Credito Iva: il limite massimo per la “compensazione orizzontale” non è in contrasto con la normativa comunitaria

Credito Iva: il limite massimo per la “compensazione orizzontale” non è in contrasto con la normativa comunitaria

Corte di Giustizia – Settima Sezione- Sentenza del 16 marzo 2017 – Causa C-211/16

 

Con la Sentenza della Corte di Giustizia – Settima Sezione – datata 16 marzo 2017, Causa C211/16, viene stabilito che il “limite massimo” per la “compensazione orizzontale” del credito Iva stabilito dalla normativa italiana non contrasta con la disciplina comunitaria sul diritto al rimborso delle eccedenze d’Imposta.

La Domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’art. 183, comma 1, della Direttiva Iva (G.U. 2006, L 347, pag. 1), come modificata dalla Direttiva 2010/45/Ue del Consiglio 13 luglio 2010 (GU 2010, L 189, pag. 1). Tale Domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia tra una Spa e l’Agenzia delle Entrate in merito ad un atto di recupero relativo all’Ires 2013. Ai sensi dell’art. 183 di tale Direttiva, “qualora, per un periodo d’imposta, l’importo delle detrazioni superi quello dell’Iva dovuta, gli Stati membri possono far riportare l’eccedenza al periodo successivo, o procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite”.

In merito, la normativa italiana prevede all’art. 34, comma 1, della Legge n. 388/00, che, “a decorrere dal 1° gennaio 2001 il limite massimo dei crediti di imposta e dei contributi compensabili ai sensi dell’art. 17, del Dlgs. n. 241/97, ovvero rimborsabili ai soggetti intestatari di conto fiscale, è fissato in Euro 700.000 per ciascun anno solare (…)”.

Dall’Ordinanza di rinvio risulta che la Spa vantava, per il 2013, un credito Iva per un importo di Euro 1.727.104, e che la stessa ha provveduto alla compensazione delle Imposte dovute facendo valere tale credito a concorrenza per Euro 775.055,72, ossia in misura superiore al lime massimo previsto dal suddetto art. 34, comma 1, di Euro 700.000.

Nel 2015, l’Amministrazione tributaria ha constatato che la Spa, utilizzando in compensazione il proprio credito Iva oltre la soglia di Euro 700.000, non aveva rispettato compiutamente la normativa tributaria. Conseguentemente, l’Agenzia ha proceduto al recupero dell’Imposta sul reddito per la somma differenziale di Euro 75.055,72, compensazione eccedentaria rispetto al limite massimo di Euro 700.000, e ha inoltre richiesto il pagamento di interessi per un importo di Euro 2.870,62 e di sanzioni per Euro 22.516,72, pari al 30% della somma indebitamente compensata.

La Società ha provveduto a sanare la propria situazione effettuando il pagamento richiesto, ma ha contestato il Provvedimento con il quale l’Amministrazione tributaria provinciale ha effettuato il recupero di cui sopra.

A sostegno del proprio ricorso, la Spa ha affermato che il credito d’imposta da essa vantato è pacifico, ma che l’Amministrazione tributaria, rilevato il superamento dell’importo massimo compensabile/rimborsabile stabilito dalla normativa nazionale, ha proceduto al recupero dell’eccedenza, oltre a sanzioni e interessi, per la fattispecie dell’omesso versamento, in tal modo infliggendo sanzioni ancora più gravose di quelle comminate dalla normativa nazionale per la fattispecie in cui il versamento non sia stato effettivamente stato eseguito.

Il Giudice del rinvio ricorda che l’elemento qualificante dell’Iva è la sua neutralità, ossia, in altri termini, la sua “intrinseca insuscettibilità di qualificarsi come costo” ovvero come onere finanziario per gli operatori economici. Orbene, la fissazione di un limite massimo annuo per la compensazione o il rimborso dei crediti Iva determina che, per la parte eccedente, i crediti non compensabili o non recuperabili costituiscano invero costi, ancorché transitori per l’operatore economico, o quanto meno oneri finanziari aggiuntivi.

Il Giudice del rinvio sottolinea poi che il limite all’importo della compensazione e/o rimborso del credito Iva, incidendo unicamente sugli operatori economici tenuti a versare l’Iva in Italia, ha altresì effetti distorsivi della concorrenza, in quanto impone a costoro oneri inesistenti per i loro concorrenti che non corrispondano l’Imposta in Italia.

