La Giornata Parlamentare del 25 novembre 2022

La Giornata Parlamentare del 25 novembre 2022

Il Governo Meloni si schiera apertamente contro la violenza sulle donne

Palazzo Chigi illuminato di rosso con i nomi delle 104 donne vittime di violenza nel 2022 che scorrono sulla facciata della presidenza del Consiglio e tutto il governo guidato da Giorgia Meloni schierato in piazza Colonna per dare un segnale al Paese. È questo il momento più intenso della giornata che anticipa di poche ore quella internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e che si è aperta con la decisione da parte del Senato di istituire nuovamente la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Il provvedimento, votato all’unanimità da Palazzo Madama, è accolto con grande convinzione dall’intero mondo politico.

A indicare la strada che il Governo intende seguire sul fronte della lotta alla violenza di genere, ma soprattutto i capisaldi del contrasto a questo fenomeno, è la stessa presidente del Consiglio intervenendo al convegno sui risultati della Commissione Femminicidio a Palazzo Giustiniani. Per Giorgia Meloni “Prevenzione, protezione e sicurezza della pena sono i tre pilastri su cui dobbiamo insistere. È fondamentale un quadro più efficace di politiche di prevenzione e di contrasto perché è un tema sempre in evoluzione. Il governo c’è e vuole esserci insieme al Parlamento. Non si può andare in ordine sparso”, assicura. La premier ringrazia la Commissione per il grande lavoro svolto, ma sottolinea come sia ancora “tantissimo” quello da fare. “Potenziare le misure di protezione delle vittime. Ci sono donne che non denunciano perché di mezzo ci sono i figli, come se non denunciando li si mettesse al sicuro. O quelle che pensano che se denunciano poi si ritrovano sole”. Quindi rimarca la necessità di formare adeguatamente operatori che sappiano raccogliere le richieste d’aiuto da parte delle vittime, perché se “probabilmente non arriveremo mai al tempo in cui nessuna donna verrà uccisa dall’uomo che diceva di amarla, forse arriverà il tempo in cui non proietteremo più i nomi di 104 donne sulla facciata di palazzo Chigi”. “Sensibilizzare”, è dunque la parola d’ordine, i cittadini di oggi e di domani verso i temi come il rispetto e la tutela di genere, partendo fin dalla scuola.

Il Governo è al lavoro per una nuova governance del Pnrr

Spendere tutti i fondi del Pnrr è una sfida che il governo “non può eludere”. Ma, tra i rincari delle materie prime e la complessità della burocrazia, l’attuazione del piano va a rilento, soprattutto ora che si dovrebbe passare “concretamente all’avvio dei cantieri”. Se da un lato Giorgia Meloni rilancia la necessità di aprire un confronto con la Commissione Ue per “aggiornare” il piano, dall’altro, sul fronte interno, il suo esecutivo si appresta a varare un nuovo decreto Pnrr. L’Esecutivo batte sul nodo dei ritardi fin da prima dell’insediamento ed ora che è chiamata ad agire la premier ha affidato a Raffaele Fitto il compito di effettuare quella “due diligence” sullo stato dei progetti del Pnrr e più in generale sulla disponibilità delle varie tipologie di fondi europei che l’Italia non riesce a spendere appieno. Sul piatto ci sarebbe anche la quota non impegnata dell’ultima programmazione dei fondi di coesione, che però con il benestare europeo dovrebbe essere utilizzata con il nuovo anno per altre misure contro il caro-energia, se si dovessero rendere necessarie anche in primavera visto che fino a marzo c’è la copertura della legge di Bilancio.

Per la revisione del Pnrr, a Bruxelles ancora non è stata formalizzata la domanda, la via che si sta studiando è quella di una integrazione con il RepowerEu, che si scontra però con il fatto che l’Italia ha già utilizzato appieno la parte di prestiti legata al Recovery Plan. In attesa che si apra formalmente la discussione con la Commissione, l’idea è intanto quella di portare in Cdm entro metà dicembre il nuovo decreto, che potrà servire anche ad attuare alcuni progetti, tanto che, in apertura della riunione che ha deliberato i funerali di Stato per Roberto Maroni, il Ministro Fitto ha sollecitato i colleghi a proporre quanto prima eventuali proposte normative da inserire nel provvedimento con cui l’esecutivo potrebbe anche rivedere lo schema della governance pensata da Mario Draghi e Daniele Franco, che attualmente si divide in diverse strutture tra Palazzo Chigi e Mef.

