“Decreto Irpef” convertito in Legge n. 89/14: le novità che interessano le Società pubbliche locali

“Decreto Irpef” convertito in Legge n. 89/14: le novità che interessano le Società pubbliche locali

Dal Dl. 24 aprile 2014, n. 66, così come convertito (con modificazioni) dalla Legge 23 giungo 2014, n. 89 (d’ora in avanti “Decreto Irpef”), vengono in rilievo le seguenti novità in materia di Società a partecipazione pubblica locale.

Art. 4, comma 12-bis, del “Decreto Irpef”
La legislazione speciale che si rivolge alle Società partecipate dagli Enti Locali in materia di vincoli assunzionali e di contenimento delle politiche retributive viene toccata “pesantemente” dal comma 12-bis dell’art. 4 del “Decreto Irpef” che, nel novellare il comma 2-bis dell’art. 18 del Dl. n. 112/08, convertito con modificazioni dalla Legge n. 133/08, ne estende l’ambito soggettivo di attuazione, riducendone però la rigidità applicativa.
La nuova disposizione, a differenza della versione previgente, coinvolge le Società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo a prescindere dal loro inserimento nell’Elenco Istat previsto dall’art. 1, comma 3, della Legge n. 196/09 (“Legge di contabilità e finanza pubblica”). I soggetti “de quibus” sono tenuti ad attenersi al principio di riduzione dei costi del personale, che si attua attraverso il contenimento degli oneri contrattuali e delle assunzioni di unità lavorative.
Concretamente, il principio in parola viene declinato dall’Ente Locale controllante per ciascuno degli Organismi interessati dalla norma, in modo da tener conto del Settore in cui il soggetto partecipato opera. All’uopo il socio pubblico emana un atto di indirizzo che indica i criteri e le modalità per dar corso alla riduzione del costo del lavoro della propria “gestione parallela”, facendo anche riferimento alle disposizioni che stabiliscono, a suo carico, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale.
L’atto di indirizzo del soggetto controllante viene recepito dalla Società interessata con un apposito provvedimento interno. Dal testo della disposizione sembra che il socio pubblico possa portare il proprio Organismo partecipato al raggiungimento dell’obiettivo fissato dal comma 2-bis dell’art. 18 menzionato muovendo solamente la leva del contenimento delle assunzioni di personale. Ciò sta a significare che la riduzione del costo del lavoro della Società potrebbe essere perseguita anche non utilizzando l’altra fattispecie di contenimento prevista dalla norma: la limitazione degli oneri contrattuali.
Quanto sopra lo si deduce dal fatto che il Legislatore ha espressamente previsto che “… le Società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo adottano … [gli indirizzi dell’Ente controllante] … con propri provvedimenti e, nel caso del contenimento degli oneri contrattuali, gli stessi vengono recepiti in sede di contrattazione di secondo livello fermo restando il contratto nazionale in vigore al 1° gennaio 2014”.
Dal lato soggettivo di applicazione della disposizione in commento vi è da rimarcare che le Società pubbliche locali “in house” ricadono nel perimetro del nuovo comma 2-bis menzionato, in quanto il Legislatore obbliga (tutte)“… le Società a partecipazione pubblica locale totale …” all’adozione – con proprio provvedimento interno – dell’atto di indirizzo di cui sopra. Con quanto appena detto si vuol evidenziare che non ha più ragione di esistere per le suddette Società “in house” una previsione legislativa a parte in materia di contenimento dei costi del personale; che è invece tuttora riscontrabile nel comma 6 dell’art. 3-bis del Dl. n. 138/11, convertito con modificazioni dalla Legge n. 148/11, che sul punto testualmente recita: “(l)e Società affidatarie in house … adottano ….i vincoli assunzionali e di contenimento delle politiche retributive stabiliti dall’Ente Locale controllante ai sensi dell’art. 18, comma 2-bis, del Decreto-legge n. 112 del 2008”. Il trattamento differenziato in periodo ante “Decreto Irpef” si giustificava perché la versione previgente del comma 2-bis del ridetto art. 18 prevedeva che “… le Società a partecipazione pubblica locale totale …” soggiacevano ai limiti in parola solo se anche inserite nell’Elenco Istat menzionato.
Proseguendo nell’analisi del novellato comma 2-bis del ridetto art. 18, mette conto rilevare come il Legislatore abbia utilizzato la dizione “Ente controllante” per identificare il soggetto a cui compete la definizione dell’atto di indirizzo deputato a far rispettare il principio di riduzione dei costi del personale alla “gestione parallela” richiamata dalla norma. Ma per “le Società a partecipazione pubblica locale totale” potrebbe verificarsi l’evenienza per cui della eventuale pluralità di soggetti pubblici partecipanti al capitale, nessuno di essi abbia il “controllo” dell’Impresa collettiva.
Peraltro, con riferimento alle Società c.d. “in house”, per l’esercizio del c.d. “controllo analogo” – che rappresenta una delle 3 condizioni indispensabili per la legittimità dell’affidamento “in house” – non risulta necessario un simmetrico controllo della “governance” societaria; potendo il ridetto “controllo analogo” essere espletato congiuntamente da tutti soci, eventualmente decidendo a maggioranza per i casi in cui gli Enti partecipanti non siano d’accordo su come orientare in maniera determinante le scelte strategiche e le decisioni più importanti della Società. Di talché, per quest’ultime tipologie di Imprese collettive pluri-partecipate, l’atto di indirizzo in parola potrebbe essere adottato, nell’ambito dell’esercizio del “controllo analogo congiunto”, al momento della definizione delle linee di indirizzo strategiche da seguire a cura della Società, prima dell’inizio dell’esercizio finanziario.
Da quanto sopra si prende lo spunto per effettuare una ulteriore riflessione sul perimetro di applicazione del comma 2-bis del citato art. 18. Il riferimento alla “partecipazione pubblica locale …. di controllo” porta a ritenere che, laddove il capitale della Società non appartenga interamente ad una o più Amministrazioni locali, siano soggette all’applicazione delle norme ivi contenute le sole Imprese collettive (miste) rispetto alle quali un Ente Locale (e uno soltanto) ha la possibilità di esercitare una fattispecie di controllo. In proposito, è utile rammentare che tale fattispecie di controllo viene ad identificarsi, in applicazione delle norme codicistiche, tanto nel caso previsto al n. 1 del comma 1 dell’art. 2359, che considera Società “controllate” quelle in cui un altro Ente “… dispone della maggioranza dei voti esercitabili nella (loro) Assemblea ordinaria”, quanto in quello previsto al n. 2 del ridetto comma 1, che fa assumere al Comune (o alla Provincia) la veste di Ente “controllante” della Società partecipata in caso di possesso di un numero “di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’Assemblea”; nonché, nella terza ipotesi di “controllo”, che considera controllata quella Società che è sotto “influenza dominante” di un’altra in virtù dell’esistenza “di particolari vincoli contrattuali” (“controllo contrattuale”).
Dalla lettura del nuovo testo del più volte menzionato art. 18, comma 2-bis, si nota altresì, rispetto a quello previgente, che scompare qualsiasi riferimento all’obbligo di contenimento, da parte della singola “partecipata”, collegato alle consulenze. Obbligo che, fra l’altro, non era già vigente per le Società affidatarie “in house”, stante la modifica subita dal comma 6 dell’art. 3-bis del Dl. n. 138/11 citato ad opera del comma 558 dell’art. 1 della Legge n. 147/13 (“Legge di stabilità 2014”).
Ciò stante, appare utile precisare che le sole Società inserite nel conto economico consolidato di cui all’Elenco Istat, giusta applicazione dell’art. 6, comma 11, del Dl. n. 78/10, convertito con modificazioni dalla Legge n. 122/10, devono comunque conformarsi ai principi di riduzione delle spese per studi e consulenze, per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e sponsorizzazioni, attuando le politiche di contenimento dei costi sanciti dai commi 7, 8 e 9 dell’appena citato art. 6. Con riferimento alla spesa annua per studi ed incarichi di consulenza, il comma 7 menzionato prevede che la relativa spesa non può essere superiore al 20% di quella sostenuta nell’anno 2009. Considerato che l’Elenco Istat previsto dall’art. 1, comma 3, della Legge n. 196/09, non contiene (salvo possibili e rarissime eccezioni) Società partecipate da Enti Locali, di fatto quanto sopra specificato non trova applicazione nei loro riguardi.