Pertanto, la Società ha deciso di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale: “se la disciplina comunitaria in materia di Iva (…) osti alla normativa di uno Stato membro – come l’art. 34, comma 1, della Legge n. 388/00 – in forza della quale il rimborso o la compensazione di crediti Iva siano consentiti, per singolo anno di imposta, non nella loro interezza ma solo entro un limite massimo predeterminato”. Il Giudice del rinvio domanda, in sostanza, se l’art. 183, comma 1, della Direttiva Iva, debba essere interpretato nel senso che tale norma non è compatibile con la normativa nazionale, come nel caso di cui trattasi.

Occorre sottolineare che la questione sollevata dal Giudice del rinvio verte sulle modalità di rimborso Iva nell’esercizio del diritto a detrazione da parte di un soggetto passivo e non sul diniego di tale diritto a detrazione. A tal riguardo, viene ricordato che la libertà degli Stati Ue, ai sensi della formulazione stessa dell’art. 183, della Direttiva Iva, nello stabilire le modalità di rimborso di un’eccedenza di Iva, non implica anche un vaglio delle stesse con riguardo al diritto dell’Unione.

Tali modalità di limitare la compensazione/il rimborso del credito Iva vantato da un operatore economico non possono ledere il principio di neutralità fiscale, facendo gravare su un soggetto passivo, in tutto o in parte, l’onere dell’Iva. In particolare, le modalità di rimborso/compensazione devono consentire al soggetto passivo di recuperare, in condizioni adeguate, la totalità del credito risultante da un’eccedenza di Iva; ciò implica che il rimborso sia effettuato, entro un termine ragionevole, mediante pagamento in denaro liquido o con modalità equivalenti, e che in ogni caso il sistema di rimborso adottato non debba far correre alcun rischio finanziario al soggetto passivo.

Sul punto, la Corte di Giustizia ha ricordato che il rinvio del rimborso di un’eccedenza di Iva a vari periodi d’imposta successivi a quello in cui detta eccedenza è sorta non è necessariamente incompatibile con l’art. 183, comma 1, della Direttiva Iva.

Secondo l’Amministrazione tributaria e il Governo italiano, il limite alla compensazione di cui trattasi nel procedimento principale, previsto all’art. 34, comma 1, della Legge n. 388/00, è giustificato e motivabile come strumento di lotta all’evasione fiscale. La limitazione dell’importo della compensazione servirebbe per circoscrivere entro limiti ragionevoli la portata del potenziale danno che lo Stato potrebbe subire in conseguenza di comportamenti illeciti dei contribuenti.

La limitazione della compensazione non appare alla Corte una misura inadeguata, in considerazione della facilità d’esercizio di tale compensazione, che può riguardare debiti di importi considerevoli e di natura diversa, anche nei casi in cui non si sia potuta verificare l’esistenza del credito Iva.

La Corte precisa che gli elementi portati in giudizio non consentono a quest’ultima di valutare se la controversa limitazione della compensazione sia necessaria e permetta di raggiungere efficacemente l’obiettivo della lotta all’evasione fiscale, nonché dell’importo del massimale determinato dalla legge, e se tale limitazione pregiudichi gli obiettivi e i principi stabiliti dalla normativa dell’Unione in materia di Iva, tenuto conto di tutte le possibilità di rimborso contemplate dalla normativa italiana.

Come rileva il Governo italiano, infatti, ai fini della valutazione del rispetto dei principi dell’Unione, l’art. 34, comma 1, della Legge n. 388/00, dovrebbe essere esaminato nell’ambito del quadro normativo complessivo previsto dall’ordinamento italiano.

In conclusione, la Corte (Settima Sezione) dichiara che “l’art. 183, comma 1, della Direttiva Iva del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’Iva, come modificata dalla Direttiva 2010/45/Ue del Consiglio, del 13 luglio 2010, deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che limita la compensazione di taluni debiti tributari con crediti Iva a un importo massimo determinato, per ogni periodo d’imposta, a condizione che l’ordinamento giuridico nazionale preveda comunque la possibilità per il soggetto passivo di recuperare tutto il credito Iva entro un termine ragionevole.

di Alessio Malucchi

 


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