La giornata parlamentare del 16 settembre 2020

La giornata parlamentare del 16 settembre 2020

Sul Recovery Gualtieri è chiaro, pochi grandi progetti

“Pochi grandi progetti” da mettere a punto a tappe serrate da qui a inizio gennaio quando si potranno presentare a Bruxelles, con l’obiettivo di mostrarsi “all’altezza” di un’occasione “irripetibile” per il rilancio dell’Italia, ma anche dell’Europa. È il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a indicare in Parlamento i prossimi appuntamenti per arrivare al piano italiano per il Recovery fund

Sul fronte tutto italiano delle pensioni, intanto, sta per ripartire il confronto con i sindacati mentre il ministero del Lavoro stronca come “priva di fondamento” l’ipotesi circolata in questi giorni di una quota 102 per superare quota 100, cioè la possibilità di uscire in anticipo con 38 anni di contributi e 64 di età, anziché i 62 attualmente in vigore fino a fine 2021, ovviamente con penalizzazioni per ogni anno di anticipo; lo stesso vale per quota 41, cioè l’uscita indipendentemente dall’età una volta raggiunti 41 anni di contributi. Il tema, peraltro, non sarà oggetto del tavolo di oggi, concentrato sulle proposte da presentare in vista della legge di Bilancio che non potrà contare, per le coperture, sui fondi europei, che faranno però da sponda per i loro effetti positivi sui conti pubblici. “Se perderemo la sfida del Next generation Eu avrete il diritto di mandarci a casa”, ha detto il premier Giuseppe Conte, che intanto sta inviando alle Camere le linee guida del Governo sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il messaggio implicito, mentre crescono le tensioni nella maggioranza in vista del voto, è che il vero banco di prova per il Governo sarà l’utilizzo dei 209 miliardi di fondi europei, non altro. 

L’esecutivo punta a farsi trovare pronto a inizio gennaio quando si potranno formalmente inviare i piani, con tutti i dettagli, alla Commissione Europea. E per accelerare il processo di approvazione Ue, che può durare fino a tre mesi, in autunno sarà avviato un dialogo informale con Bruxelles, ha spiegato Gualtieri davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. Già nella nota di aggiornamento al Def di fine mese, ha chiarito il titolare di via XX Settembre, ci saranno le prime indicazioni sull’utilizzo dei prestiti, circa 127 miliardi, e “ci sarà una valutazione dell’impatto dei grants sul Pil”. Il Governo è intenzionato a destinare agli investimenti l’intera quota di finanziamenti a fondo perduto “per conseguire un rilevante stimolo alla crescita del Pil”; si tratta di circa 81 miliardi: sarà Eurostat, ha precisato, a dire l’ultima parola ma “è ragionevole ritenere che le sovvenzioni che riceveremo” non peseranno su deficit e debito. Nelle prossime due settimane, intanto, anche il Parlamento produrrà, e voterà, un suo documento d’indirizzo sul Recovery, con il quale chiederà precisi impegni al Governo, che a sua volta dovrà tenere conto anche delle linee guida europee, che dovrebbero essere pubblicate entro venerdì. Il 15 ottobre, insieme al Draft budgetary plan sarà consegnata anche una prima stesura del Pnnr italiano, sulla falsariga di quello francese, che conterrà anche “i cluster progettuali e l’allocazione delle risorse”.  

Il programma, ha assicurato Gualtieri, “non può consistere in un’ondata di spesa corrente o di tagli di imposta che non siano sostenibili nel tempo ma deve invece determinare il rilancio degli investimenti pubblici e privati e le riforme che da tempo sono necessarie per modernizzare” il Paese. Gli obiettivi principali rimangono digitalizzazione e transizione green, mentre quella del fisco, con annesso calo delle tasse, resta in pole tra le riforme da strutturare al più presto, che potranno essere supportate, ma non finanziate direttamente, grazie ai fondi europei anticrisi. L’idea è quella di ricorrere alla delega, e ai relativi decreti attuativi, anche per rimettere mano alla macchina fiscale e a quella della riscossione, ma qualcosa potrebbe essere anticipato in manovra, dall’assegno unico ai versamenti per cassa per autonomi partite Iva.

Debito record a 2.560 mld. Gualtieri rassicura: giù dal 2021

Il debito pubblico segna l’ennesimo record, 2.560,5 miliardi di euro a luglio, con numerose stime che danno per scontato il superamento del 160% del Pil quest’anno. È il conto, messo nero su bianco da Bankitalia, dello shock da coronavirus per l’economia italiana e che rappresenta, anche se è non certo inatteso data la caduta del Pil e le misure messe in campo per famiglie e imprese, un campanello d’allarme per il Ministero dell’Economia. Roberto Gualtieri sul punto ha dichiarato: “Confermo l’intendimento di conseguire una significativa discesa del rapporto debito/Pil non solo nel primo anno di recupero dell’economia che auspichiamo sia il 2021; questa discesa vogliamo che continui anche negli anni successivi onde rientrare gradualmente sui livelli prepandemici e nel lungo termine conseguire un’ulteriore riduzione”. 