Art. 13, commi 1 e 4, del “Decreto Irpef” che riverbera effetti sull’art. 23-bis, commi 5-bis e 5-ter, del Dl. n. 201/11, convertito con modificazioni dalla Legge n. 214/11
Nelle Società non quotate controllate direttamente o indirettamente (anche) dagli Enti Locali, la remunerazione degli Amministratori investiti di particolari cariche in conformità dello statuto, nonché il trattamento economico annuo onnicomprensivo dei dipendenti, non può eccedere – a decorrere dal 1º maggio 2014 – i 240.000 Euro annui al lordo dei contributi previdenziali ed assistenziali e degli oneri fiscali a carico del dipendente (e si presume anche dell’Amministratore). Tuttavia, sono in ogni caso fatti salvi eventuali limiti retributivi inferiori a quelli di cui sopra, che sono in vigore al 30 aprile 2014 per effetto di altre disposizioni legislative, regolamentari e statutarie.
Si suppone che il nuovo limite di 240.000 Euro annui vada applicato a decorrere dal primo rinnovo dei Consigli di amministrazione successivo al 1° maggio 2014 e ai contratti stipulati e agli atti emanati dopo tale data. Ciò lo si deduce dal fatto che, allorquando alle Società sopra specificate era stato originariamente introdotto il “tetto” massimo elargibile come compensi e retribuzioni, all’epoca riferito al trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione, la sua prima cadenza temporale di applicazione era della stessa specie di quella testé descritta – cfr. art. 20-quater, lett. b), del Dl. n. 95/12, convertito con modificazioni dalla Legge n. 135/12.
Dal lato dei trattamenti previdenziali, “… le riduzioni dei trattamenti retributivi conseguenti all’applicazione [dei nuovi limiti ai compensi e retribuzioni] … operano con riferimento alle anzianità contributive maturate a decorrere dal 1° maggio 2014”. Di talché viene sancito il principio del cosiddetto pro-rata.

