Imposte dirette: il compenso riscosso da un Professionista dopo la chiusura della Partita Iva rientra tra i redditi diversi

Imposte dirette: il compenso riscosso da un Professionista dopo la chiusura della Partita Iva rientra tra i redditi diversi

L’Agenzia delle Entrate, con la Risposta all’Istanza di Interpello n. 299 del 2 settembre 2020, ha chiarito le modalità di indicazione in Dichiarazione del compenso riscosso da un Professionista dopo la cessazione dell’attività esercitata nel regime dei minimi.

Al riguardo, l’Agenzia ha ricordato che, con la Circolare n. 17/E del 2012, ha chiarito che, “in un’ottica di semplificazione che tiene conto delle dimensioni dell’Impresa e, in particolare, dall’esiguità delle operazioni economiche che ne caratterizzano l’attività, si ritiene che è rimessa alla scelta del contribuente la possibilità di determinare il reddito relativo all’ultimo anno di attività tenendo conto anche delle operazioni che non hanno avuto in quell’anno manifestazione finanziaria”.

Con la Circolare n. 10/E del 2016, tale chiarimento è stato ribadito anche con riferimento ai contribuenti che accedono al “regime forfetario” di cui all’art. 1, commi da 54 a 89, della Legge n. 190/2014. In altri termini, i contribuenti che accedono ai predetti regimi agevolati possono far concorrere alla determinazione del reddito anche ricavi ancora da incassare al momento della chiusura della Partita Iva, imputando all’ultimo anno di attività anche le operazioni che non hanno avuto ancora manifestazione finanziaria.

Tale precisazione vale a prescindere dal tipo di attività (professionale o d’impresa) esercitata, poiché i soggetti che accedono ai predetti regimi determinano comunque il reddito secondo il criterio di cassa. L’istante, che dichiara di aver svolto la sua attività professionale fino a fine 2017 nel regime dei minimi, pur avendo fatturato il compenso in questione prima della chiusura della Partita Iva, non si è avvalso di tale facoltà.

A tal riguardo, l’art. 53, comma 1, del Tuir (Dpr. n. 917/1986) prevede che per redditi di lavoro autonomo s’intendono quelli che “(…) derivano dall’esercizio di arti e professioni. Per esercizio di arti e professioni s’intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo (…)”.

Attraverso tale norma, il Legislatore ha voluto delineare il concetto di esercizio di “arti e professioni”, al fine di distinguerlo dal lavoro svolto in modo occasionale di cui all’art. 67, comma 1, lett. l), del Tuir medesimo. In particolare, rientrano nella prima tipologia quelle attività svolte dal contribuente con regolarità, stabilità e continuità. La circostanza che il soggetto istante, al momento dell’incasso del compenso, non abbia più la Partita Iva fa sì che, nel caso in esame, non sia possibile riscontrare il requisito soggettivo dell’abitualità che è alla base delle attività di lavoro autonomo.

L’Agenzia ha ritenuto pertanto che il compenso percepito dall’istante quando ormai, avendo chiuso la Partiva Iva, non svolgeva più la sua attività professionale in maniera abituale, debba essere dichiarato come “reddito diverso”, ai sensi del comma 1, lett. l), dell’art. 67 del Tuir, indicandolo nel Quadro “RL”, rigo RL15, del Modello “Redditi Persone fisiche 2020”.


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