La settimana parlamentare – 14 febbraio 2020

La settimana parlamentare – 14 febbraio 2020

Durissimo scontro tra Conte e Renzi. CDM vara la riforma del processo penale

Il lodo Conte bis nel ddl sulla riforma del processo penale: senza i renziani seduti al tavolo, il Consiglio dei ministri accelera sulla prescrizione dando plastica dimostrazione dello showdown cui ormai è disposto ad arrivare il premier Giuseppe Conte. “Mi dispiace per Iv. Per una forza politica è sempre una sconfitta decidere deliberatamente di non sedersi a un tavolo”, scandisce il capo del Governo in una conferenza stampa dove chiama Matteo Renzi a un bivio non più prorogabile, se proseguire o meno nella maggioranza. “Italia Viva ci dica cosa vuole fare, lo deve chiarire non solo a me ma anche al Paese”. Conte siede accanto a Alfonso Bonafede, padre di una riforma del processo penale che, sottolinea il Guardasigilli, porterà a un massimo di 4 anni i tempi dei processi per tutti i gradi di giudizio. Ma più che l’accelerazione dei tempi dei processi a Conte preme tracciare una linea di demarcazione da qui ai prossimi giorni. “Se ci sarà una mozione di sfiducia al ministro Bonafede il sottoscritto per assicurare credibilità alla politica ne trarrà tutte le conseguenze”. 

Del resto, per arrivare a presentare una mozione di sfiducia individuale servono 32 firme a Palazzo Madama: Iv ha diciassette senatori e dovrebbe quindi co-firmare la mozione con una forza di opposizione. Ma Conte, nelle sue parole, non chiude definitivamente a un rientro di Iv, o almeno dei suoi parlamentari: “Nei loro confronti c’è la massima disponibilità a confrontarci”, spiega Conte negando, invece, di voler cercare o di aver trovato un gruppo parlamentare che sostituisca i renziani nella maggioranza. Il problema, più che altro, è Matteo Renzi: “Se un giocatore si ferma, se inizia a pensare a sé o addirittura a fare dei falli, noi la partita non la possiamo vincere” e l’approvazione del ddl sulla riforma del processo penale “è segno che quando si lavora con serietà e responsabilità i risultati arrivano”, sottolinea il premier. Che attacca: “Chi può capire meglio di un ex premier, sempre sensibile alla stabilità, che ha lamentato in passato il fuoco amico e la dittatura della minoranza, chi più di lui deve dimostrare oggi questa sensibilità alle sfide che ci attendono?”. 

E non manca una stoccata al peso elettorale di Iv, che Conte colloca più volte, nel corso della sua conferenza stampa, al 3%. Renzi che, “mi accusa di ricatti ma minaccia la crisi, vota con le opposizioni ormai quotidianamente e crea instabilità”, rileva Conte tacciando d’illogicità la presa di posizione dell’ex premier. E se Renzi evoca il ritorno al voto Conte risponde per le rime: “Chi mi conosce sa che io non ho nessuna arroganza ma anche nessuna paura. Io fino all’ultimo giorno darò sempre la garanzia della massima determinazione, concentrazione”.  

Mattarella sente Conte: se si apre la crisi si voterà dopo il referendum

Il Quirinale è stato informato minuto per minuto su quanto stava accadendo a palazzo Chigi, ma per ora resta alla finestra. La fase è delicata e il premier Giuseppe Conte non può non condividerla con il capo dello Stato Sergio Mattarella in via del tutto informale. Smentita una visita al Colle, Conte e Mattarella si sono incontrati prima alla Corte dei Conti, dove hanno scambiato qualche battuta, e poi si sono sentiti telefonicamente poco prima delle dichiarazioni del presidente del Consiglio. Conte ha voluto anticipare a Mattarella la sua strategia, certo, viene riferito, che quello di Renzi “è un bluff”. Il premier non è più disponibile a proseguire con i continui stop and go di Italia Viva, consapevole che il suo leader prima o poi staccherà la spina. Mattarella ha ascoltato, non intervenendo e rispettando in pieno il suo stile, perché per entrare in gioco serve una crisi formale che per ora non c’è. L’inquilino del Colle quindi osserva con attenzione e viene costantemente informato, ma per ora “non si possono registrare emozioni” se non la preoccupazione di un Governo in stallo che non lavora per il Paese. 

Anticipare le mosse del presidente diventerebbe pertanto un puro esercizio di stile, nel momento in cui le variabili in campo sono ancora tante. Parte della maggioranza giallorossa conta infatti di sostituire Italia Viva con un folto numero di responsabili in Senato, per salvare la legislatura. Inoltre le voci su un governo a guida Mario Draghi, sostenuto da Renzi, Salvini e quindi dal centrodestra si fanno molto insistenti. Benché al Colle si dubiti che possano esserci ribaltoni o maggioranze politiche dopo il Conte 2, vi è una certezza: andare alle urne prima del Referendum sul taglio dei parlamentari non sarebbe opportuno. Piuttosto, in caso di crisi conclamata e dimissioni del premier, si potrebbe optare per un governo traghettatore che porti alla consultazione popolare e che poi si occupi di legge elettorale e di riscrivere i collegi. Così la prima finestra utile per richiamare gli italiani al voto si potrebbe aprire non prima di settembre, sempre considerando che di lì a poco si aprirebbe la sessione di Bilancio, e i conti del Paese e la sua stabilità vengono prima di ogni competizione elettorale. 