Art. 13, comma 2, del “Decreto Irpef”, che riverbera effetti sull’art. 1, commi da 471 a 473,
della Legge n. 147/13
Posto che il prefato “tetto” dei 240.000 Euro annui si applica (a decorrere dal 1° maggio 2014) a carico di chiunque riceva a carico delle finanze pubbliche retribuzioni o emolumenti comunque denominati in ragione di rapporti di lavoro subordinato o autonomo intercorrenti con le “Autorità amministrative indipendenti, con gli Enti pubblici economici e con le Pubbliche Amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2, del Dlgs. 30 marzo 2001, n. 165”, nel limite massimo consentito erogabile si computano in modo cumulativo anche le somme che l’interessato in qualsiasi modo riceve da Società partecipate in via diretta o indiretta (anche) da Enti Locali (ivi compresi i compensi percepiti per prestazioni occasionali).

Art. 13, comma 5-bis, del “Decreto Irpef”
Essendo la formulazione della disposizione di cui al comma 5-bis del Decreto poco chiara, non è così automatico ricostruire la norma che da essa deriva, la cui finalità dovrebbe essere quella di facilitare il controllo del “tetto” dei 240.000 Euro annui sopra esposto. Ciò detto, il Legislatore stabilisce che le Amministrazioni inserite nel conto economico consolidato di cui all’Elenco Istat siano tenute a pubblicare “nel proprio sito internet i dati completi relativi ai compensi percepiti da ciascun componente del Consiglio di amministrazione in qualità di componente di Organi di Società ovvero di fondi controllati o partecipati dalle Amministrazioni stesse”. In mancanza di esatta indicazione del soggetto a cui occorre riferire l’Organo gestorio, potrebbe sostenersi che l’obbligo di Trasparenza venga imposto alle Amministrazioni in parola per i componenti del Consiglio di amministrazione di Società da loro stesse sottoposte a controllo o semplicemente partecipate. Fermo restando che i dati da pubblicare devono comprendere anche i compensi eventualmente percepiti dagli stessi Amministratori come membri di Organi di Società (o di Fondi) controllati o partecipati dalle P.A. di cui all’Elenco Istat previsto dall’art. 1, comma 3, della Legge n. 196/09 (“Legge di contabilità e finanza pubblica”).