Nel pacchetto potrebbe rientrare anche quella revisione del reato di abuso d’ufficio evocata da Meloni all’assemblea dell’Anci, un intervento per superare il “blocco della firma” che ora si rende ancora più urgente proprio per le scadenze stringenti del Pnrr che anche i Comuni sono tenuti a rispettare. Per tamponare i rincari ed evitare che si fermino i cantieri, la manovra garantisce ai sindaci un 10% in più di risorse per finanziare le opere. E potrebbero aiutare altre semplificazioni perché all’atto pratico stanno emergendo tutti i problemi di un “sistema di regole rigide, frammentate e complesse”: bisogna renderle “certe, semplici, stabili”, incalza la premier, assicurando che il Governo sta andando avanti alla “massima velocità”, come ha dimostrato con la manovra. Ora i tempi sono strettissimi e la Meloni ha chiesto al suo Governo la massima celerità e alla maggioranza di garantire passaggi parlamentari, a partire dalla legge di bilancio, veloci e puliti.

Al Parlamento Europeo la maggioranza si spacca sull’Ungheria

La risoluzione era molto attesa e l’esito della votazione ha rispettato le previsioni: la maggioranza, rispettando la linea finora seguita dalle tre forze di governo in Europa, sul voto sull’Ungheria al Parlamento Europeo si è spaccata. Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro il testo che chiede alla Commissione fermezza nel valutare il rispetto dello Stato di diritto da parte di Budapest prima di concedere i fondi europei, Forza Italia, e quasi tutto il Ppe, ha votato a favore. La risoluzione è passata con 416 voti favorevoli, 124 contrari e 33 astenuti, con il sì compatto dei Socialisti e di Renew. Compatti, ma in senso opposto, anche i Conservatori e il gruppo Id: nei primi milita il Pis, il partito del premier polacco Mateusz Morawiecki che, nelle stesse ore, era al tavolo proprio con Orban al vertice dei Paesi Visegrad, il secondo raggruppa i sovranisti europei, dai lepenisti ai tedeschi di Afd, fino alla Lega. Massimiliano Salin è stato l’unico degli azzurri a votare in dissenso rispetto alla sua delegazione. Il testo è arrivato in un momento topico della lunga diatriba sullo Stato di diritto tra Ue e Ungheria: la Commissione si appresta infatti a congelare il 75% dei fondi di coesione diretti a Budapest perché ritiene che le 17 misure correttive chieste a Orban non siano state attuate. La decisione verrà formalizzata la settimana prossima.

Sul Pnrr, invece, da Bruxelles arriverà un sì condizionato: il piano magiaro dovrebbe ottenere la luce verde ma l’esborso sarà vincolato al raggiungimento di 27 super milestones sulla falsariga di quanto accaduto con la Polonia. Il Parlamento su questo dossier da tempo chiede severità e non sono mancate le critiche alla linea di Ursula von der Leyen, giudicata troppo morbida. Nella risoluzione, non a caso, si invita Bruxelles a “resistere alle pressioni che l’Ungheria esercita bloccando decisioni cruciali dell’Ue” e che Orban continua a mettere sul tavolo, dalla richiesta di un’esenzione all’applicazione del price cap al petrolio russo fino al rinvio, all’inizio dell’anno prossimo, della decisione sull’ammissione di Svezia e Finlandia nella Nato. L’ultima parola sulla concessione dei fondi spetterà all’Ecofin di inizio dicembre e ci vorrà una maggioranza qualificata. Quattro Paesi membri che rappresentano oltre il 35% della popolazione europea hanno il potere di veto; il gruppo Visegrad è formato da Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, che tuttavia è presidente di turno. A Budapest servirebbe la sponda di un Paese popoloso come l’Italia. Insomma, ad oggi la posizione del Governo guidato da Giorgia Meloni sarà dirimente.

