La Giornata Parlamentare del 2 luglio 2021

La Giornata Parlamentare del 2 luglio 2021

Draghi punta sulla ripartenza del Paese e su una crescita del 5% del Pil

All’Accademia dei Lincei, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del consiglio Mario Draghi ha puntato su un moderato ottimismo. La crisi sanitaria è in fase calante quindi, “possiamo finalmente pensare al futuro con maggiore fiducia. L’economia e l’istruzione sono ripartite”. Però, c’è un però: “Dobbiamo essere realistici. La pandemia non è finita. Anche quando lo sarà, avremo a lungo a che fare con le sue conseguenze”. E poi c’è l’incognita varianti: “Rimaniamo pronti a intervenire con convinzione nel caso ci fosse un aggravarsi della pandemia”, ha assicurato Draghi. Se il lato in ombra è legato all’evoluzione del virus, quello in luce si basa sui numeri: “Le previsioni della Commissione indicano un aumento del Pil quest’anno in Italia e nell’Ue del 4,2%. Credo che queste stime verranno riviste al rialzo, anche in maniera significativa”. Il premier si è limitato all’accenno, mentre il ministro dell’Economia Daniele Franco è sceso nel dettaglio: “L’andamento dell’attività economica va verso una crescita nel 2021 sopra il 4,5% indicato nel Def” ha detto intervenendo all’assemblea generale di Assolombarda, “Il 5% appare ora raggiungibile”. Una delle incognite per l’economia, ha sottolineato però Draghi, è quella dell’inflazione, che oggi è sotto controllo ma in futuro potrebbe eccedere gli obiettivi fissati dalla Bce. 

L’altra incognita con cui ci sarà da fare i conti a lungo è il debito pubblico, che dovrà essere uno dei temi al centro della riforma del patto di stabilità. “Secondo le stime della Commissione Europea aumenterà dal 135% del Pil al 160%, un incremento maggiore rispetto a quello della grande crisi finanziaria”. E poi, ha aggiunto il ministro Franco, c’è “la posizione debitoria delle imprese italiane, che è una questione critica. Faremo quanto necessario per sostenerle”. La parola “debito”, ha comunque sottolineato Draghi, non ha per forza una connotazione negativa, c’è anche quello “buono”, ha sottolineato il premier citando un suo noto intervento, legato agli interventi del Recovery, indispensabili al rilancio dell’Italia: “Dobbiamo puntare in particolare sugli investimenti che permettono un rilancio della domanda e un miglioramento dell’offerta. Il Governo ha già cominciato a farlo, con la presentazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. Ma non saranno solo soldi del Recovery: con la prossima legge di bilancio, ha anticipato il ministro Franco, “integreremo ulteriormente le risorse disponibili per gli investimenti, in particolare per gli anni successivi al 2026”; per accelerare la crescita, che poi è l’antidoto all’aumento del debito, “non ci sono soluzioni facili” ha detto Franco e anche i fondi europei non vanno visti come una “panacea”. Intanto, per investire subito e bene i miliardi in arrivo dall’Europa c’è da cambiare gli ingranaggi della macchina: “I prossimi passi sono la riforma della giustizia civile, della concorrenza e degli appalti”, ha ricordato Draghi. L’obiettivo è duplice: “Intendiamo contribuire a ricreare un clima di fiducia tra Stato e imprenditori”, ha detto Il premier, e “intendiamo mettere in campo politiche attive del lavoro che permettano a chi non ha un’occupazione di acquisire le conoscenze necessarie per le professioni del futuro”, ha aggiunto. 

I partiti iniziano la guerra sulla riforma fiscale: Lega e Fi contro Letta

Partiti pronti alla battaglia sulla riforma del fisco. L’altro giorno le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno approvato il documento finale dopo l’indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef e su altri aspetti del sistema tributario, e la maggioranza, fatta eccezione per l’astensione di Leu, si è mostrata compatta. Ieri, però, l’unità di vedute ha cominciato a scricchiolare. I partiti, infatti, si affrettano a mettere la propria bandiera su questo Atto parlamentare che servirà da indirizzo politico al Governo in vista della scrittura della legge delega sulla riforma. Si dice “molto contento” Matteo Salvini, che vede nel cammino intrapreso “l’impronta” della Lega: “L’abolizione dell’Irap, la riduzione dell’Irpef soprattutto delle aliquote per il ceto medio, la difesa della Flat tax per le partite Iva fino a 65mila euro sono tre risultati che abbiamo chiesto e stiamo ottenendo. È in archivio la tassa patrimoniale di successione o l’aumento dell’Imu che qualcuno aveva proposto”. Ogni riferimento a Enrico Letta è puramente voluto. Il segretario Pd, infatti, si affretta a replicare: “La riforma fiscale sta imboccando la direzione giusta: meno tasse per il ceto medio, per chi lavora e per chi fa impresa. La flat tax non passa e la progressività fiscale si conferma bussola dell’azione del governo”, mette in chiaro prendendo di mira una stella polare della politica fiscale del Carroccio e, in generale, del centrodestra, e accendendo i riflettori sulla “grande attenzione” riservata ad ambiente, sviluppo sostenibile, donne e giovani, temi invece cari alla sinistra. 

