Destinatari di contributi economici: quali dati possono essere pubblicati senza violare la privacy degli interessati?

Destinatari di contributi economici: quali dati possono essere pubblicati senza violare la privacy degli interessati?

Il testo del quesito:

Quali dati relativi ai destinatari di contributi economici possono essere pubblicati senza violare la privacy degli interessati?

La risposta dei Ns. Esperti.

L’art. 12, comma 1, Legge n. 241/90, prevede che “La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi”.

L’art. 26, comma 1, Dlgs. n. 33/13, impone la pubblicazione degli atti con i quali sono determinati, ai sensi dell’art. 12, Legge n. 241/90, i criteri e le modalità cui le amministrazioni devono attenersi per la corresponsione di vantaggi economici.

La normativa sulla trasparenza stabilisce, inoltre, l’obbligo di pubblicazione, dei nominativi dei soggetti destinatari in generale di benefici economici superiori ad Euro 1.000 nel corso di un anno solare.

L’art. 27, comma 2, stabilisce le informazioni che devono essere pubblicate, tra cui: il nome del soggetto beneficiario, l’importo del vantaggio, il titolo giuridico dell’attribuzione, la modalità seguita per l’individuazione del beneficiario. Dette informazioni sono riportate nell’ambito della sezione “Amministrazione trasparente”.

Infatti l’art. 26, comma 4, Dlgs. n. 33/13 individua un limite nella diffusione dei dati quando da questi “sia possibile ricavare informazioni relative allo stato di salute o alla situazione di disagio economico-sociale degli interessati”.

Si tratta di un divieto funzionale alla tutela della dignità, dei diritti e delle libertà fondamentali degli interessati, al fine di evitare che soggetti in condizioni disagiate economico e sociali, soffrano un disagio dalla diffusione di queste informazioni personali o possono avere delle ripercussioni indesiderate a causa della conoscenza da parte di terzi della loro particolare situazione personale.

Infatti l’art. 7-bis, comma 4, Dlgs. n. 33/13, in tema di pubblicazione di dati personali nella sezione “Amministrazione trasparente” di siti delle Amministrazioni Pubbliche, è espressione del principio di minimizzazione, prevedendo che “Nei casi in cui norme di legge o di regolamento prevedano la pubblicazione di atti o documenti, le pubbliche amministrazioni provvedono a rendere non intellegibili i dati personali non pertinenti o, se sensibili o giudiziari, non indispensabili rispetto alle specifiche finalità di trasparenza della pubblicazione”.

Va altresì ricordato che l’art. 6 (“Liceità del trattamento”), par. 3, Gdpr, prevede che la base su cui si fonda il trattamento dei dati necessari per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri, deve essere stabilita dal diritto dell’Unione o dal diritto dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento. Quindi, sotto il profilo dei rapporti tra trasparenza e privacy, il Dlgs. n. 33/13 rappresenta la base giuridica per la diffusione di dati necessari per compiti di interesse pubblico o connessi all’esercizio di pubblici poteri, la quale, secondo la normativa in materia di tutela dei dati personali, può essere solo la legge ovvero, nei casi previsti dalla legge, il regolamento (art. 6, Regolamento (UE) n. 679/2016 e l’art. 2-ter (“Base giuridica per il trattamento di dati personali effettuato per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri”) Dlgs.196/03, come novellato dal Dlgs.101/18. Infatti, quest’ultima norma introducendo le “disposizioni più specifiche per adeguare l’applicazione delle norme” del Regolamento (art. 6, par. 2), ha stabilito che la base giuridica prevista per il trattamento di dati necessari per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri possa essere solo la legge ovvero, nei casi previsti dalla legge, il regolamento. Peraltro, la presenza di un obbligo di legge, che imponga la pubblicazione sui siti web per finalità di trasparenza, non esime dal rispetto dei principi generali applicabili al trattamento dei dati personali, contenuti nell’art. 5 del Regolamento (UE) n. 679/2016, che, in particolare, esprime il principio di minimizzazione dei dati, rilevante in ordine all’individuazione dei dati da diffondere, secondo cui i dati personali devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati

Correlato al principio di minimizzazione è quella della limitazione della conservazione, in relazione ai quali la Corte di Giustizia dell’Unione europea, Grande Sezione, Sentenza del 13 maggio 2014, n. 131, ha rilevato che l’illiceità del trattamento “può derivare non soltanto dal fatto che tali dati siano inesatti, ma anche segnatamente dal fatto che essi siano inadeguati, non pertinenti o eccessivi in rapporto alle finalità del trattamento, che non siano aggiornati, oppure che siano conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario”.

Nell’ordinamento interno, questi principi sono stati fatti propri anche dalla Corte costituzionale, che, con la sentenza 21 febbraio 2019, n. 20, ha affermato che questi principi di derivazione europea “sanciscono l’obbligo, per la legislazione nazionale, di rispettare i criteri di necessità, proporzionalità, finalità, pertinenza e non eccedenza nel trattamento dei dati personali, pur al cospetto dell’esigenza di garantire, fino al punto tollerabile, la pubblicità dei dati in possesso della pubblica amministrazione”.

Nel caso di benefici economici superiori a Euro 1.000, spetta all’Ente Locale, titolare del trattamento, valutare quando le informazioni di contesto rivelino dati sulla salute o l’esistenza di un disagio economico o sociale dell’interessato e non procedere, di conseguenza, alla pubblicazione dei dati o di altre informazioni idonee ad identificarlo.

In ogni caso, nel rispetto del principio di minimizzazione dei dati rispetto alle finalità perseguite, non è giustificato pubblicare dati quali l’indirizzo dell’abitazione o la residenza, il Codice Fiscale, i codici Iban dove sono accreditati i contributi, la ripartizione degli assegnatari secondo le fasce dell’equivalente – Isee, l’indicazione di analitiche situazioni reddituali, di condizioni di bisogno o di particolari situazioni abitative, etc.

