Informativa Antimafia e sua esegesi da parte del Consiglio di Stato

Informativa Antimafia e sua esegesi da parte del Consiglio di Stato

Nella Sentenza n. 758 del 30 gennaio 2019 del Consiglio di Stato, i Giudici chiariscono che, in sede di emanazione dell’informativa Antimafia, l’equilibrata ponderazione dei contrapposti valori costituzionali in gioco – la libertà di impresa, da un lato, e la tutela dei fondamentali beni che presidiano il principio di legalità sostanziale, secondo la logica della prevenzione – richiedono alla Prefettura un’attenta valutazione dei diversi elementi, che devono offrire un quadro chiaro, completo e convincente del pericolo di infiltrazione mafiosa, e a sua volta impongono al Giudice amministrativo, nel sindacato sulla motivazione, un altrettanto approfondito esame di tali elementi, singolarmente e nella loro intima connessione, per assicurare una tutela giurisdizionale piena ed effettiva contro ogni eventuale eccesso di potere da parte del Prefetto nell’esercizio di tale ampio, ma non indeterminato, potere discrezionale. I Giudici pongono in evidenza che l’art. 84, comma 3, del Dlgs. n. 159/2011, riconosce, quale elemento fondante l’Informazione Antimafia, la sussistenza di “eventuali tentativi” di infiltrazione mafiosa “tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi delle Società o Imprese interessate”. Eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa e tendenza di queste ad influenzare la gestione dell’Impresa sono all’evidenza tutte nozioni che delineano una fattispecie di pericolo, propria del diritto della prevenzione, finalizzate appunto a prevenire un evento che, per la stessa scelta del Legislatore, non necessariamente è attuale, o inveratosi, ma anche solo potenziale, purché desumibile da elementi non meramente immaginari o aleatori. Il pericolo – anche quello di infiltrazione mafiosa – è per definizione la probabilità di un evento. Il diritto amministrativo della prevenzione Antimafia in questa materia non sanziona perciò fatti, penalmente rilevanti, né reprime condotte illecite, ma mira a scongiurare una minaccia per la sicurezza pubblica, l’infiltrazione mafiosa nell’attività imprenditoriale, e la probabilità che siffatto “evento” si realizzi. Il pericolo dell’infiltrazione mafiosa, quale emerge dalla legislazione Antimafia, non può tuttavia sostanziarsi in un sospetto della Pubblica Amministrazione o in una vaga intuizione del Giudice, che consegnerebbero questo istituto, pietra angolare del Sistema normativo Antimafia, ad un diritto della paura, ma deve ancorarsi a condotte sintomatiche e fondarsi su una serie di elementi fattuali, taluni dei quali tipizzati dal Legislatore (art. 84, comma 4, del Dlgs. n. 159/2011: si pensi, per tutti, ai cd. “delitti spia”), mentre altri, “a condotta libera”, sono lasciati al prudente e motivato apprezzamento discrezionale dell’Autorità amministrativa, che “può” (si badi: può) desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa, ai sensi dell’art. 91, comma 6, del Dlgs. n. 159/2011, da provvedimenti di condanna non definitiva per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali “unitamente a concreti elementi da cui risulti che l’attività di Impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata”.


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