La giornata parlamentare del 23 ottobre 2020

La giornata parlamentare del 23 ottobre 2020

Conte scongiura un nuovo lockdown, per ora si muovono le Regioni

Per ora non è previsto un nuovo Dpcm: l’orientamento è quello di prendere ancora tempo, almeno 48 ore, per valutare la curva dei contagi, poi si deciderà il da farsi. In Consiglio dei ministri si sono esaminati gli ultimi dati ma non si è presa alcuna decisione: “Siamo pronti a intervenire nuovamente se necessario”, ha spiegato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera. Ma all’interno del Governo la preoccupazione cresce: sul tavolo la possibilità di una stretta su palestre, movida e trasporti, un ricorso più massiccio allo smart working e ai controlli ma senza intaccare le attività commerciali in quell’equilibrio tra salute ed economia che il presidente del Consiglio continua a preservare. L’ala rigorista dell’esecutivo preme per nuove restrizioni mentre al momento il potere di una maggiore stretta è lasciato alle Regioni, che si muovono in ordine sparso, anche sulla scuola. Il Governo sta cercando di difendere la didattica in presenza: “È un’esperienza irripetibile di formazione culturale e umana”, il refrain del premier, “non possiamo permetterci che uno dei principali assi portanti del Paese possa subire ulteriori compromissioni, ulteriori sacrifici”. L’obiettivo è quello di insistere sullo scaglionamento degli ingressi, con la possibilità anche di turni pomeridiani, una posizione portata avanti anche dal responsabile dell’Istruzione Licia Azzolina che ha scritto a Vincenzo De Luca e ad Attilio Fontana per invitarli ad adottare soluzioni alternative. Fronte aperto con i governatori che hanno deciso per la didattica a distanza. 

Tra i dem ci sono sensibilità diverse anche su questo tema ma il Pd nella Direzione nazionale di oggi, pur insistendo sulla tesi sull’importanza dell’utilizzo dei fondi del Mes e di un patto di legislatura, non tenterà di forzare sulle politiche del Governo sull’emergenza Covid. “Il nostro nemico è il Coronavirus. Non le regole per sconfiggerlo”, scrive su Facebook il segretario Nicola ZingarettiRoberto Speranza e anche altri Ministri dem vorrebbero una linea più dura mentre quelli M5S sono schierati al fianco del premier e di Gualtieri; pure Italia Viva rimarca la necessità di evitare un altro lockdown. La posizione del presidente del Consiglio resta per ora quella di puntare a interventi mirati e selettivi e non generalizzati ma non si esclude nei prossimi giorni una nuova stretta. E mentre si sta studiando come fronteggiare il diffondersi del virus nelle grandi città le Regioni valutano un ulteriore giro di vite: così per esempio la Sardegna (lockdown per 15 giorni) mentre LombardiaCampania e Lazio hanno già adottato il coprifuoco, rispolverando il metodo delle autocertificazioni. La Campania ha vietato anche lo spostamento tra province, Lombardia e Piemonte hanno chiuso i centri commerciali nei week end, Roma invece dichiara off limits alcune zone della movida. Oggi ci sarà una nuova conferenza Stato-Regioni in cui si affronterà il tema delle ordinanze mentre ieri il Governo ha discusso con i governatori del tracciamento dei positivi e della necessità di semplificare le procedure. 

