Fatturazione nei confronti delle P.A.: alcuni chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate su questioni di interesse generale

Fatturazione nei confronti delle P.A.: alcuni chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate su questioni di interesse generale

L’Agenzia delle Entrate, con la Risposta all’Istanza di Interpello n. 436 del 28 ottobre 2019, ha fornito chiarimenti in ordine alla fatturazione nei confronti della Pubblica Amministrazione.

In particolare, l’Agenzia ha risposto ai seguenti 4 quesiti:

  1. Nel caso in cui, successivamente all’emissione della fattura, si verifichi una riduzione dell’imponibile, a seguito dell’accertamento di una prestazione di valore inferiore a quella contrattualmente prevista, il cedente/prestatore ha l’obbligo o ha la facoltà di emettere la nota di credito prevista dall’art. 26, comma 3, del Dpr. n. 633/1972 ?

L’art. 1, comma 629, lett. b), della Legge n. 190/2014 (“Legge di stabilità 2015”), ha inserito, nel Dpr. n. 633/1972, il nuovo art. 17-ter, che disciplina la “scissione dei pagamenti” (“split payment”). In base a tale meccanismo, le Amministrazioni pubbliche, come definite dall’art. 1, comma 2, della Legge n. 196/2009, e i soggetti indicati nell’art. 17-ter, comma 1-bis, che acquistano beni e/o servizi nel territorio dello Stato (sia nella loro veste istituzionale che nell’esercizio dell’attività d’impresa), pagano ai propri fornitori il corrispettivo al netto dell’Iva che deve essere versata, in deroga al regime ordinario, direttamente all’Erario anziché al cedente/prestatore.

Come chiarito con la Circolare n. 1/E del 2015, lo scopo della norma è quello di arginare l’evasione da riscossione dell’Iva, preservando, da un lato, l’Amministrazione finanziaria dal rischio di inadempimento dell’obbligo di pagamento dei fornitori che addebitano in fattura l’Imposta, e dall’altro, gli stessi acquirenti dal pericolo di coinvolgimento nelle frodi commesse da propri fornitori o da terzi. A differenza del sistema dell’inversione contabile, lo “split payment” non incide nella fase dell’applicazione dell’Imposta, ma solo in quella della sua riscossione. Ne consegue che tale meccanismo “non fa venire meno in capo al fornitore la qualifica di debitore dell’Imposta in relazione all’operazione effettuata nei confronti dell’Ente pubblico” (vedasi Circolare n. 15/E del 2015).

Pertanto, il cessionario o committente, destinatario di una fattura emessa ai sensi dell’art. 17-ter citato, in relazione alla quale opera appunto la “scissione dei pagamenti”, non assumendo la qualifica di debitore d’imposta, non ha facoltà di operare le variazioni in diminuzione in base all’art. 26 del Dpr. n. 633/1972, restando tale facoltà in capo al cedente/prestatore. Ciò posto, l’Agenzia ha osservato che, ai sensi dell’art. 17-ter, comma 1, del Dpr. n. 633/1972, le Amministrazioni pubbliche e gli altri soggetti di cui al successivo comma 1-bis versano l’Iva “secondo modalità e termini fissati con Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze”. In base al combinato disposto dell’art. 1, comma 2, e dell’art. 3, commi 1 e 2, del Dm. 23 gennaio 2015, l’Iva è versata con effetto dalla data in cui essa diviene esigibile, ossia al momento del pagamento dei corrispettivi, salvo opzione per l’esigibilità dell’Imposta anticipata al momento della ricezione della fattura ovvero al momento della registrazione della medesima.

Nel caso concreto tornano utili i chiarimenti forniti con la Risoluzione n. 75/E del 2002, in relazione all’esigibilità dell’Imposta all’atto del pagamento del corrispettivo ai sensi dell’art. 6, comma 5, del Dpr. n. 633/1972 (cosiddetta “esigibilità differita”). In particolare, secondo il sopra citato Documento di prassi, “l’esigibilità differita dell’Imposta collegata al pagamento del corrispettivo comporta che, in caso di mancato pagamento in tutto o in parte del corrispettivo (…), l’Imposta non diviene esigibile in tutto o in parte, benché l’operazione sia stata fatturata (…) in tale ipotesi occorre effettuare nei registri Iva opportune rettifiche, apportando le necessarie annotazioni in diminuzione”. In altri termini, data l’esigibilità dell’Iva al momento del pagamento, non trova applicazione nella fattispecie il cosiddetto Principio di cartolarità dell’Imposta, secondo cui “se il cedente o prestatore (…) indica nella fattura i corrispettivi delle operazioni o le Imposte relative in misura superiore a quella reale, l’Imposta è dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura” (vedasi art. 21, comma 7, del Dpr. n. 633/1972).