Da Forza Italia mette le cose in chiaro Sestino Giacomoni: “Il segretario del Pd avrà letto distrattamente il documento sulla riforma del fisco della Commissione finanze riunite. La flat tax, infatti, è presente più che mai e riguarda i lavoratori autonomi fino a 65.000 euro, così come il principio che la sorregge sta alla base della riduzione del numero e del livello delle aliquote. Letta se ne faccia una ragione, questo non è più un Paese per patrimoniali, né per altri prelievi forzosi simili che rendono più povero il ceto medio. Ammaini una volta per tutte il vessillo del socialismo draconiano e abbracci il realismo draghiano”, è l’esortazione. Al Nazareno, tuttavia, resta la “grande soddisfazione” per una base di partenza nella quale “prevale una linea di sinistra”, che riduce il carico fiscale sul ceto medio. Quanto alla dote per i 18enni da finanziare con un aumento delle tasse di successione milionarie, la consapevolezza è che, data l’eterogeneità della maggioranza che sostiene il Governo, la proposta non potrà confluire in una proposta condivisa; su questo però, assicurano dallo stato maggiore dem, “non molliamo, riproporremo questa misura in tutte le occasioni utili, a partire dal programma elettorale per le Politiche”. Anche FIIv Azione rivendicano la bontà delle proprie proposte. Gli azzurri vedono nel documento approvato “la ricetta liberale di Berlusconi del ’94”, i renziani puntano su semplificazione e riduzione del carico fiscale e dalle parti di Carlo Calenda si esulta: “Grazie a noi meno tasse per i giovani”. E se i partiti si contendono le bandiere, a palazzo Chigi e al Mef toccheranno sintesi e conti. 

Tregua armata tra Grillo e Conte. Crimi lancia il voto ma non su Rousseau

Dopo giorni di tensioni alle stelle, nel movimento appare certificata la fase di stallo: Beppe Grillo e Giuseppe Conte si sono ritirati dalla scena pubblica per pianificare le prossime mosse di attacco. In attesa di veder comparire da un momento o l’altro la “lista Grillo” dei candidati al direttorio, Vito Crimi ha autorizzato la votazione ma non su Rousseau, bensì su Sky Vote, fatto che accelera lo strappo, dato quasi per scontato, dell’ex premier per dare vita a suoi gruppi parlamentari. L’esile speranza di una ricomposizione della frattura si era già sgretolata dietro il silenzio di Luigi Di Maio, l’ex capo politico di cui entrambi i contendenti si fidano, che aveva tentato in più occasioni di riportare la pace con una visita di prima mattina nella casa dell’ex premier. Ma per ora tutto tace, fatta eccezione per il capogruppo dei 5 Stelle alla Camera che, dopo la richiesta avanzata mercoledì sera in assemblea, si è fatto portavoce di un nuovo tentativo di mediazione: visto che i deputati, così come i senatori, hanno detto a chiare lettere di voler conoscere i contenuti della bozza di statuto e della carta dei valori, Davide Crippa si è proposto per portare avanti la richiesta e così di prima mattina ha alzato il telefono ed ha chiamato Beppe Grillo che si è detto disponibile. Il capogruppo M5S proverà anche a verificare la possibilità di incontrare il garante e, separatamente, anche Giuseppe Conte.