Art. 14, comma 2, 3, 4 e 4-ter del “Decreto Irpef” , che può riverberare effetti sull’art. 18, comma 2-bis, del Dl. n. 112/08, convertito con modificazioni dalla Legge n. 133/08, nonché sull’art. 3-bis, comma 6, del Dl. n. 138/11, convertito con modificazioni dalla Legge n. 148/11
In materia di vincoli assunzionali e contenimento delle politiche retributive, le Società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo, ai sensi e per gli effetti del comma 2-bis dell’art. 18 del citato Dl. n. 112/08, così come modificato dal “Decreto Irpef”, nonché (per via riflessa) dell’art. 3-bis, comma 6, del menzionato Dl. n. 138/11, devono recepire con proprio provvedimento interno l’apposito atto di indirizzo emanato dal socio pubblico controllante. Tale atto indica i criteri e le modalità per dar corso alla riduzione dei costi del personale della propria “gestione parallela”, facendo anche riferimento alle disposizioni che stabiliscono, a suo carico, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale.
Orbene, fermo restando questo quadro di norme, l’art. 14, comma 2, del “Decreto Irpef”, con riferimento al ricorso da parte degli Enti Locali a forme di lavoro flessibile, ha apportato un’ulteriore ed aggiuntiva limitazione alla spesa per contratti di collaborazione coordinata e continuativa per gli Enti Locali, che di riflesso potrebbe essere applicata anche alle Società sopra menzionate, sia pur con gli opportuni adattamenti (stante anche il diverso riferimento per le Società ai contratti di collaborazione a progetto).
Nel dettaglio, la nuova norma prevede che (pure) gli Enti Locali, a decorrere dal 2014, devono comunque contenere la spesa complessiva per i citati contratti entro una determinata soglia che va calcolata in funzione della spesa di personale così come risultante dal conto annuale 2012 (ovvero dal bilancio consuntivo 2012 per le Amministrazioni non tenute alla sua redazione). Il parametro di riferimento, che rimane fisso nel tempo e che sancisce l’impossibilità di stipulare nuovi contratti, si calcola nel modo che segue:
si applica la percentuale del 4,5 alla spesa di personale (come sopra individuata) qualora essa risulti pari o inferiore a Euro 5 milioni, diversamente la percentuale scende all’1,4. Nel caso i massimali di spesa stabiliti dal “Decreto Irpef” siano superati per effetto di contratti di collaborazione coordinata e continuativa già stipulati, i relativi contratti possono essere rinegoziati nel termine di 30 giorni dal 24 giugno 2014 (data di entrata in vigore della Legge di conversione del “Decreto Irpef”). Vale la pena precisare che i risparmi di spesa derivanti dalle misure limitative appena esposte concorreranno alla realizzazione degli obiettivi di riduzione di spesa che saranno stabiliti, per ciascuna Provincia, Città metropolitana, e Comune, con Dm. Interno da emanarsi entro il termine del 30 giugno, per l’anno 2014, e del 28 febbraio per gli anni successivi (art. 47, commi 2 e 9, del “Decreto Irpef”). Ovviamente, dai risparmi di spesa che si conteggiano a tal fine sono esclusi quelli che deriverebbero dall’eventuale applicazione del regime limitativo inerente le prefate forme di lavoro flessibili alle Società di cui al comma 2-bis del citato Dl. n. 112/08. È opportuno evidenziare che, in tema di vincoli assunzionali negli Enti Locali, il Decreto in parola introduce le seguenti tre nuove fattispecie di divieto al reclutamento di unità lavorative:
o    la prima vale nei confronti degli Enti Locali che non ottemperano agli obblighi di certificazione di cui all’art. 9, comma 3-bis, del Dl. n. 185/08, convertito con modificazioni dalla Legge n. 2/09. Si ricorda che la disposizione di cui al comma 3-bis del citato art. 9 è stata introdotta per agevolare lo smobilizzo dei crediti vantati dalle Imprese nei confronti delle Pubbliche Amministrazioni. La certificazione, pertanto, costituisce un titolo idoneo per la cessione del credito vantato nei confronti della P.A.. La certificazione rilasciata dal Comune risulta essere un documento che garantisce l’esistenza del credito vantato nei confronti dell’Ente Locale e da utilizzare facoltativamente dal fornitore per ottenere credito, a condizioni vantaggiose, da banche o intermediari finanziari mediante la cessione pro-soluto del credito in parola. Il ridetto comma 3-bis dispone che, su istanza del creditore di somme dovute per somministrazioni, forniture e appalti, le Amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del Dlgs. n. 165/01 (quindi, inclusi gli Enti Locali), certificano, nel rispetto delle disposizioni normative vigenti in materia di Patto di stabilità interno, entro il termine di 30 giorni dalla data di ricezione dell’istanza, se il relativo credito sia certo, liquido ed esigibile, anche al fine di consentire al creditore la cessione pro-soluto o pro-solvendo a favore di banche o intermediari finanziari. In questo contesto l’Ente che non risulta rispettoso degli obblighi di certificazione subisce la sanzione che gli vieta di procedere ad assunzioni di personale (e anche di ricorre all’indebitamento) fino al permanere dell’inadempimento (art. 27 del “Decreto Irpef”);
o    la seconda si pone a carico (anche) degli Enti Locali che non danno corso ai propri obblighi nell’ambito della procedura che porta al riconoscimento della garanzia dello Stato (anche) nei confronti dei loro debiti di parte corrente per somministrazioni, forniture ed appalti e per prestazioni professionali, maturati al 31 dicembre 2013 e non certificati al 24 aprile 2014. Tale procedura è volta ad agevolare lo smobilizzo dei crediti vantati dalle Imprese nei confronti delle predette Amministrazioni. Nel dettaglio, rispetto ai debiti di cui sopra, affinché sia assentita la garanzia dello Stato, occorre che i soggetti creditori presentino istanza di certificazione entro il 23 agosto 2014, utilizzando la “Piattaforma elettronica per la certificazione dei crediti” di cui all’art. 7, comma 1, del Dl. n. 35/13; e che i crediti in questione siano oggetto di certificazione, tramite la menzionata Piattaforma elettronica, da parte delle P.A. debitrici. La certificazione deve intervenire ad opera dell’Ente debitore entro 30 giorni dalla presentazione dell’istanza. Fermo restando che l’eventuale diniego espresso, anche parziale, necessità di adeguata motivazione. È il non rispetto dell’adempimento di cui sopra che comporta l’applicazione del divieto di assunzione di personale (e anche il divieto di ricorso ad indebitamento) in capo all’Ente inadempiente, fino al perdurare dell’inadempimento (art. 37 del “Decreto Irpef”);
o    la terza opera dall’esercizio 2015 a carico (anche) degli Enti Locali che nel 2014 hanno registrato tempi medi nei pagamenti superiori a 90 giorni rispetto a quanto disposto dal Dlgs. 231/02. Dal 2016 invece il predetto arco temporale si riduce a 60 giorni, avendo come riferimento sempre l’anno precedente. All’uopo occorre tener presente che, a decorrere dal 2014, (anche) le Autonomie territoriali dovranno allegare, alle relazioni ai bilanci consuntivi, un prospetto attestante l’importo dei pagamenti relativi a transazioni commerciali effettuati dopo la scadenza dei termini previsti dal Dlgs. n. 231/02, nonché l’indicatore annuale di tempestività dei pagamenti ex art. 33 del Dlgs. n. 33/13. Nello specifico, agli Enti che sforano i tempi di pagamento di cui sopra (secondo la cadenza temporale di applicazione prevista dalla norma) è fatto divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e di somministrazione, anche con riguardo ai processi di stabilizzazione in atto. È fatto divieto agli stessi Enti di stipulare contratti di servizio con soggetti privati che possano configurarsi come elusivi delle predette disposizioni (art. 41 del “Decreto Irpef”).
Posti questi nuovi vincoli assunzionali in capo all’Ente Locale, viene da chiedersi se il mutato quadro normativo sul personale possa riverberare conseguenze anche sui contenuti dell’atto di indirizzo che l’Ente controllante emana alla Società controllata ai fini del rispetto del principio di riduzione dei costi del personale. Ciò, visto che nella redazione di tale atto il socio di riferimento deve anche tener conto delle disposizioni che stabiliscono, a suo carico, divieti o limitazioni alle assunzioni di personale; ovviamente con gli opportuni adattamenti data la rilevanza attribuita dalla norma al contesto in cui la gestione parallela opera.
Ad esempio, rispetto alla terza ipotesi di divieto alle assunzioni di personale sopra esposta, vi è chi ritenga che nell’atto di indirizzo in parola l’Ente “padre” possa stabilire – nell’ambito della definizione degli “specifici criteri e modalità di attuazione del principio di contenimento dei costi del personale” – un impedimento al reclutamento delle unità lavorative qualora la propria “gestione parallela” non sia in linea con i medesimi tempi medi di pagamento che esso stesso deve rispettare per evitare il blocco delle assunzioni.

