Indebito annullamento di ruoli in favore del figlio: le poste di danno contestate ad un dipendente dell’Amministrazione finanziaria

Indebito annullamento di ruoli in favore del figlio: le poste di danno contestate ad un dipendente dell’Amministrazione finanziaria

Nella Sentenza n. 150 del 21 giugno 2017 della Corte dei conti Toscana, l’Agenzia delle Entrate accertava che un dipendente, dopo essere stato trasferito ad altro Ufficio non operativo, aveva compiuto 16 “indebiti annullamenti di comunicazioni e ruoli”, la maggior parte a favore del figlio, utilizzando le abilitazioni informatiche che gli erano state precedentemente fornite e non ancora revocate.

Sulla base di tali premesse, la Procura ipotizzava 3 distinte poste di danno:

– danno patrimoniale;
– danno da disservizio derivante dall’aver dovuto l’Agenzia impiegare tempo ed energie lavorative al recupero, in parte ottenuto, degli indebiti sgravi concessi;
– danno da interruzione del rapporto lavorativo e conseguente inutile retribuzione.

La Sezione rileva come dai fatti era emersa una condotta dolosa, da parte del convenuto, consistita nell’accedere al Sistema informatico “per modificare artatamente i dati” dell’Agenzia dopo il trasferimento ad altro incarico non operativo, che aveva determinato un danno erariale complessivo di Euro 7.638,57. In particolare, la Sezione pone in evidenza la sussistenza del danno patrimoniale, riferito alle somme indebitamente “sgravate” e non recuperate, ammontanti ad Euro 4.138,57. Inoltre, veniva riconosciuto il danno da disservizio che, si risolve nel pregiudizio ulteriore rispetto al danno patrimoniale diretto recato dalla condotta illecita del dipendente al corretto funzionamento dell’apparato pubblico e, nel caso specifico, nella spesa sostenuta per l’organizzazione e lo svolgimento dell’attività non produttiva di congrui risultati in favore della collettività.

Il danno, la cui quantificazione è affidata, ai sensi dell’art. 1226 del Cc., al prudente apprezzamento del Giudice, è stato determinato in via equitativa in 1.500 Euro, facendo riferimento alle risorse impiegate per il recupero delle somme oggetto di indebito “sgravio” da parte del convenuto, nonché agli oneri connessi alla riorganizzazione del Settore ed al Servizio di auditing impegnato nelle attività di indagine interna e di ispezione collegate ai fatti dannosi in questione. Infine, con riferimento al danno da interruzione del sinallagma lavorativo con il dipendente infedele, appare evidente come, nel caso di specie, non possa ritenersi che il dipendente abbia eseguito appieno e correttamente le prestazioni lavorative a lui affidate, perché le energie per le mansioni di spettanza sono state parzialmente distratte nelle illegittime condotte. La retribuzione corrisposta dall’Amministrazione di appartenenza, di conseguenza, non ha compensato solo lo svolgimento di lecite e doverose attività istituzionali ma, quanto meno in parte, ha arricchito il suddetto Funzionario infedele per l’attività svolta in violazione degli obblighi di servizio. Quanto alla sua quantificazione e ripartizione, occorre fare riferimento al criterio equitativo di cui all’art. 1226 del Cc., in quanto risulta innegabilmente difficoltoso provarne l’esatto ammontare e quindi determinare la quota esatta della retribuzione indebitamente percepita in funzione dell’attività contestata.

Tuttavia, in considerazione del tempo lavorativo che con ragionevole presunzione è stato sottratto all’attività d’ufficio complessivamente espletata (che non comprende, com’è ovvio, unicamente la mera materiale operazione informatica, ma tutta la relativa attività di studio e preparazione), la Sezione determina il danno da indebita corresponsione di quota di retribuzione nella misura di Euro 2.000. Pertanto, l’attività svolta in violazione degli obblighi di servizio determina un danno erariale “da indebita corresponsione di quota di retribuzione” che deve essere quantificato togliendo alla retribuzione il valore delle energie, sprecate nelle condotte illegittime.


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