La Giornata Parlamentare del 15 novembre 2022

La Giornata Parlamentare del 15 novembre 2022

Meloni parla al G20 degli effetti della guerra in Ucraina. Oggi vede Biden

Nel suo intervento a Bali la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato degli effetti della guerra: “Quando l’Indonesia ha assunto la Presidenza del G20 era impossibile prevedere che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina e il devastante impatto che ciò avrebbe avuto sull’ordine mondiale e sulle nostre economie. Per riuscire nella sua missione, il G20 deve avere il coraggio di confrontarsi con le sfide più difficili in agenda, a partire dalle conseguenze del conflitto ucraino in ambito economico, energetico e alimentare che stanno investendo tutti e stanno senza dubbio colpendo in maniera preponderante i Paesi in via di sviluppo. Presidente Widodo, l’anno scorso a Roma nessuno avrebbe pensato che si sarebbe arrivati a questo, con la guerra, la crisi alimentare e l’emergenza energetica. Ma non abbiamo permesso a nessuno di intimidirci. Abbiamo reagito e abbiamo continuato a lavorare insieme. Non solo su energia e cibo, ma anche su tante altre sfide: la difesa dell’ambiente, il contrasto ai cambiamenti climatici, infrastrutture più efficienti, un’istruzione di qualità, assistenza sanitaria per tutti. Le generazioni future meritano un mondo migliore e tutti noi abbiamo il dovere di lavorare in questa direzione”.

“L’Italia, insieme all’Ue, sta intervenendo per fare fronte alla spropositata e sproporzionata crescita dei prezzi dell’energia, per aumentare la produzione nazionale e accelerare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Tutto questo riducendo la sua eccessiva dipendenza dalla Russia. Altri Paesi hanno maggiori difficoltà nel farlo e vanno sostenuti. Dal dramma della crisi energetica può emergere, per paradosso, anche l’opportunità di rendere il mondo più sostenibile e costruire un mercato più equilibrato, nel quale gli speculatori abbiano meno influenza e i Paesi fornitori abbiano meno opportunità di usare l’energia come un’arma contro altri Paesi”. Oggi la Meloni interverrà anche nella seconda sessione, dedicata al tema della salute, ma l’appuntamento al centro della giornata è sicuramente il bilaterale con il presidente Usa Joe Biden in programma alle 17.15 ora locale (le 10.15 in Italia). In agenda, anche gli incontri con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e con l’indonesiano Joko Widodo.

Dopo la tensione sui migranti Mattarella riapre con Macron ma la tregua è fragile

Sergio Mattarella, chiusa la sua visita in Olanda dove ha potuto condividere con il vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani le preoccupazioni e le possibili soluzioni della crisi apertasi con la Francia sui migranti, sabato sera ha deciso di scendere in campo personalmente: una cordiale telefonata con il presidente francese ha riaperto i canali diplomatici tra Roma e Parigi, un’apertura che Mattarella ha prontamente riferito alla presidente del Consiglio. I rapporti bilaterali restano quindi sospesi in un limbo diplomatico in attesa che l’esecutivo dia segnali e risposte che devono necessariamente andare oltre i rapporti bilaterali. La partita è infatti più ampia, come dimostra la richiesta dell’Italia a Bruxelles di convocare un vertice sui migranti a livello di Ministri degli esteri e degli Interni.

Il problema esiste, al di là dei toni, e il Capo dello Stato da sempre sostiene le ragioni di una maggiore solidarietà sul tema. Riserbo dal Colle su chi abbia chiamato chi, ma poco importa, anche se fonti governative fanno filtrare che sia stato il Quirinale a comporre il numero. Ma sono quisquilie rispetto al contenuto che è stato prima minuziosamente vagliato insieme dall’Eliseo e dal Quirinale e poi stranamente diffuso dopo oltre 36 ore dal colloquio. Il comunicato è chiarissimo: “Il Presidente Sergio Mattarella ha avuto con il Presidente Emmanuel Macron un colloquio telefonico nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea”. Sul lato francese, pur riconoscendo l’importanza della telefonata, ci si limita a un auspicio generico a riprendere la collaborazione, senza entrare nei particolari delle questioni sul tappeto.

Al G20 Meloni e Macron per ora non si parlano e non s’incontrano

Che la tensione resti pericolosamente alta lo confermano due fatti: il primo è che al momento sia Giorgia Meloni che Emmanuel Macron si trovano entrambi al vertice del G20 a Bali e non è previsto alcun incontro a margine; il secondo viene da Bruxelles dove la Commissione ha precisato che “non può essere fatta alcuna distinzione tra navi Ong e altre imbarcazioni quando si tratta di salvataggio di vite umane in mare”, una precisazione che certo non sarà piaciuta al governo Meloni che punta invece a nuove norme che limitino l’azione delle navi umanitarie. Fondamentale sarà capire se la premier si smarcherà, almeno leggermente, dalle posizioni rigide di Matteo Salvini e del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Anche perché un altro esponente di peso, cioè la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa è intervenuto con una dichiarazione non proprio negoziale: “Credo che l’opera del presidente Mattarella sia sempre utile, ma credo anche che la fermezza del nostro Governo possa e debba essere condivisa”. Il capo dello Stato ha speso anche questa volta tutto il suo peso politico, esattamente come fece nel 2019 quando si aprì la delicatissima crisi dei gilet gialli a causa del sostegno dato dall’ora Ministro per lo sviluppo economico Luigi Di Maio alle manifestazioni di piazza che turbarono per settimane la Francia. Il Capo dello Stato italiano prima sbloccò la situazione a febbraio con una telefonata a Macron poi a maggio a Parigi, in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, vide l’inquilino dell’Eliseo mettendo la parola fine a quella crisi. Questa volta è solo una tregua: spetterà al Governo di Giorgia Meloni dimostrare la volontà di fare dei passi in avanti.