Art. 15 del “Decreto Irpef”, che riverbera effetti sull’art. 5, comma 2, del Dl. n. 95/12, convertito con modificazioni dalla Legge n. 135/12
Prima dell’entrata in vigore del “Decreto Irpef”, in virtù dell’applicazione dell’art. 5, comma 2, del Dl. n. 95/12, convertito con modificazioni dalla Legge n. 135/12, anche le Società controllate dagli Enti Locali soggiacevano ad un limite massimo di spesa per l’acquisto, la manutenzione, il noleggio e l’esercizio di autovetture, nonché per l’acquisto di buoni taxi. Peraltro, il Dl. n. 69/13, convertito con modificazioni dalla Legge n. 98/13, sanciva, per il tramite del suo art. 49, comma 1-bis), che la disposizione di cui al comma 2 dell’art. 5 citato “… si interpreta(va) nel senso che le previsioni e i termini ivi previsti non si applicano alle Società quotate e alle loro controllate…”.
L’art. 15 del “Decreto Irpef”, che ha novellato il ridetto comma 2 dell’art. 5, non si è limitato a ridurre il prefato limite massimo di spesa effettuabile, ma ha anche ristretto il novero dei soggetti tenuti a ridurre i costi inerenti le autovetture e i buoni taxi. A tal fine, sono state espunte dall’applicazione della norma proprio le Società partecipate dalle Amministrazioni pubbliche. Sicché, anche le Imprese collettive pubbliche locali vengono a godere di tale beneficio.

