Imposta di soggiorno: nessuna abolitio criminis per effetto del “Decreto Rilancio”

Imposta di soggiorno: nessuna abolitio criminis per effetto del “Decreto Rilancio”

Nella Sentenza n. 41793 del 9 settembre 2021 della Corte di Cassazione, la Suprema Corte si esprime sulla questione dell’incidenza della normativa sopravvenuta (art. 180, comma 3, del Dl. n. 34/2020, convertito con modificazione con Legge n. 77/2020) sulla fattispecie di peculato e ha chiarito che in tema di omesso versamento da parte del gestore di Struttura ricettiva dell’Imposta di soggiorno, permane la rilevanza penale del fatto a titolo di peculato per le condotte poste in essere antecedentemente alle modifiche, atteso che la novella non ha comportato una parziale abolitio criminis, essendosi limitata a far venir meno in concreto la qualifica soggettiva pubblicistica del gestore, senza che ciò abbia inciso sulla struttura del delitto di cui all’art. 314 del Cp..

Peraltro i Giudici di legittimità chiariscono che, dopo una puntuale disamina del rapporto dello ius superveniens con la fattispecie di peculato alla stregua degli approdi giurisprudenziali più significativi in punto di effetti penali della successione di leggi extra-penali, la novella ha fatto venir meno in concreto la qualifica soggettiva pubblicistica del gestore, ma non ha di certo alterato la definizione stessa di incaricato di pubblico servizio. L’ambito applicativo della fattispecie di peculato non ha subito modifiche, e ciò si rileva agevolmente dal raffronto delle due fattispecie, quella precedente e quella successiva alla modifica extra-penale. La norma sopraggiunta ha inciso soltanto sullo status di fatto del gestore rispetto alla tassa di soggiorno, non più incaricato o custode del denaro pubblico incassato per conto del Comune e ora soggetto obbligato solidalmente al versamento della imposta. Ma la nozione di incaricato di pubblico servizio non è mutata e non è mutata di conseguenza neanche la fattispecie di peculato. 


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