Debito fuori bilancio: prestazioni senza titolo

Debito fuori bilancio: prestazioni senza titolo

Nella Delibera n. 60 del 30 maggio 2019 della Corte dei conti Puglia, viene chiesto un parere in merito al complesso procedimento volto alla quantificazione delle somme da riconoscere ex art. 194, comma 1, lett. e) del Dlgs. n. 267/2000 (Tuel). In particolare, viene chiesto se, ai fini del computo dell’utile del privato prestatore del servizio, fornitore del bene o dell’opera che non sarebbe riconoscibile in sede di riconoscimento debito fuori bilancio, possa applicarsi il criterio forfettario della riduzione della percentuale del valore del 10% per i lavori e del 5% per le forniture ed i servizi, ovvero se occorra valutare caso per caso l’utile da escludere in ragione del tipo di prestazione, potendo risultare un utile volta per volta superiore ovvero inferiore ai predetti criteri forfettari, fatta salva in ogni caso la congruità del compenso, la cui eccedenza rispetto al valore della prestazione resa costituirebbe importo comunque non riconoscibile. La Sezione evidenzia che l’Ente richiedente si dimostra ben consapevole della circostanza secondo la quale per l’appunto l’utile d’impresa, in quanto rappresentativo della componente economica della controprestazione integrante il guadagno del privato, non può in alcun modo costituire un arricchimento per l’Ente. Ai fini della quantificazione dell’utile di impresa, tale utile è da quantificare in una percentuale del valore dell’appalto, 10% o 5% a seconda che si tratti di appalto di lavori o di forniture di beni e servizi. Trattasi del criterio liquidatorio dell’utile d’impresa, che viene mutuato dalle cause di risarcimento per equivalente, nel caso in cui non sia possibile la reintegrazione in forma specifica della pretesa dell’Impresa ricorrente vittoriosa. Esso muove dal presupposto della spettanza al privato contraente a causa dei vizi della procedura ad evidenza pubblica del solo arricchimento senza causa, ai sensi dell’art. 2041 del Cc., in luogo del corrispettivo contrattuale. In applicazione di tale criterio, il danno (alla concorrenza), nel giudizio di responsabilità, viene individuato nei pagamenti eccedenti la quota riconducibile all’arricchimento senza causa, sicché l’utile di impresa rappresenta la misurazione di tale eccedenza. In diversi casi, la giurisprudenza amministrativa ha ritenuto che un utile di impresa esiguo non sia di per sé idoneo a determinare l’anomalia di un’offerta. Pertanto, la Sezione ritiene possibile individuare una diversa quantificazione dell’utile di impresa solo in presenza di specifiche valutazioni, ovviamente effettuate ex ante, vale a dire prima della stessa esecuzione della fornitura e/o del servizio e/o dell’opera e delle quali l’Amministrazione abbia la disponibilità, in base alle quali sia stato possibile individuare e valutare l’esatta composizione dell’offerta, ivi compreso le sue componenti inderogabili, al fine di vagliarne l’attendibilità, la conformità alle prescrizioni di legge e, da ultimo, l’effettivo utile di impresa conseguito dal prestatore d’opera, di servizi e di forniture.


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