La giornata parlamentare – 11 ottobre 2019

La giornata parlamentare – 11 ottobre 2019

Riparte il dibattito sulla legge elettorale: ipotesi ellenicum

La maggioranza va avanti con le tre riforme costituzionali che devono controbilanciare il taglio dei parlamentari. Gli sherpa di M5S, Pd, Leu e Iv hanno approntato infatti le bozze dei testi che saranno depositati il 21 ottobre in Senato, dove un fronte bipartisan ha lanciato una raccolta di firme per il referendum sul taglio degli scranni. Ieri è partita una competizione tra Fdi e Lega sulla raccolta di firme a sostegno del presidenzialismo, mentre nel dibattito sulla legge elettorale si è ampliato il numero dei modelli su cui si discute, con il ritorno in auge del sistema greco. Le tre riforme che la maggioranza si era impegnata a varare per attenuare gli effetti del taglio del numero degli eletti sono ormai definite e le prime bozze circolano: scendono da tre a due i delegati che ciascuna Regione manda a Roma per l’elezione del Capo dello Stato; Senato e Camera avranno lo stesso elettorato attivo (18 anni) e passivo (25 anni); il Senato sarà eletto su base regionale o pluri-regionale.  

Ma a mettere in discussione lo stesso taglio dei parlamentari ci hanno pensato un gruppo bipartisan di senatori (Fi, Pd e Iv) che hanno aderito all’iniziativa della Fondazione Luigi Einaudi per chiedere il referendum. Si tratta di raccogliere le firme di 64 senatori che consentirebbe di tenere la consultazione popolare; ci sono tre mesi di tempo per tentare. L’ex M5s Gregorio De Falco ha sfidato il Movimento a promuovere esso stesso il referendum in nome della democrazia diretta. Nel centrodestra una delegazione di Fdi, con Ignazio La Russa e Francesco Lollobrigida, ha depositato in Cassazione una proposta di legge su cui raccogliere le firme necessarie (50.000) per farne una d’iniziativa popolare. Anche la Lega con Matteo Salvini ha fatto altrettanto. 

Per quanto riguarda la legge elettorale, nel dibattito, ancora informale, tra i gruppi è riapparso in giornata il modello greco. Il Pd, come ha spiegato Stefano Ceccanti, oltre al proporzionale non esclude il doppio turno nazionale tra coalizioni con possibilità di aggregazione anche tra il primo e il secondo turno. L’obiezione di Leu però è semplice: “Se cambiamo la legge elettorale per attenuare l’impatto sulla rappresentanza del taglio dei parlamentari, allora l’impianto proporzionale è il più consequenziale”. Tra i sistemi proporzionali c’è quello ordinario con una soglia del 4-5%, rischiosa per i partiti piccoli; poi c’è lo spagnolo, anch’esso proporzionale, ma su circoscrizioni provinciali, in cui dunque nelle grandi città i partiti piccoli eleggono deputati anche se non raggiungono il 4-5%. A questi modelli si è aggiunto l’ellenicum, di cui si parlò nel 2016-17: un proporzionale con un premio di governabilità (non di maggioranza) al partito che prende più voti. In questo modo la soglia potrebbe essere anche più bassa e si garantirebbe rappresentanza senza penalizzare troppo la governabilità. 

M5S e Pd stringono su alleanze: in Calabria spunta Callipo

M5S e Pd dopo il vertice tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti scelgono di accelerare sulla possibilità di allearsi come accaduto per le regionali in Umbra. In Calabria, innanzitutto, dove 5 Stelle e Dem vorrebbero chiudere già prima del voto del 27 ottobre in Umbria. E un nome in pista già c’è: è il re del tonno Pippo Callipo. Già candidato civico (sostenuto da Idv e Lista Bonino-Pannella) alle Regionali nel 2010, Callipo nei giorni scorsi sarebbe stato contattato da alcuni esponenti locali M5S e, secondo alcune fonti parlamentari del Movimento, l’imprenditore di Pizzo Calabro avrebbe aperto a una sua discesa in campo. La candidatura dell’ortodossa Dalila Nesci (M5S), oltre che essere esclusa dai vertici pentastellati, violerebbe le regole dello statuto del M5S visto che al momento è parlamentare. 