Art. 23 del “Decreto Irpef”
L’art. 23 del “Decreto Irpef” affida al Commissario per la razionalizzazione della spesa il compito di predisporre, entro il 31 luglio 2014, un programma di ottimizzazione tendente a riorganizzare il Comparto delle gestioni parallele delle attività e servizi di competenza (anche) degli Enti Locali. Più nel dettaglio, il citato programma investe da un punto di vista soggettivo – anche ai fini di una loro valorizzazione industriale – le Istituzioni, le Aziende speciali e le Società in controllo di Amministrazioni locali per via diretta o indiretta. L’opera del Commissario dovrebbe rivolgersi a ridurre il numero dei citati Organismi attraverso delle operazioni straordinarie (liquidazioni o trasformazioni per fusioni o incorporazioni) che vanno avviate in funzione (presumibilmente) delle soglie demografiche dei soggetti facenti parte della compagine societaria o comunque degli Enti che danno vita alla loro entità strumentale, nonché in base alla perimetrazione delle aree territoriali ottimali in cui attività e servizi vanno ad innestarsi. Sembra quindi che, attraverso il processo di razionalizzazione descritto, si voglia raggiungere l’obiettivo di evitare la polverizzazione degli Organismi citati. All’atto pratico, torna “in auge” la finalità che il “limite numerico” di cui all’art. 14, comma 32, del Dl. n. 78/10, convertito con modificazioni dalla Legge n. 122/10, si prefiggeva prima della sua eliminazione ad opera del comma 561 dell’art. 1 della “Legge di stabilità 2014”, ovverossia, eliminare dalla galassia delle “gestioni parallele” le Società partecipate i cui soci non raggiungessero una certa soglia demografica, ad eccezioni di quelle (per la verità poche) con bilanci in utile.
Sotto quest’ultimo aspetto, appare utile evidenziare che, nel Dossier del Servizio Studi del Senato della Repubblica sull’A.S. n. 1465, titolato “Conversione in legge del Decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”, i tecnici di Palazzo Madama ricordino come “… nel Documento di programmazione economica e finanziaria 2014 – nella Sezione III, Seconda parte, sia presente un focus (a p. 91) dedicato al tema della partecipazioni societarie, ove si legge: ‘Le partecipazioni dichiarate dalle Amministrazioni locali sono complessivamente pari a 29.583, riconducibili a 7.065 Società’. ‘Si evidenzia, tuttavia, che il numero di partecipazioni mediamente detenute dai Comuni (7,17) è determinato dall’elevata numerosità (e quindi dal loro peso) dei piccoli Comuni rispetto a quelli medio-grandi’. ‘Il numero elevato di partecipazioni detenute dalle altre Amministrazioni locali è riconducibile per la quasi totalità alle partecipazioni delle Camere di commercio’. ‘Le 24.182 partecipazioni dirette comunicate dalle Amministrazioni locali risultano così suddivise: i) 961 sono partecipazioni totalitarie (quota di possesso pari al 100%); 1.032 sono partecipazioni di maggioranza (quota compresa tra il 50% e il 99%); 22.189 sono partecipazioni di minoranza (quota di possesso inferiore 49%). Di queste, in particolare, 16.206 sono relative a una quota inferiore al 4%’”.
Le specifiche misure del Commissario, che prevedono anche ipotesi di cessione di rami d’azienda, nonché di personale, ad altre Società, anche a capitale privato, con correlativo trasferimento di attività e servizi, devono garantire altresì una maggiore efficienza nella gestione degli Organismi partecipati (“anche attraverso la comparazione con altri operatori che operano a livello nazionale e internazionale”). Evidentemente, il Commissario dovrà procedere sulla falsariga dei provvedimenti già introdotti dalla “Legge di stabilità 2014”, che si rammenta ha comunque architettato un sistema che mira a tenere sotto controllo l’andamento economico degli Organismi esterni, a garanzia dell’efficienza, attraverso la responsabilizzazione, da un lato, delle Amministrazioni partecipanti in funzione degli effetti che possono determinarsi sui loro bilanci, dall’altro, dei gerenti delle Imprese collettive che divengono passibili di responsabilità amministrativo-contabile e di misure sanzionatorie in presenza di gestioni in perdita.
Ciò detto, occorre precisare che il prefato programma di razionalizzazione deve comunque preservare il fatto che, qualora le Amministrazione locali continuino a detenere partecipazioni societarie che non superino il “vaglio finalistico” di cui all’art. 3, comma 27, della Legge n. 244/07 (“Finanziaria 2008”), i medesimi Enti soci devono necessariamente provvedere, nel rispetto delle procedure di evidenza pubblica, alla loro cessione a terzi entro la nuova data sancita dall’art. 1, comma 569, della “Legge di stabilità 2014”, così come modificato dall’art. 2, comma 1, lett. b), del Dl. n. 6 marzo 2014, n. 16 che ha spostato la scadenza al 31 dicembre 2014, data questa nella quale peraltro è prevista la cessazione delle relative partecipazioni. Ragion per cui rimarrà fisso il precetto secondo cui le Amministrazioni pubbliche locali possono costituire soltanto Società esercenti attività di produzione di beni e di servizi strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, ovvero assumere o mantenere direttamente partecipazioni, maggioritarie e minoritarie, di Società aventi la medesima finalità. Così come la costituzione e la partecipazione in Imprese collettive che producono “servizi di interesse generale” (“servizi pubblici locali”) – nell’ambito del rispettivo livello di competenza – sarà sempre ammessa.
Il lavoro del Commissario – che come detto dovrà terminare entro il 31 luglio 2014 – sarà inserito “nel Disegno di legge di stabilità per il 2015”. In questo modo, il programma di razionalizzazione di cui trattasi sarà “reso operativo e vincolante per gli Enti Locali, anche ai fini di una sua traduzione nel Patto di stabilità e crescita interno”.

