(Adnkronos) – Il gip di Bologna Andrea Salvatore Romito ha convalidato l’arresto e disposto il carcere per Giovanni Padovani, l’uomo accusato di aver ucciso a martellate la compagna Alessandra Matteuzzi a Bologna. Il 27enne, assistito dall’avvocato Enrico Buono, si era avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio di garanzia. Lo si apprende da fonti giudiziarie.
L’ORDINANZA – Deve restare in carcere, si legge in un passaggio dell’ordinanza, perché è “l’unico presidio in grado di tutelare la collettività (e, in particolare, i familiari della Matteuzzi, esposti al rischio di ritorsioni o gesti connotati da pari carica aggressiva) dal ripetersi di gesti analoghi”. Comportamenti che sono spaziati “da atti lesivi del patrimonio a insulti e minacce” fino all’omicidio quando il 27enne si sarebbe “appositamente recato a Bologna da Senigallia solo perché la Matteuzzi aveva omesso di rispondere alle sue chiamate” e lo ha fatto portando con sé “un martello a scopo di difesa”, a suo dire. Per il giudice, Padovani è animato “da un chiaro intento vendicativo (visto che non avevo ricevuto ancora risposta, mi sono sentito nuovamente usato e manipolato, quindi decidevo di andare di nuovo a Bologna per chiarire, perché non capivo il suo comportamento dopo che il giorno prima eravamo stati benissimo insieme”, lui dichiara. Contro la donna, dopo che il martello si rompe, usa prima calci e pugni, poi una panchina in ferro presente nell’atrio del condominio. Una “intensità del dolo” interrotta solo dall’intervento di alcuni vicini, che impedivano di continuare a infierire e scappare.
L’indagato è “animato da un irrefrenabile delirio di gelosia e incapace sia di accettare con serenità il verificarsi di eventi avversi, ma pur sempre rientranti nelle ordinarie dinamiche relazionali (la cessazione di un rapporto, per di più caratterizzato da incontri sporadici), sia di attivare l’ordinario sistema di freni inibitori delle proprie pulsioni aggressive”. Elementi che indicano una “eccezionale pericolosità e assoluta incontrollabilità o prevedibilità delle azioni e non consentono di riporre alcuna fiducia sulla spontanea adesione da parte del prevenuto a prescrizioni” e che dunque rendono il carcere – anche per proteggere la famiglia della vittima – l’unica soluzione possibile.
“La gravità dei fatti è attestata dalla ampia estensione temporale della condotta persecutoria, posta in essere a fronte di un rapporto sentimentale di modesta durata e ridotta frequentazione e, dunque, indicativa del desiderio ossessivo nutrito dal detenuto e della sua incapacità di accettare la cessazione della relazione, dalla quotidianità ed intensità delle molestie e dalla multiformità delle condotte assunte” scrive il Gip.