Nulla di fatto sui licenziamenti. Governo e Sindacati non trovano l’accordo

Nulla di fatto: il confronto dei sindacati con l’esecutivo, terminato in piena notte, non dà certezze sulla data in cui si potrà riprendere a licenziare. “Molto distanti le posizioni espresse dalle parti”, dicono in un comunicato congiunto CgilCisl e Uil, chiedendo che le ulteriori 18 settimane di cassa integrazione, già annunciate dal Governo, procedano parallelamente ad un’estensione generalizzata del blocco dei licenziamenti. Insomma, i sindacati vorrebbero una proroga sino al 21 marzo, mentre l’esecutivo resta sulla data del 31 dicembre, con una prima apertura forse per arrivare al 31 gennaio, data sulla quale (per il momento) è fissata la fine dello stato di emergenza. Il premier Giuseppe Conte intervenendo alla Camera si limita a ricordare lo stanziamento di 5 miliardi per il nuovo ciclo di cassa integrazione, senza toccare il nodo dei licenziamenti. Secondo alcune ricostruzioni, il ragionamento dell’esecutivo si muoverebbe su due linee: anzitutto, la speranza che l’impatto della seconda ondata non sia così devastante come la scorsa primavera, in secondo luogo, l’idea di una rete di sicurezza diversa dal blocco generalizzato di licenziare. Verrebbero varate misure per aiutare i lavoratori senza impiego a trovare un’occupazione nuova, magari nei settori che verranno sostenuti dal Recovery Fund, ipotesi, però, che ancora non convincono Cgil, Cisl e Uil. Alle 3 di notte, quindi, si chiude senza accordo il confronto con la ministra al Lavoro Nunzia Catalfo e il titolare dell’Economia Roberto Gualtieri. I due rinviano al presidente del Consiglio Giuseppe Conte l’intero dossier, in vista di un ulteriore incontro che i sindacalisti vorrebbero vedere convocato a stretto giro. 

Slittano 10mld del recovery, ma la manovra non cambia

Dieci miliardi, proprio quelli sotto forma di sovvenzioni a fondo perduto del Recovery Fund, che in teoria ballano nella manovra 2021, rischiando di arrivare ben più tardi che a inizio anno, come riferiscono autorevoli fonti Ue. Nulla che rimetta in discussione l’impianto della legge di bilancio, visto che l’ampia disponibilità di cassa fa sì che al Mef, dove comunque auspicano che si risolva presto il braccio di ferro fra Europarlamento e Consiglio Ue che tiene in stallo gli aiuti, si possa essere tranquilli in caso di esborso più avanti nel corso dell’anno. Ma questo viene percepito come un segnale di difficoltà nella risposta europea allo shock pandemico, che ovviamente riacutizza il delicato tema del Mes e arriva però mentre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen annuncia che i primi Paesi a ricevere il sostegno del fondo Sure “saranno Italia, Spagna e Polonia. Sono stati colpiti duramente dalla crisi. Il denaro arriverà rapidamente. Siamo con voi”. L’Italia mette dunque al sicuro la sua quota (oltre 27 miliardi complessivi, la maggiore fra i Pesi Ue) dei 100 miliardi del prestito Sure, la cassa integrazione finanziata dall’Unione europea. 

E il Mef incassa la fiducia degli investitori con un’asta del Btp trentennale con domanda record, ben 90 miliardi contro otto offerti. Ma il braccio di ferro tra Consiglio e Parlamento europeo farà inevitabilmente tardare l’operatività di Recovery Fund e Bilancio europeo: gli esborsi potrebbero slittare di due-tre mesi, dalla primavera all’estate. Al Mef, con 84 miliardi di liquidità disponibili, non c’è troppa preoccupazione: la cosa importante, si ragiona, è che i tempi non si allunghino all’infinito. In fondo il Commissario agli Affari economici aveva avvertito, già due giorni fa, che i fondi rischiavano di non essere sborsati nei tempi auspicati e il Governo è ricorso, nella manovra, a un fondo anticipazioni in cui stanziare artificialmente già nella legge di bilancio le risorse del Recovery Fund che verranno utilizzate nel corso del 2021 e che hanno consentito di far lievitare lo stimolo di bilancio a oltre 39 miliardi, dai 24 in deficit. Queste risorse le quantifica la Nadef: 25 miliardi dall’Ue, di cui quattro dal React Ue, che sono disponibili, e 21 dal recovery and Resilience Fund, di cui 11 miliardi in prestiti e 10 miliardi in forma di sovvenzioni a fondo perduto. Sono questi 10 miliardi le risorse che rischiano di tardare perché il Recovery operativo a gennaio è ormai un lontano miraggio. 