Art. 31 del “Decreto Irpef”
Gli Enti Locali non in grado di far fronte al pagamento dei debiti verso le Società al cui capitale partecipano possono richiedere – secondo i criteri, i tempi e le modalità che saranno stabiliti con Dm. Mef, da adottare entro 60 giorni dal 24 aprile 2014 (data di entrata in vigore del Decreto) – l’anticipazione di liquidità a valere sulla dotazione della “Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili degli Enti Locali” del “Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili” di cui all’art. 1, comma 10, del Dl. 8 aprile 2013, n. 35, convertito con modificazioni dalla Legge 6 giugno 2013, n. 64, che all’uopo è incrementata per l’anno 2014 di 2.000 milioni di Euro.
Nello specifico, i debiti verso le Società partecipate che possono essere pagati con le anticipazioni di cui sopra sono i seguenti:
a)     i debiti certi, liquidi ed esigibili alla data del 31 dicembre 2013;
b)     i debiti per i quali sia stata emessa fattura o richiesta equivalente di pagamento entro il predetto termine;
c)     i debiti fuori bilancio che presentavano i requisiti per il riconoscimento alla data del 31 dicembre 2013, anche se riconosciuti in bilancio in data successiva, ivi inclusi quelli contenuti nel “Piano di riequilibrio finanziario pluriennale”, di cui all’art. 243-bis del Dlgs. n. 267/00, approvato con Delibera della Sezione regionale di controllo della Corte dei conti.
Gli Enti Locali debitori, per azionare la leva finanziaria introdotta dal “Decreto Irpef”, devono necessariamente presentare una dichiarazione contenente la verifica dei crediti e debiti reciproci tra l’Ente stesso e le Società creditrici, che va asseverata dai rispettivi Organi di revisione, ciascuno per la parte di propria competenza.
Dal tenore letterale della norma si evince che gli Enti Locali utilizzano le risorse attinte dalla dotazione di cui sopra per estinguere i debiti che derivano da spese aventi, sia natura corrente che in conto capitale. Sul punto, giova precisare che il “Decreto Irpef”, diversamente da quanto era previsto nel Dl. n. 35/13, convertito con modificazioni dalla Legge n. 64/13, non consente la possibilità per gli Enti Locali debitori di richiedere il non conteggio, ai fini del rispetto del saldo (finanziario ibrido) obiettivo rilevante per il Patto di stabilità, dei pagamenti di debiti (ovviamente in conto capitale) effettuati nello stesso anno di concessione delle anticipazioni di liquidità da parte della Cassa Depositi e Prestiti Spa (in funzione della dotazione prevista nella “Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili degli Enti Locali”).
Posto che la procedura introdotta con il “Decreto Irpef” ha l’obiettivo di garantire che i creditori delle Società partecipate dagli Enti Locali ricevano le loro spettanze, le Società medesime devono dirottare prioritariamente la liquidità ottenuta verso l’estinzione dei loro debiti certi, liquidi ed esigibili alla data del 31 dicembre 2013, ovvero dei debiti per i quali sia stata emessa fattura o richiesta equivalente di pagamento entro il predetto termine. Tuttavia, il fatto che il Legislatore abbia utilizzato il termine prioritariamente non esclude che le Imprese collettive in parola possano impiegare – in via residuale – le risorse ottenute dagli Enti Locali per pagare debiti aventi caratteristiche diverse da quelle sopra esposte.
Occorre tener presente (tra l’altro) che gli Enti Locali possono provvedere ad estinguere i debiti nei confronti delle Società partecipate anche attingendo all’anticipazione di liquidità a valere sulla dotazione della “Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili degli Enti Locali”, che è specificamente incrementata, ai sensi dell’art. 32 del “Decreto Irpef”, al solo fine di garantire il rispetto dei tempi di pagamento di cui all’art. 4 del Dlgs. n. 231/02, e il cui utilizzo serve agli Enti Locali per far fronte a pagamenti di debiti anche verso Imprese private.
La leva finanziaria testé specificata però può essere azionata solo se il debito dell’Ente Locale nei confronti dell’Impresa (pubblica o privata che sia) abbia la sua genesi da “transazioni commerciali”; tenendo presente che il citato Decreto legislativo così intende i contratti, comunque denominati,tra Imprese ovvero tra Imprese e Amministrazioni pubbliche, che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo.