“Andando da soli a livello locale c’è il rischio di diventare come Rifondazione Comunista”, spiega un deputato del M5S avallando l’idea dell’apertura ai candidati civici in tandem con il Pd. Nei Dem la convinzione è che “strutturare un campo largo, di centro-sinistra” con il Movimento darebbe forza non solo al candidato comune in Umbria ma allo stesso Governo. Anche perché, si fa notare, è un campo che, aggiungendo +Europa (non nel Governo), risulta avere un consenso prevalente sul centrodestra. A Pesaro, del resto, da oggi la convivenza M5S-Pd è un fatto: il sindaco Matteo Ricci ha assegnato la delega all’Università a Francesca Frenquellucci, capogruppo M5S ed esponente dell’opposizione. 

Certo, i paletti da entrambe le parti non mancano. Il M5S non fa passi indietro sugli skills degli eventuali candidati comuni, a cominciare dal non avere rinvii a giudizio a carico. Dall’altra parte a farsi sentire sono i candidati uscenti, come Stefano Bonaccini in Emilia-Romagna, che non ha intenzione di fare passi indietro pur aprendo all’esperimento umbro: “Tentare, dove sia possibile, di riprodurre l’alleanza di Governo non può più essere un tabu”. Poi c’è il dissenso interno, di chi, nel M5S, non riesce proprio a tollerare un’alleanza con il Pd né al governo né nelle Regioni, come Gianluigi Paragone, e di chi, nel Pd, non vuole abbandonare schemi consolidati: ieri, al Nazareno è stato consegnato un documento con cinquemila firme raccolte in Calabria dai circoli dem per chiedere le primarie per scegliere il candidato alle elezioni regionali e nel quale si chiede di fare una valutazione rigorosa del presidente uscente, Mario Oliverio. E resta l’incognita Matteo Renzi; sulla Calabria, ad esempio, fonti di Italia Viva si dicono aperte al dialogo ma non escludono la presentazione di una lista autonoma.  

Il Governo inserirà in manovra la digitaltax e il piano casa

Il Governo scopre una a una le sue carte in vista dell’approvazione della legge di bilancio. Sarà una manovra snella, viste le poche risorse. Ma il premier Giuseppe Conte promette che sarà anche coraggiosa, soprattutto nella lotta all’evasione fiscale, perché “essere onesti conviene”. Questa sera un vertice di maggioranza dovrebbe fare il punto sul mix di misure per ricavare 7 miliardi e cercare una prima intesa sulle norme da portare lunedì in Consiglio dei ministri. Ma i rapporti con Italia viva sono ancora tesi e alla Camera fanno fibrillare i giallorossi le tante assenze nel M5S: il NaDef è passato solo per tre voti sfiorando quindi la crisi. Prova a distendere gli animi il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri da Lussemburgo, dove ha preso parte a Eurogruppo ed Ecofin; si dice ottimista sul giudizio della Commissione, che dovrà dare il via libera a 14 miliardi di flessibilità: “La nostra impostazione è apprezzata” dichiara. 

Poi annuncia che dal 2020 diventerà finalmente operativa la tassa sui giganti della Rete, di cui si discute dal 2013. Si dovrebbe ripartire, salvo correzioni del Parlamento, dal prelievo previsto, ma mai attuato, dal governo M5S-Lega del 3% per le grandi società con almeno 750 milioni di ricavi (almeno 5,5 in Italia) e si punta a incassare 150 milioni nel 2020 e 600 milioni l’anno a regime. Il Governo festeggia anche l’intesa con le Regioni, a partire dalle risorse per la sanità (2 miliardi il prossimo anno) e annuncia che la legge di bilancio confermerà il sisma bonus e prorogherà la cedolare secca e l’ecobonus, che sarà modificato per non penalizzare troppo piccole e medie imprese. Sul piede di guerra sono però i Comuni, che minacciano di scendere in piazza se saranno ridotte le loro risorse.

Intanto il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto clima ma si discute fino all’ultimo per la scelta del ministero dell’Economia di stralciare dal testo, per inserirla in manovra, la riduzione dei sussidi dannosi per l’ambiente. Mentre arriverà con un mix di misure tra legge di bilancio e decreto fiscale il piano casa “Rinascita urbana” annunciato dalla ministra Paola De Micheli. Si tratta d’interventi per un miliardo, che vanno dagli assegni per sostenere gli affitti delle famiglie disagiate fino a progetti di riqualificazione urbana da massimo 20 milioni l’uno. Fin d’ora i partiti sono preoccupati però dal percorso parlamentare di decreto fiscale e manovra. Non solo perché la Lega, che in Aula scatena la bagarre contro gli ex alleati M5S al grido di “elezioni”, ha la presidenza di due commissioni cruciali ma anche perché i numeri di maggioranza sono stretti: a Montecitorio è passato solo per tre voti, con 319 sì, la nota di aggiornamento al Def che deve essere approvata con maggioranza assoluta. 

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