Casaleggio frena sugli Stati generali del M5S 

Davide Casaleggio piomba all’interno del delicatissimo percorso preparativo degli Stati generali del M5S attraverso una lunga intervista a La7 dalla sede di Rousseau con la quale pianta alcuni paletti, come il suo tassativo no a sforare il limite dei due mandati, che vengono accolti dal gelido silenzio dei parlamentari M5S e dai big del Movimento. Silenzio anche dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ai cronisti alla Camera glissa. Parallelamente riesplode la polemica per una sua entrata nel governo Conte (probabilmente nel primo, quello con la Lega), nel ruolo di Ministro: bocche cucite nei Cinquestelle ma si parla dell’Innovazione tecnologica o dello Sviluppo economico, proprio il dicastero di peso che fu di Di Maio e che oggi è guidato da Stefano Patuanelli. La notizia in realtà era già stata data dallo stesso Casaleggio qualche settimana fa quando, in una sorta di sfogo, disse: “Per 15 anni ho prestato la mia attività gratuitamente per un’idea di partecipazione collettiva. Quando mi è stata offerta la guida di un ministero, ho rifiutato pensando che il ruolo di supporto del movimento fosse più importante. Ho sempre rispettato i ruoli anche quando non ero d’accordo con le scelte prese”. Oggi ha confermato la notizia trincerandosi però dietro al riserbo: “Su questo preferisco non parlare, per rispetto anche per la persona che oggi lo occupa penso sia opportuno non parlarne”. 

Ma al di là del ruolo ministeriale le parole di Casaleggio sono state lette al microscopio dal Movimento dove però i più preferiscono non commentare, a parte la capogruppo M5S alla regione Lazio Roberta Lombardi che risponde così a chi gli chieda se sia vero che Casaleggio vuole invalidare gli Stati Generali: “Non lo so, dovreste chiederlo a lui. È un processo orizzontale, partecipato e democratico, sono un momento in cui tutti, alla pari, possono partecipare per costruire il movimento del futuro”. Il presidente di Rousseau, oltre a confermare il suo no allo sforamento del limite dei due mandati, si è mostrato molto scettico sull’impianto stesso degli Stati generali e sulle proposte di una gestione collegiale: “Un organo collegiale già esiste, ha 200 persone e devo capire in che modo si deve evolvere quest’organo anche perché il Movimento è l’organo politico con la maggiore collegialità. Mi dispiacerebbe se si concludesse con una sostituzione dell’assemblea che già c’è”, ha sottolineato. Solo in chiusura d’intervista Casaleggio si ammorbidisce: “È vero che ci sono state molte richieste da parte di alcuni parlamentari di riconfigurare il rapporto tra Movimento e Rousseau e io sono disponibile”, assicura.

Nel centro destra scoppia il caso Liguria. Toti esclude FI dalla giunta

Silvio Berlusconi ha preso molto male l’esclusione di Forza Italia dalla nuova giunta della Liguria tant’è che, a 24 ore dall’estromissione, il Cav sarebbe tornato a ribadire tutta la sua amarezza nei confronti dell’ex pupillo Giovanni Toti. Il leader di Fi non avrebbe capito la ratio della scelta di non lasciare nessun assessore al partito azzurro, che ha il sapore di uno sgarbo personale, con inevitabili conseguenze a livello nazionale. Se Toti aspirava a essere il capo dei moderati, quella che ha fatto non è certo una scelta moderata, avrebbe commentato Berlusconi. Il Cav sarebbe rimasto infastidito anche da alcune frasi riportate dalla stampa, in particolare quella su una Forza Italia ormai al capolinea: un politico che ha ambizioni da leader nazionale non si mette in una bega locale, sarebbe stato il ragionamento dell’ex premier, rimasto deluso dopo essersi speso in campagna elettorale per la rielezione dell’ex coordinatore nazionale forzista. In una Fi sempre più confusa e dal futuro incerto il caso ligure viene letto da alcuni parlamentari come una dichiarazione di guerra che rischia di portar dritto a una scissione, coinvolgendo i deputati e senatori scontenti dell’attuale gestione del partito, a cominciare da quelli vicini a Mara Carfagna, che vedono di buon occhio l’obiettivo di Toti di costruire un nuovo contenitore, che vada oltre Fi e si federi con Lega e Fdi per tornare a palazzo Chigi con un altro format. Fonti parlamentari azzurre raccontano che Toti abbia agito in totale autonomia, senza nemmeno ascoltare Matteo Salvini, che, d’intesa con Giorgia Meloni, gli avrebbe chiesto di non tagliare Fi dalla partita degli assessorati liguri.

 


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