In conclusione, l’Agenzia ha ritenuto che l’istante, responsabile del pagamento dell’Imposta, in applicazione della “scissione dei pagamenti”, versi l’Iva dovuta per gli importi effettivamente pagati e non per quelli indicati in fattura;

  • Le somme trattenute al cedente/prestatore in applicazione di penalità per inadempienze o per irregolare prestazione o per trattenute sul prezzo in luogo della cauzione incidono sull’imponibile esposto in fattura ?

In generale, l’art. 15 del Dpr. n. 633/1972 elenca una serie di somme o importi che, pur essendo addebitati alla controparte, non hanno natura di controprestazione per la cessione del bene o per la prestazione del servizio cui si riferiscono e, pertanto, vengono considerati esclusi dalla base imponibile. Ad esempio, non concorrono a formare la base imponibile le somme addebitate ai clienti a titolo di interessi moratori, penalità, ritardi o altre irregolarità commesse dagli stessi nell’adempimento degli obblighi contrattuali.

Ai sensi del comma 2 del citato art. 15, le somme addebitate al cedente/prestatore da parte dell’acquirente o committente a causa di ritardi o di penalità nell’esecuzione del contratto (ad esempio, penalità per ritardata esecuzione di un’opera) non riducono il corrispettivo della cessione o della prestazione, che resta inalterato. Pertanto, nel caso di decurtazione del pagamento per l’applicazione di penalità a carico del fornitore, l’Iva va calcolata sulla base imponibile al lordo della penalità;

  • La fattura nella quale il cedente/prestatore ha omesso di indicare il Cig (Codice identificativo di gara) o ha indicato un numero errato è fiscalmente corretta e, quindi, pagabile da parte dell’istante ?

Sebbene il Codice identificativo di gara (Cig) non rientri tra gli elementi indicati dall’art. 21 del Dpr. n. 633/1972, l’obbligo di indicare tale Codice nella fattura elettronica emessa verso la Pubblica Amministrazione è previsto dall’art. 25, comma 2, del Dl. n. 66/2014, convertito con modificazioni dalla Legge n. 89/2014, secondo cui, “al fine di assicurare l’effettiva tracciabilità dei pagamenti da parte delle Pubbliche Amministrazioni, le fatture elettroniche emesse verso le stesse Pubbliche Amministrazioni riportano il Codice identificativo di gara (Cig), tranne i casi di esclusione dell’indicazione dello stesso nelle transazioni finanziarie così come previsto dalla Determinazione dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture 7 luglio 2011, n. 4, e i casi di esclusione dall’obbligo di tracciabilità di cui alla Legge n. 136/2010”.

Il successivo comma 3 del citato art. 25 dispone inoltre che “le Pubbliche Amministrazioni non possono procedere al pagamento delle fatture elettroniche che non riportano i Codici Cig e Cup ai sensi del comma 2”.

Tanto premesso, l’omissione in fattura di elementi che non pregiudicano la validità fiscale della stessa (Cig errato o mancante) può essere sanata mediante l’invio di un nuovo documento utile ad integrare i dati mancanti nel documento originario;

  • In esecuzione di contratti e/o appalti, è corretto dar corso al pagamento delle fatture senza effettuare alcun controllo sull’aliquota Iva applicata dal cedente/prestatore, rimettendo tale verifica agli Organi dell’Amministrazione finanziaria nelle competenti sedi ?

Il meccanismo della “scissione dei pagamenti” non fa venir meno in capo al cedente/prestatore la qualifica di debitore dell’Iva in relazione all’operazione effettuata nei confronti della Pubblica Amministrazione. Quindi, la responsabilità in merito alla corretta aliquota Iva da applicare nelle cessioni di beni o nelle prestazioni di servizi resta in capo al cedente/prestatore. Cionondimeno, il cessionario o committente è tenuto ad esperire i controlli in suo potere sulla correttezza dell’operato del cedente o prestatore, posto che l’art. 6, comma 8, del Dlgs. n. 471/1997, prevede che “il cessionario o il committente che, nell’esercizio di imprese, arti o professioni, abbia acquistato beni o servizi senza che sia stata emessa fattura nei termini di legge o con emissione di fattura irregolare da parte dell’altro contraente, è punito, salva la responsabilità del cedente o del commissionario, con sanzione amministrativa pari al 100% dell’Imposta, con un minimo di Euro 250, sempreché non provveda a regolarizzare l’operazione (…)”.


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