Le Società partecipate che ricevono pagamenti dagli Enti Locali – a valere sulle prefate anticipazioni di liquidità – sono tenute a comunicare a questi ultimi “… gli avvenuti pagamenti, unitamente alle informazioni relative ai debiti ancora in essere, per la successiva trasmissione nell’ambito della certificazione di cui all’art. 1, comma 14, del citato Dl. n. 35 del 2013”. Ai Collegi sindacali delle Società in parola viene affidato il compito di verificare che le comunicazioni di cui sopra siano state adempiute, dovendone dare atto nei propri verbali e nella relazione al bilancio di esercizio.
Rispetto a quest’ultimo adempimento, ci si chiede se le Società “de quibus” devono dar conto con le prescritte comunicazioni che gli Enti Locali hanno provveduto ad effettuare i pagamenti nei loro confronti, oppure sono loro stessi che devono dimostrare di aver dirottato la liquidità ricevuta secondo le prescrizioni normative ?
Considerato che il citato art. 1, comma 14, prevede che gli Enti Locali che ricevono le anticipazioni di liquidità per estinguerei loro debiti (così come descritti nel Dl. n. 35/13) sono tenuti ad effettuare i relativi pagamenti nel termine di 30 giorni, e preso atto che per dimostrare ciò gli stessi Enti, per il tramite del loro Responsabile finanziario, ovvero di altra persona formalmente incaricata, forniscono alla Cassa Depositi e Prestiti Spa formale certificazione dell’avvenuto pagamento e dell’effettuazione delle relative registrazioni contabili, sarebbe da ritenere che la prescritta comunicazione serva agli Enti Locali debitori per dimostrare di aver correttamente utilizzato l’anticipazione di liquidità. Pertanto, la predetta Nota andrebbe riferita agli avvenuti pagamenti delle Amministrazioni locali nei confronti delle Imprese collettive pubbliche.
Volendo fornire questa visione ermeneutica, non si capisce però il motivo per cui ai Collegi sindacali delle Società venga affidato un compito di vigilanza sul punto, atteso che la comunicazione di cui trattasi avrebbe il fine ultimo di verificare un adempimento da parte dell’Ente Locale e non della Società. Una logica esegesi della questione porterebbe a ritenere che il Legislatore voglia in realtà verificare che la norma introdotta con il “Decreto Irpef” raggiunga il suo fine: garantire che i creditori delle Società partecipate dagli Enti Locali ricevano le loro spettanze. Ragion per cui le Società in parola dovrebbero adempiere alle stesse prescrizioni a cui gli Enti Locali sono tenuti ai sensi dell’art. 1, comma 14, del Dl. n. 35/13. Quindi, con la liquidità ricevuta, le predette Imprese collettive dovrebbero provvedere ad estinguere i debiti (indicati nel “Decreto Irpef”) nel termine di 30 giorni, nonché comunicare i pagamenti che hanno effettuato nei confronti dei creditori, unitamente alle informazioni che riguardano i debiti ancora in essere. Tale comunicazione va inoltrata agli Enti Locali debitori.
Val la pena evidenziare che l’art. 31 del “Decreto Irpef” è stato introdotto al fine di favorire il pagamento dei debiti, non solo delle Società partecipate dagli Enti Locali, ma anche degli altri Organismi partecipati dalle medesime Amministrazioni (vedi comma 1). Però, nonostante le predette Imprese collettive non dovrebbero essere le uniche destinatarie dei pagamenti effettuati a valere sulle anticipazioni messe a disposizione alle Autonomie territoriali, il percorso procedurale che porta alla concessione delle anticipazioni “de quibus” è previsto unicamente per estinguere i debiti degli Enti Locali verso le Società in parola (vedi commi 2 e 3). Cosi come le prescrizioni e gli adempimenti che incombono sui beneficiari dei pagamenti effettuati dagli Enti Locali sono riservati solo alle Società partecipate da questi ultimi, mancando qualsiasi riferimento per gli altri Organismi partecipati (vedi commi 4 e 5). Alla luce di quanto sopra sarebbe certamente opportuno un chiarimento legislativo per risolvere detta anomalia.

di Ivan Bonitatibus


Tags assigned to this article:
decreto Irpefsocietà pubbliche

Related Articles

La transizione digitale tra due figure professionali distinte, il Dpo e il Responsabile della Transizione Digitale

Introduzione All’alba degli anni Venti del XXI secolo il mondo è attore e testimone di un’evoluzione tecnologica forsennata ed esponenziale

Compensi 2019 a Revisori di Enti Locali: adeguamento compensi, limiti massimi e minimi, rimborso spese e riduzione del 10%

Compenso Revisori Enti Locali – nuovi limiti massimi Il Decreto Ministero dell’Interno 21 dicembre 2018, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del

Non ci sono commenti per questo articolo

Scrivi un commento
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.