Il Governo vuole riformare il reato di abuso d’ufficio per i Sindaci

Il reato d’abuso d’ufficio va riformato. I sindaci sono centrali nella vita del Paese e non possono essere “inchiodati” nel loro agire dalla “paura della firma”. L’appello lanciato dalla premier Giorgia Meloni all’Assemblea dell’Anci è chiaro e dalla maggioranza si fa sapere che il Governo sarebbe già al lavoro per mettere a punto un testo che “renda più libero” chi è in prima linea sul territorio, soprattutto nel periodo in cui si deve dare attuazione al Pnrr. In Parlamento ci sono già due progetti di legge. Uno, al Senato, firmato da Erika Stefani capogruppo Lega in commissione Giustizia e uno a Montecitorio, presentato dalla forzista Cristina Rossello. Del tema si torna a parlare spesso nelle assemblee dell’Anci per poi sparire subito dopo dall’ agenda politica. Stavolta, però, l’Esecutivo assicura che la riforma si farà, come ribadito anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Per la Premier “Dal momento dell’avviso di garanzia all’assoluzione possono passare anni, reputazione e famiglia vengono distrutte” e non si possono “lasciare gli amministratori in balia di norme penali così elastiche da prestarsi a interpretazioni molto arbitrali”. Il Governo, conferma la premier, “si metterà al lavoro per modificare alcuni reati contro la P.A. a partire dall’abuso di ufficio”. Ad indicare la strada per una possibile azione legislativa è il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto che ipotizza di modificare il reato: “Si potrebbe pensare di intervenire sull’abuso d’ufficio di vantaggio per lasciare l’abuso di danno”. Le intenzioni del Governo trovano diverse sponde, anche di una parte dell’opposizione, ragion per cui le premesse per una riforma sembrano esserci.

Letta riunisce la direzione del partito e parla di opposizione e congresso

Da una parte l’opposizione al Governo, dall’altra il congresso. Enrico Letta riunisce la direzione dem e prova a tracciare la road map: lavoro serrato, di tutti, sulle controproposte alla manovra targata Meloni sulle quali combattere in Parlamento e poi, mobilitazione sul territorio e incontri congressuali. Avanti, quindi, senza rincorrere nessuno, né Giuseppe Conte che “sembra aver capito che l’opposizione la deve fare a Meloni e non a noi”, né Carlo Calenda, che incontrerà la premier per confrontarsi sulla manovra. “Siamo in bilico rispetto alla recessione ed è necessario che ci siano le scelte giuste, ambiziose”, avverte Letta, tornando a definire la legge di bilancio “improvvisata, iniqua e inadeguata”. Il leader dem lancia per il 3 dicembre una giornata di mobilitazione sui territori, mentre il 13, 14 e 15 gennaio si svolgerà l’iniziativa In Piazza per il Nuovo Pd.

Su un binario parallelo si muove il percorso congressuale. La direzione approva con 3 voti contrari e 8 astensioni il comitato costituente proposto da Letta; “Garanti” saranno lo stesso segretario e il leader di Art.1 Roberto Speranza, che insieme a Pier Luigi Bersani lasciò il partito in polemica con Matteo Renzi e adesso compie un nuovo passo verso la sua ex, nuova, casa. Ben 87 i componenti permanenti: la squadra è composta per un terzo da parlamentari, per un terzo da rappresentanti dei territori e per un terzo da esterni, tra cui anche l’ex ministro Enrico Giovannini, gli scrittori Maurizio De Giovanni e Viola Ardone, il ricercatore e sociologo Mauro Magatti e la filosofa Chiara Saraceno. Candidati alla segreteria, presidenti di regione, sindaci delle Città metropolitane, presidenti di Eurocities, Anci, Upi e Ali saranno “invitati permanenti”, insieme a un rappresentante dei parlamentari eletti all’estero, il presidente Circoli esteri, due segretari regionali, tre provinciali e tre di circolo.

Ciononostante, non si placano le polemiche interne, chi sui nomi, chi sui tempi e chi sul metodo. Da Enrico Letta arrivano rassicurazioni: il segretario ha fatto altre proposte e il comitato sarà presto integrato con nuovi nomi. A mancare, almeno per ora, sono invece i candidati: se Stefano Bonaccini prova a parlare da segretario in pectore, gli altri possibili contendenti prendono tempo; Matteo Ricci e Dario Nardella saranno a Roma rispettivamente sabato e domenica per presentare le loro “idee per il Pd”, ma non è ancora detto che arrivi l’ufficialità della candidatura. Ancora alla finestra Elly Schlein, mentre nei capannelli si sonda il nome di Enzo Amendola, che potrebbe unire il fronte del Sud da Antonio Decaro a Vincenzo De Luca.


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