Tarsu/Tari: inidoneità a produrre rifiuti

Tarsu/Tari: inidoneità a produrre rifiuti

Nell’Ordinanza n. 10099 del 16 aprile 2021 della Corte di Cassazione, la Suprema Corte chiarisce che il presupposto impositivo della Tarsu è l’occupazione o la detenzione di locali ed aree scoperte a qualsiasi uso adibiti (Dlgs. n. 507/1993, art. 62, comma 1). Non sono soggetti alla tassa i locali e le aree che non possono produrre rifiuti o per la loro natura o per il particolare uso cui sono stabilmente destinati o perché risultino in obiettive condizioni di non utilizzabilità nel corso dell’anno, qualora tali circostanze siano indicate nella denuncia originaria o di variazione e debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione.

Inoltre, l’art. 66 prevede la facoltà per i Comuni di ridurre la tariffa fino ad 1/3 per le aree scoperte, adibite ad uso stagionale o non continuativo, risultante da licenza od autorizzazione rilasciata dai competenti organi, ponendo a carico del contribuente l’onere di formale denuncia delle riduzioni delle superfici e quelle tariffarie e l’obbligo, a pena di sanzioni, della denuncia del venir meno delle condizioni per fruire della riduzione.

Perciò, l’art. 62 pone a carico dei possessori di immobili una presunzione legale relativa di produzione di rifiuti. Ne consegue che l’impossibilità dei locali o delle aree a produrre rifiuti per loro natura o per il particolare uso, prevista dall’art. 62, comma 2, non può essere ritenuta in modo presunto dal Giudice tributario, essendo onere del contribuente indicare nella denuncia originaria o di variazione le obiettive condizioni di inutilizzabilità, le quali devono essere “debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi direttamente rilevabili o ad idonea documentazione”.

Pertanto, le esclusioni non sono automatiche, giacché a tenore della norma su indicata, la presunzione di produttività è superabile solo dalla prova contraria del detentore dell’area e le circostanze escludenti la produttività e la tassabilità debbono essere dedotte dal contribuente o nella denuncia originaria o in quella in variazione, ed essere debitamente riscontrate in base ad elementi obiettivi rilevabili direttamente, o a mezzo di idonea documentazione.

Dunque, la norma citata indica come causa di esclusione dell’obbligo del Tributo le condizioni di obiettiva impossibilità di utilizzo dell’immobile, che di certo non possono essere individuate nella mancata utilizzazione dello stesso legata alla volontà o alle esigenze del tutto soggettive dell’utente, e neppure al mancato utilizzo di fatto del locale o dell’area, non coincidendo (com’è evidente) le prime ed il secondo con l’obiettiva non utilizzabilità dell’immobile, ai sensi del Dlgs. n. 507/1993, art. 62, comma 2.

Peraltro, in tema di Tarsu, spetta al contribuente l’onere di fornire all’Amministrazione comunale i dati relativi all’esistenza e alla delimitazione delle aree in cui vengono prodotti rifiuti speciali non assimilabili a quelli urbani (da lui smaltiti direttamente, essendo esclusi dal normale circuito di raccolta), che pertanto non concorrono alla quantificazione della superficie imponibile, in applicazione dell’art. 62, comma 3, del Dlgs. n. 507/1993, posto che, pur operando anche nella materia in esame il Principio secondo il quale spetta all’Amministrazione provare i fatti che costituiscono fonte dell’obbligazione tributaria (nella specie, l’occupazione di aree nel territorio comunale), per quanto attiene alla quantificazione del tributo, grava sull’interessato (oltre all’obbligo di denuncia ai sensi dell’art. 70 del Dlgs. n. 507/1993) un onere d’informazione, al fine di ottenere l’esclusione delle aree sopra descritte dalla superficie tassabile, ponendosi tale esclusione come eccezione alla regola generale, secondo cui al pagamento del tributo sono astrattamente tenuti tutti coloro che occupano o detengono immobili nel territorio comunale.


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