calibratura individuale, il metodo normalizzato ha previsto l’alternativa di un sistema presuntivo che ha ricevuto l’avallo della giurisprudenza amministrativa. Perciò, i metodi sono 2: quello “normalizzato” (tariffa commisurata ai criteri del regolamento approvato con Dpr. n. 159/1999) e quello commisurato alla quantità e qualità media dei rifiuti prodotti per unità di superficie in relazione agli usi e alle attività svolte nonché al costo del servizio, facendo riferimento a coefficienti di produttività quantitativa e qualitativa di rifiuti. 

Sotto tale profilo, la normativa nazionale che preveda, ai fini del finanziamento della gestione e dello smaltimento dei rifiuti urbani, una tassa calcolata in base ad una stima del volume dei rifiuti generato e non sulla base del quantitativo di rifiuti effettivamente prodotto e conferito non può essere considerata in contrasto con la vigente normativa comunitaria. Pertanto, il principio “chi inquina paga” non osta a che gli Stati membri adattino, in funzione di categorie di utenti determinati secondo la loro rispettiva capacità a produrre rifiuti urbani, il contributo di ciascuna di dette categorie al costo complessivo necessario al finanziamento del sistema di gestione e di smaltimento dei rifiuti urbani. 

Dunque, i Giudici reputano del tutto corretto il criterio di calcolo fondato sul cd. “metodo normalizzato”, esso è da ritenersi legittimo, in quanto previsto da una specifica fonte normativa (art. 1, comma 652, della Legge n. 147/13, e art. 3 del Dpr. n. 158/1999) da ritenersi in linea con l’attuale quadro eurounitario, e in particolare con il principio “Chi inquina paga”. E poiché i coefficienti considerati dall’Amministrazione (anche gli aumenti tariffari, ove previsti) trovano tutti ampia copertura normativa, e si attestano entro il limite massimo normativamente previsto, essi non possono essere censurati in sede giurisdizionale, costituendo espressione di legittimo esercizio della discrezionalità amministrativa.


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