L’art. 12, comma 1, Legge n. 241/90, prevede che “La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi”.

L’art. 26, comma 1, Dlgs. n. 33/13, impone la pubblicazione degli atti con i quali sono determinati, ai sensi dell’art. 12, Legge n. 241/90, i criteri e le modalità cui le amministrazioni devono attenersi per la corresponsione di vantaggi economici.

La normativa sulla trasparenza stabilisce, inoltre, l’obbligo di pubblicazione, dei nominativi dei soggetti destinatari in generale di benefici economici superiori ad Euro 1.000 nel corso di un anno solare.

L’art. 27, comma 2, stabilisce le informazioni che devono essere pubblicate, tra cui: il nome del soggetto beneficiario, l’importo del vantaggio, il titolo giuridico dell’attribuzione, la modalità seguita per l’individuazione del beneficiario. Dette informazioni sono riportate nell’ambito della sezione“Amministrazione trasparente”.

Va altresì ricordato che l’art. 6 (“Liceità del trattamento”), par. 3, Gdpr, prevede che la base su cui si fonda il trattamento dei dati necessari per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri, deve essere stabilita dal diritto dell’Unione o dal diritto dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento. Quindi, sotto il profilo dei rapporti tra trasparenza e privacy, il Dlgs. n. 33/13 rappresenta la base giuridica per la diffusione di dati necessari per compiti di interesse pubblico o connessi all’esercizio di pubblici poteri, la quale, secondo la normativa in materia di tutela dei dati personali, può essere solo la legge ovvero, nei casi previsti dalla legge, il regolamento (art. 6, Regolamento (UE) n. 679/2016 e l’art. 2-ter (“Base giuridica per il trattamento di dati personali effettuato per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri”) Dlgs.196/03, come novellato dal Dlgs.101/18. Infatti, quest’ultima norma introducendo le “disposizioni più specifiche per adeguare l’applicazione delle norme” del Regolamento (art. 6, par. 2), ha stabilito che la base giuridica prevista per il trattamento di dati necessari per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri possa essere solo la legge ovvero, nei casi previsti dalla legge, il regolamento. Peraltro, la presenza di un obbligo di legge, che imponga la pubblicazione sui siti web per finalità di trasparenza, non esime dal rispetto dei principi generali applicabili al trattamento dei dati personali, contenuti nell’art. 5 del Regolamento (UE) n. 679/2016, che, in particolare, esprime il principio di minimizzazione dei dati, rilevante in ordine all’individuazione dei dati da diffondere, secondo cui i dati personali devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati .

Infatti l’art. 26, comma 4, Dlgs. n. 33/13 individua un limite nella diffusione dei dati quando da questi “sia possibile ricavare informazioni relative allo stato di salute o alla situazione di disagio economico-sociale degli interessati”.

Si tratta di un divieto funzionale alla tutela della dignità, dei diritti e delle libertà fondamentali degli interessati, al fine di evitare che soggetti in condizioni disagiate economico e sociali, soffrano un disagio dalla diffusione di queste informazioni personali o possono avere delle ripercussioni indesiderate a causa della conoscenza da parte di terzi della loro particolare situazione personale.

Infatti l’art. 7-bis, comma 4, Dlgs. n. 33/13, in tema di pubblicazione di dati personali nella sezione “Amministrazione trasparente” di siti delle Amministrazioni Pubbliche, è espressione del principio di minimizzazione, prevedendo che “Nei casi in cui norme di legge o di regolamento prevedano la pubblicazione di atti o documenti, le pubbliche amministrazioni provvedono a rendere non intellegibili i dati personali non pertinenti o, se sensibili o giudiziari, non indispensabili rispetto alle specifiche finalità di trasparenza della pubblicazione”.

Correlato al principio di minimizzazione è quella della limitazione della conservazione, in relazione ai quali la Corte di Giustizia dell’Unione europea, Grande Sezione, Sentenza del 13 maggio 2014, n. 131, ha rilevato che l’illiceità del trattamento “può derivare non soltanto dal fatto che tali dati siano inesatti, ma anche segnatamente dal fatto che essi siano inadeguati, non pertinenti o eccessivi in rapporto alle finalità del trattamento, che non siano aggiornati, oppure che siano conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario”.

Nell’ordinamento interno, questi principi sono stati fatti propri anche dalla Corte costituzionale, che, con la sentenza 21 febbraio 2019, n. 20, ha affermato che questi principi di derivazione europea “sanciscono l’obbligo, per la legislazione nazionale, di rispettare i criteri di necessità, proporzionalità, finalità, pertinenza e non eccedenza nel trattamento dei dati personali, pur al cospetto dell’esigenza di garantire, fino al punto tollerabile, la pubblicità dei dati in possesso della pubblica amministrazione”.

Nel caso di benefici economici superiori a Euro 1.000, spetta all’Ente Locale, titolare del trattamento, valutare quando le informazioni di contesto rivelino dati sulla salute o l’esistenza di un disagio economico o sociale dell’interessato e non procedere, di conseguenza, alla pubblicazione dei dati o di altre informazioni idonee ad identificarlo.

In ogni caso, nel rispetto del principio di minimizzazione dei dati rispetto alle finalità perseguite, non è giustificato pubblicare dati quali l’indirizzo dell’abitazione o la residenza, il Codice Fiscale, i codici Iban dove sono accreditati i contributi, la ripartizione degli assegnatari secondo le fasce dell’equivalente – Isee, l’indicazione di analitiche situazioni reddituali, di condizioni di bisogno o di particolari situazioni abitative, etc.

di Stefano Paoli


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