L’ex premier non si tira indietro: “Se ho un invito volentieri. Ci mancherebbe, sono sempre a disposizione dei parlamentari” dice a proposito dello Statuto e alla richiesta di chiarimenti arrivata da diversi deputati. Ma l’operazione potrebbe comunque essere tardiva. A ore è infatti attesa la pubblicazione della lista di Grillo dei 5 candidati al direttorio sul suo blog o sul ritrovato blog delle Stelle ora in mano a Davide Casaleggio. La procedura prevedrebbe che prima siano i candidati a proporsi, ma in questo frangente nessuno, si racconta in Parlamento, si stupirebbe di trovarsi la cinquina da votare bella e pronta. È con questa eventuale lista che si potrebbe misurare la reale consistenza dei futuri eventuali gruppi, quello di Grillo e quello di Conte. Tutto dipenderà dai nomi che verranno indicati: se esponenti come Luigi Di Maio o Roberto Fico dovessero essere inclusi, la strada per l’eventuale creazione di gruppi di Conte sarebbe molto più in salita. Intanto Vito Crimi ha risposto all’ultimatum lanciato da Beppe Grillo che ha chiesto di poter procedere alla votazione del direttorio a 5, l’ultimo atto di detronizzazione del candidato Conte alla leadership del Movimento. A sorpresa il reggente Vito Crimi ha però annunciato a Grillo che la votazione potrà avvenire ma non su Rousseau, come chiesto dal garante, ma su Sky Vote, la piattaforma di voto che aveva scelto Giuseppe Conte dopo la migrazione dei dati degli iscritti dal sito dell’associazione di Davide Casaleggio. La decisione arriva dopo che un gruppo di eletti 5 Stelle ortodossi, tra cui figura la consigliera regionale laziale Francesca De Vito, il consigliere napoletano ed ex candidato sindaco Matteo Brambilla e la ex probivira Raffaella Andreola, aveva diffidato il Comitato di garanzia, il suo presidente e i suoi membri, “a porre in essere quanto necessario per procedere” alla votazione su Rousseau riservandosi anche di “adire le competenti sedi giudiziarie, anche in via risarcitoria, per lesione dei diritti associativi e politici dei sottoscritti, in caso di inottemperanza”. Un nuovo pasticcio che lascia intuire una guerra a suon di carte bollate che potrebbe protrarre ulteriormente lo stallo ormai infinito. 

Parte la campagna sui sei referendum sulla giustizia di Lega, Fi e Radicali 

Novanta giorni per raccogliere le 500mila firme necessarie per indire i sei referendum per una “Giustizia Giusta” fortemente voluti da Lega e Partito radicale. Alcuni Comuni sono partiti già ieri e da oggi la campagna entra ufficialmente nel vivo con oltre 1.200 gazebo del Carroccio e altri allestiti dai radicali che animeranno le piazze italiane da Nord a Sud. “Una pacifica rivoluzione” la definisce il leader della Lega Matteo Salvini, “i cittadini potranno firmare ed essere protagonisti di una grande riforma della Giustizia. Dopo 30 anni si potrà fare quello che non hanno fatto politica e Parlamento: certezza della pena, responsabilità civile dei magistrati, via le correnti dai Tribunali, dal Csm, dalle Procure”. “Una bella spinta” dei cittadini alle riforme di Draghi e della Ministra Cartabia, sottolinea ancora il leader della Lega, come dire: nessun conflitto tra riforma parlamentare e referendum. Per Maurizio Turco e Irene Testa, rispettivamente segretario e Tesoriere del Partito Radicale, si tratta di “novanta giorni che porteranno l’Italia a una transizione verso lo stato di diritto” altrimenti prevarranno “le forze conservatrici e reazionarie” e il rischio è di “sprofondare ulteriormente nel baratro dell’antidemocrazia italiana”. Ringraziamenti dagli esponenti radicali “anche a chi, a partire da Forza Italia, Nuovo Psi, Udc, Psi, sono impegnati in questa difficile campagna”. 

Lega Forza Italia si compattano sulla giustizia, ma la coalizione di centrodestra vede Fratelli d’Italia incerta. Il partito di Giorgia Meloni si è detto sicuramente contrario ai punti che riguardano custodia cautelare e Legge Severino mentre sugli altri quesiti, almeno per ora, rimane una tiepida partecipazione, anche se Andrea Delmastro, deputato e responsabile nazionale Giustizia per il partito, invita gli elettori a votare sì. In casa azzurra invece è già iniziata l’organizzazione per un contributo attivo alla raccolta delle firme: i volantini informativi sono sul sito del partito e presto si vedranno anche banchetti e gazebo. Il referendum “ci vedrà attivamente impegnati”, dice la senatrice azzurra Licia Ronzulli, che definisce le modifiche proposte “assolutamente condivise”. Gli italiani potranno intervenire in prima persona sulla riforma della giustizia fino al 30 settembre 2021, ma gli organizzatori contano di chiudere un po’ prima per procedere al controllo delle firme. In particolare i quesiti posti da Lega e partito Radicale sono sei: il primo riguarda l’elezione del Csm e si vuole abolire l’obbligo a candidarsi solo previa raccolta di un determinato numero di firme per evitare il cosiddetto correntismo; il secondo quesito tocca la responsabilità diretta dei magistrati che attualmente non sono tenuti a rispondere di eventuali errori commessi nell’esercizio delle loro funzioni; il terzo riguarda l’equa valutazione dei magistrati attualmente fatta dal Csm ma che si vorrebbe estendere anche a rappresentanti dell’Università e dell’Avvocatura nei Consigli giudiziari. La separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante è il tema del quarto quesito; il quinto invece vuole porre limiti agli abusi della custodia cautelare. Infine con il sesto quesito si punta all’abolizione dell’automatismo dell’interdizione dai pubblici uffici in caso di condanna per alcuni reati previsto dalla legge Severino per restituire ai Giudici la facoltà di decidere.


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