La giornata parlamentare – 5 settembre 2019

La giornata parlamentare – 5 settembre 2019

Nasce il II Governo Conte sostenuto da M5S, Pd e LeU

Dopo giorni di tensioni fra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico ieri pomeriggio alle 15.30 il Presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte è salito al Quirinale per sciogliere la riserva davanti al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per ufficializzare i nomi dei ministri del nuovo esecutivo. Nella lista dei 21 ministri ci sono 10 pentastellati, 9 del PD, un tecnico e un esponente di Liberi e uguali; nel complesso, ci sono 7 donne, i ministri del sud sono undici, otto quelli del nord e due i romani.

Il giuramento del nuovo Governo, già rinominato giallorosso, è previsto per questa mattina alle 10 al Quirinale, al termine del quale entrerà ufficialmente in carica, diventando così il sessantaseiesimo della Repubblica e il secondo della XVIII legislatura. Stasera si terrà il primo Consiglio dei ministri nel quale verrà indicato Paolo Gentiloni come candidato italiano alla Commissione Europea. Secondo quanto è stato deciso Giuseppe Conte si recherà lunedì alla Camera e martedì al Senato per chiedere la fiducia e quindi dare il via definitivo al nuovo Governo. 

I ministri del governo giallorosso

Dopo giorni di trattative serrate tra gli esponenti del M5S, Pd e LeU al MEF andrà il dem Roberto Gualtieri, alla Giustizia è stato confermato il pentastellato e fedelissimo di Di Maio Alfonso Bonafede e alla Difesa Lorenzo Guerini del Partito Democratico. Alle Politiche agricole Teresa Bellanova (PD), Paola De Micheli (PD), attuale vicesegretaria dem, andrà alle Infrastrutture, ai Beni culturali torna Dario Franceschini (PD)e Roberto Speranza, di LeU, alla Salute.

All’Istruzione andrà Lorenzo Fioramonti (M5S), che era viceministro nel governo gialloverde. Sergio Costa, in quota 5Stelle, è stato confermato all’Ambiente, Federico D’Incà (M5S), vicinissimo a Roberto Fico e dell’ala dei cosiddetti ortodossi, è stato nominato ai rapporti con il Parlamento. Paola Pisano (M5S) all’Innovazione, Fabiana Dadone (M5S) alla Pubblica amministrazione, il dem Francesco Boccia agli Affari regionali. Vincenzo Spadafora (M5S) passa allo Sport e politiche giovanili, Elena Bonetti, del Pd, alle Pari Opportunità mentre Enzo Amendola (PD) va agli Affari europei. Il leader del M5S, Luigi Di Maio, perde la vicepresidenza del Consiglio e il super ministero dello Sviluppo economico e del lavoro per diventare il nuovo Ministro degli esteri. 

Tra le novità ci sono Giuseppe Provenzano (PD), giovane direttore dello Svimez, che sarà Ministro per il Sud, e Nunzia Catalfo al Lavoro, esponente dei 5Stelle che ha contribuito a scrivere il reddito di cittadinanza. Stefano Patuanelli, finora capogruppo M5S al Senato e tra i più attivi nelle trattative per la nascita del governo giallorosso, andrà allo Sviluppo economico. Il ministro dell’Interno sarà invece un tecnico, l’ex prefetto di Milano Luciana Lamorgese, cui è affidato il delicato compito di depolicitizzare il dicastero dopo Matteo Salvini e di avviare un cambio delle politiche sui migranti. Infine Riccardo Fraccaro (M5S) sarà Sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Conte si rafforza ma dopo la nomina di Fraccaro dovrà mediare con il PD

Un nuovo tratto europeista critico e toni più istituzionali e meno urlati: così si annuncia il Governo Conte, con l’avvicendamento tra Lega e PD. La discontinuità c’è e si vedrà, è la scommessa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che di sicuro si rafforza, con la scomparsa dei vicepremier, ma che alla fine perde un duro braccio di ferro con Luigi Di Maio per avere un proprio uomo, e non un esponente M5S, nel ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio: alla fine ha prevalso il nome di Riccardo Fraccaro contro il segretario generale di palazzo Chigi Riccardo Chieppa. E’ una scelta difficile per il Premier e anche per neo alleati del Partito Democratico che non avranno nessun uomo a Palazzo Chigi in grado di intervenire direttamente sull’ordine del giorno del Cdm; come del resto sui provvedimenti alla Camera e al Senato, visto che il ministro per i Rapporti con il Parlamento è un esponente del M5S. La scelta peserà e per forza di cose costringerà Giuseppe Conte a trovare una mediazione nella partita, che si aprirà dopo la fiducia alla Camera e al Senato, dei sottosegretari. Di sicuro non sembra intenzionato a cedere la delega ai servizi così come avvenuto nel precedente Governo giallo verde. 

Mattarella è soddisfatto: rispettati i tempi. Nessun rilievo sulla squadra 

Quindici giorni di crisi conclusasi secondo la più rigida grammatica costituzionale e, con soddisfazione di Sergio Mattarella, nei tempi prestabiliti. Con il giuramento del Conte bis, al Colle si potrà tirare un sospiro di sollievo dopo giorni di attesa e tensioni. Il capo dello Stato lo aveva detto e così è stato: fare in fretta e bene. E quindici giorni rispetto agli 89 utilizzati per il governo gialloverde, uniti all’assenza di colpi di scena in questo percorso (lo scorso anno si era passati dall’impeachment invocato da Luigi Di Maio, al premier incaricato Cottarelli che scompare dallo studio alla Vetrata e dal Quirinale, fino alle due remissioni dell’incarico), hanno circoscritto questa crisi in quadro lineare dove il rispetto della Costituzione alla fine è stato il bene primario.

Per l’inquilino del Colle questo Governo può definirsi a tutti gli effetti politico, frutto di un confronto ragionevole tra PD e M5S, che si sono presi la responsabilità di scelta su ogni singolo nome. Insomma, non esistono ministri in quota Quirinale, questa è la sintesi. I 50 minuti di colloquio nello studio alla Vetrata col premier incaricato indicano che da parte di Mattarella non ci sono stati rilievi o questioni sulla lista dei Ministri presentata. Il tutto è racchiuso in quella che non voleva essere una dichiarazione, ma solo un saluto: “In base alle indicazioni di una maggioranza parlamentare, si è formato un Governo. La parola ora compete al Parlamento e al Governo” che dovrà chiedere la fiducia. Un governo forte e nel pieno dei suoi poteri, questo era l’obiettivo perché “lo richiede un grande Paese come il nostro” aveva detto Mattarella; nessun escamotage, come governi di scopo o istituzionali, ma un’unica alternativa, il voto anticipato, decisione che non si può prendere “a cuor leggero”.

A cura di Nomos Centro Studi parlamentari

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