La riduzione del debito, che per quest’anno è stimato fra il 158% dell’Ocse e il 166% del Fmi, è uno dei principali nodi da sciogliere nella nota di aggiornamento al Def che sarà presentata entro il 27 settembre. Lo è per motivi politici prima che finanziari: la sostenibilità del debito, salvo scenari catastrofici come uno shock dei rendimenti, è assicurata dagli interventi della Bce e in molti si aspettano un incremento del Qe pandemico di 500 miliardi a fine anno. E come a voler sopire i dubbi dei mercati sulla determinazione di Francoforte, il consigliere esecutivo Fabio Panetta ha spiegato che l’economia dell’euro non è fuori pericolo e che l’inflazione “è attesa rimanere, in modo preoccupante, a livelli inferiori al nostro obiettivo”. Ne sa qualcosa proprio l’Italia: l’Istat ha confermato un -0,5% su anno ad agosto, che se non è vera e propria deflazione comunque ostacola un calo del debito rispetto al Pil.

Grillo prova a placare animi nel M5S ma è scontro totale sulla governance

Beppe Grillo prova a stemperare la tensione interna al M5S: “I cittadini devono poter andare avanti potendo dire la loro con dei sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. E non è una difesa di Rousseauè una difesa di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l’hanno fatta: Casaleggio padre e Casaleggio figlio”. Beppe Grillo è l’unico che affronta la questione, in tutta la giornata, e lo fa per provare a gettare acqua su un fuoco ormai divampato, dopo che Davide Casaleggio ha denunciato la morosità di tanti parlamentari M5S verso Rousseau, annunciando la riduzione dei servizi prestati dall’associazione. L’appello di Grillo, in linea con il ruolo di garante del Movimento, è anche frutto del legame personale col figlio di Gianroberto, legame che resiste alle divergenze politiche; e forse, maligna qualcuno, “perché tra i servizi offerti da Rousseau ci sono anche le spese legali”. Ma che l’invito alla tregua possa sortire qualche effetto, ci credono in pochi nel Movimento perché lo scontro sul modello di governance e sulla leadership ormai è senza esclusione di colpi: i parlamentari, in larga parte insofferenti al ruolo di Casaleggio e di Rousseau (legato a doppio filo al M5S dallo stesso statuto del Movimento) non pagano la quota alla piattaforma, Casaleggio lo rende noto con nomi e cognomi e invoca “giustizia ed equità” per le gravi inadempienze, assicurando che difenderà il progetto originario del padre. 

E tutto questo, lamenta l’ala governativa del M5S, “senza preoccuparsi delle possibili ripercussioni di una simile uscita a meno di una settimana dal referendum simbolo sul taglio dei parlamentari”. Nel Movimento c’è chi osserva che “Casaleggio ha fretta di riprendere il controllo”, con una nuova leadership individuale, proprio per difendere “il sogno” del padre Gianroberto, che inizia a scricchiolare con i cedimenti sul limite dei due mandati fino appunto al ruolo di Rousseau. È in questo quadro deteriorato che il M5S dovrà nelle prossime settimane convocare gli Stati Generali e sciogliere il nodo leadership. Luigi Di Maio sta puntando tutto proprio sul referendum di domenica e lunedì per rafforzarsi e far virare la governance Cinque Stelle verso il modello collegiale, mentre Alessandro Di Battista resta defilato, in attesa di capire quando e come si andrà a congresso. Lo scontro che ormai si gioca con le minacce di sanzioni per i morosi da parte dei custodi delle tradizioni e le scissioni ventilate da chi vuole proseguire l’evoluzione del Movimento politico. 

Le Camere si fermano in vista dell’election day

Nell’arco di questa settimana i lavori di Camera e Senato s’interromperanno in vista del primo, grande appuntamento elettorale post Covid-19. Come definito dal decreto elezioni il 20 e 21 settembre si terranno infatti le elezioni regionaliamministrativesuppletive e il referendum costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari. Le regioni che si recheranno alle urne sono sette: CampaniaLiguriaMarchePugliaToscanaValle d’Aosta e Veneto. I capoluoghi di provincia saranno quindici: Andria, Arezzo, Aosta, Bolzano, Chieti, Crotone, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Reggio Calabria, Trani, Trento e Venezia. Le elezioni suppletive interessano invece due collegi del Senato: il numero 3 della Sardegna e il 9 del Veneto, rimasti vacanti a seguito dei decessi della senatrice Vittoria Bogo Deledda del M5S e del senatore Stefano Bertacco di FdI. Come detto i lavori parlamentari s’interromperanno in entrambi i rami del Parlamento con la sola eccezione della Commissione Trasporti che oggi alle 17.00 ascolterà la ministra per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano sull’individuazione delle priorità nell’utilizzo del Recovery Fund e sulla realizzazione della rete unica delle comunicazioni.


Nomos

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