Il M5S si ricompatta per la piazza di domani contro i vitalizi e Matteo Renzi

Vitalizi e Matteo Renzi: il Movimento 5 Stelle prova a ripartire dai nemici storici. Domenica in piazza, a Roma, la vera novità sarà la compattezza di un gruppo che, dopo mesi di divisioni, si ritroverà sotto la stessa bandiera e con un obiettivo comune. Sul palco di piazza Santi Apostoli ci sarà tutto lo stato maggiore pentastellato, Luigi Di Maio in testa, forse un piccolo passo dietro al suo successore Vito Crimi. Non mancheranno gli altri Ministri, col nuovo capo delegazione nel governo Alfonso Bonafede pronto a ricevere gli applausi e il sostegno del suo popolo per la battaglia sulla prescrizione contro il leader di Italia viva. Paradossalmente, la polemica che si è accesa con Matteo Renzi ha prodotto come risultato quello di rivalutare pure la convivenza con il Pd, che una parte di base ha apprezzato per non essersi schiacciato sulle posizioni del suo ex segretario. Ovviamente non basta per parlare di alleanza strutturale, perché ai piani alti del Movimento il tema non è all’ordine del giorno.

“Parlando di tifoserie, sovranisti e progressisti non si va da nessuna parte”, ribadisce infatti Davide Casaleggio, tornato in televisione dopo 3 anni per lanciare pochi, ma significativi, punti di discussione. Nel suo mirino finisce anche Lorenzo Fioramonti: “Il M5S e fatto di regole, forse non ha compreso o non ha voluto rispettarle, fatto sta che si è messo fuori dal Movimento”. Il riferimento non è casuale, perché proprio l’ex ministro dell’Istruzione si è intestato un’operazione per portare alla dote di Giuseppe Conte un gruppo di sostegno parlamentare e sganciarlo dagli schemi delle forze di maggioranza. Il presidente dell’associazione Rousseau ne ha anche per quei portavoce che vorrebbero staccare i destini della piattaforma da quelli del partito: “I parlamentari sono contenti di dare il contributo di 300 al mese” e naturalmente minimizza sul documento dei tre senatori pentastellati che vorrebbero un ridimensionamento dell’influenza; l’avvertimento a chi vorrebbe lo switch è lanciato: “Rousseau è la voce degli iscritti, come un cuore pulsante in un corpo, è sempre possibile fare un trapianto, ma a rischio di chi decide di farlo”.  

Salvini rilancia la necessità di nomi nuovi alle prossime regionali

Matteo Salvini tira dritto e traccia la linea, non solo della Lega ma dell’intero centrodestra. “Non è necessario o sufficiente per essere un buon sindaco o un buon governatore avere una tessera. Ci stiamo impegnando per vedere se c’è gente nuova, coraggiosa e stimata che si vuole impegnare: per loro le porte della Lega e del centrodestra sono aperte, senza egoismi di partito” dice il leader della Lega passeggiando verso il Lingotto di Torino. In sostanza il Capitano si concentra sull’immediato: regionali e posizionamento del Carroccio in Europa. L’isolamento in Ue, che la base gli sta rimproverando, merita un cambio di rotta; per questo Salvini si presenta alla stampa Estera, spalleggiato da Giancarlo Giorgetti, e ufficializza una sorta di manifesto del Carroccio che guarda proprio a Bruxelles e prende le distanze da Fratelli d’Italia: “Non essendo destra radicale non abbiamo competitor. Noi siamo un partito che parla a tutti. Più crescono i movimenti alla nostra destra, ma non solo, meglio è”. 

Salvini si spoglia della felpa e indossa la veste di moderato. L’obiettivo da raggiungere, senza fretta ma a piccoli passi, è quello di avvicinare la grande famiglia del Partito popolare europeo per non dover rinunciare a quella fetta di elettorato che Salvini pensa di conquistare. E a portarlo per mano sarà proprio Giorgetti, che in Europa e soprattutto con Angela Merkel vanta rapporti di stima. Il cambio di marcia, dunque, include anche le prossime regionali ma rischia di esacerbare ancora di più il rapporto con gli alleati, in particolare con Giorgia Meloni. Salvini mette sul piatto, senza possibilità di essere frainteso, che la strada giusta è quella di rivisitare insieme gli accordi nella coalizione che riguardano non solo la Puglia, ma anche Marche e Campania. Il concetto è semplice: la Lega vuole per le prossime elezioni nomi che vengano dalla società civile, senza però contraccolpi per la coalizione. 

Salvini parla da “leader del centrodestra”, attaccano fonti di Fratelli d’Italia “ma nessuno gli ha mai dato quel ruolo”. Anche Giorgia Meloni, che ha preferito non replicare per evitare una frattura insanabile, viene riferito, è stanca dei giochetti della Lega, che per non prendersi le responsabilità di quanto accaduto in Emilia Romagna ora la manda in caciara pensando di potersi risollevare in un’altra regione, visto che ormai sa che in Toscana non potrà avere la sua rivincita. In tutto questo Silvio Berlusconi fa il terzo uomo mentre i due litigano. Per quanto riguarda la Campania non ha alcuna intenzione di sottostare ai diktat del Carroccio e soprattutto, è il ragionamento, non “sarò io a risolvere i problemi tra quei due”. Da Forza Italia arriva lo stop di Mara Carfagna, che per la prima volta è d’accordo con Salvini: “C’è bisogno di reinterpretare il bisogno di rinnovamento che arriva dai cittadini. Caldoro è divisivo, forse siamo ancora in tempo per sederci attorno a un tavolo e trovare una proposta condivisa”. 

Nomos

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