Al Mef si lavora per chiudere la manovra. Possibile quota 41

Se il Governo deciderà di dare la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi e almeno 62 anni di età le risorse che potrebbero essere stanziate nella legge di bilancio dovrebbero essere intorno a 700 milioni per una platea totale di 45-50mila persone. Ma è probabile che ci si fermi alla metà soprattutto se si deciderà per il divieto di cumulo con il lavoro com’è stato previsto per Quota 100. La cifra da spendere per la nuova misura Quota 103 raddoppierebbe nel 2024 fino a 1,4 miliardi, sempre se si considera la platea totale, dato che nel 2024 tutti sarebbero in pensione mentre il prossimo anno uscirebbero man mano nel corso dei dodici mesi e molto probabilmente con il meccanismo della finestra mobile.

Le pensioni saranno, quindi, uno dei capitoli fondamentali della prossima legge di bilancio, anche se le risorse limitate ridurranno l’impatto di gran parte delle misure, almeno rispetto a quanto promesso dai partiti di maggioranza in campagna elettorale. Sicuramente il canone Rai resterà in bolletta, come annunciato dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, nonostante il Pnrr ne prevedesse l’esclusione. Sul fisco, come ribadito da Matteo Salvini, si andrà invece a un aumento della soglia dell’aliquota al 15% dagli attuali 65.000 a 85.000 euro, con il tentativo peraltro di introdurre anche la flat tax incrementale. La tregua fiscale permetterà una nuova rottamazione delle cartelle, mentre la revisione del reddito di cittadinanza garantirà circa un miliardo che dovrebbe confluire nel sistema pensionistico. Per il momento il Governo è a lavoro per chiudere la manovra entro fine mese così da poterla approvare in Parlamento; si parte dalla Camera, entro il 31 dicembre così da evitare lo smacco dell’esercizio provvisorio. Insomma, per capire quale sarà l’equilibrio della manovra bisognerà attendere ancora.

Il Pd è alle prese con il congresso e regionali in Lombardia e Lazio

Primarie o candidato unitario, Congresso sprint con gazebo a fine gennaio o fase costituente più lunga: il Pd ha poco tempo per sciogliere i nodi che sono sul tavolo. Le prossime ore saranno decisive per chiarire il percorso che porterà alle elezioni regionali nel Lazio e Lombardia. I vertici lombardi si riuniscono per fare il punto dopo le divisioni all’interno del partito sull’apertura di un dialogo con Letizia Moratti, sostenuta dal Terzo polo, e lo stallo sulle primarie di coalizione dopo il no arrivato da +Europa e Sinistra Italiana. Il segretario regionale Vinicio Peluffo ottiene il mandato per trattare con la coalizione alla ricerca di un candidato presidente unitario e sul tavolo c’è una rosa di nomi: in pole resta quello dell’europarlamentare milanese Pierfrancesco Majorino, aperto anche a possibili convergenze con il M5S ma che non dispiace agli uomini vicini a Lorenzo Guerini; in campo poi Pierfrancesco Maran, l’ex sindaca di Crema Stefania Bonaldi, il presidente di Anci Lombardia Mauro Guerra e il capogruppo Pd in Regione Fabio Pizzul. Sarà Peluffo a sondare la disponibilità di alcuni big del partito, la vicesegretaria Irene Tinagli, la capogruppo al Senato Simona Malpezzi e il senatore dem Antonio Misiani. Gli sherpa hanno 24-48 ore per trovare la quadra con gli alleati e se non si riuscirà a convergere su una candidatura unitaria il Pd sceglierà in autonomia l’avversario di Attilio Fontana.

Nel Lazio la Direzione regionale è convocata oggi alle 17.00 al Nazareno. Dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti e la rottura dell’alleanza con il M5S il nome in pole è quello di Alessio D’Amato, assessore alla sanità uscente che ha già il sostegno di Azione e Italia viva. I vertici locali dovranno decidere se consacrarlo come candidato del Pd e proporlo alla coalizione che si riunirà mercoledì o se passare dai gazebo nel tentativo di allargare il campo. Secondo chi lavora al dossier, però, “il nome di Alessio è da sempre il più forte, alla fine si dovrebbe chiudere su di lui. Poi starà a lui coprirsi a sinistra”. Il diretto interessato si dice “ottimista” su un possibile appoggio del Pd: “Spero di esser candidato unitario di tutto il centrosinistra, dal Pd ai Radicali. I 5S? Si sono esclusi da soli, si sono chiamati fuori, hanno fatto un’altra scelta perché hanno un altro obiettivo”, taglia corto, ribadendo il suo sì all’inceneritore voluto dal Sindaco di Roma. Sabato, intanto, si riunirà l’assemblea nazionale del Pd che ha all’ordine del giorno l’inserimento della norma transitoria per l’avvio del processo congressuale e l’istituzione del Comitato costituente nazionale. In attesa delle regole del gioco i futuri contendenti giocano di tattica sulla tempistica dell’eventuale discesa in campo; Stefano BonacciniDario Nardella ed Elly Schlein, in ogni caso, stanno già scaldando i motori.


Nomos

A cura di Nomos Centro Studi parlamentari

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