Privacy: il Garante boccia l’ipotesi di pubblicazione dei cittadini morosi sul sito del Comune

Privacy: il Garante boccia l’ipotesi di pubblicazione dei cittadini morosi sul sito del Comune

Secca la bocciatura giunta dal Garante per la protezione dei dati personali, rispetto all’ipotesi, ventilata da un Ente Locale, di pubblicare sul proprio sito la “lista nera” dei cittadini che non sono in regola con il pagamento dei Tributi.

Nella Newsletter del Garante n. 405 del 28 agosto 2015, la proposta è stata definita, senza mezzi termini, un “irragionevole strumento vessatorio lesivo della dignità della persona”.

Il primo aspetto della procedura che vìola, secondo il Garante, il principio di legalità, è il seguente: “il Comune non può introdurre l’obbligo di pubblicazione on line dei morosi con un proprio Regolamento, né può introdurre una nuova sanzione accessoria, quale si configurerebbe la pubblicazione on line rispetto alle sanzioni amministrative già previste legate al mancato o erroneo pagamento del tributo; tali ambiti rientrano infatti nella competenza esclusiva della legislazione statale”.

Non meno importante poi, la diffusione in rete dei cittadini morosi si porrebbe in contrasto anche con la normativa sulla Trasparenza che stabilisce che, laddove una P.A. decida di rendere disponibili delle informazioni e dei documenti di cui non è obbligatoria la pubblicazione, gli stessi devono essere resi privati di eventuali dati personali e resi quindi anonomi.

L’iniziativa del Comune, per di più – si legge – produce un trattamento di dati non conforme ai principi del ‘Codice Privacy’ (necessità, pertinenza e non eccedenza nel trattamento) perché le finalità indicate dall’Ente Locale di stimolare il senso civico dei cittadini, sollecitandoli al pagamento del dovuto o dissuadere gli evasori, possono essere soddisfatte con le misure già in vigore (procedimento di riscossione coattiva dei tributi, pagamento degli interessi di mora, applicazione delle sanzioni amministrative previste). La diffusione on line dei morosi, essendo la forma di pubblicità più ampia, appare quindi un irragionevole strumento vessatorio, suscettibile di causare danni e disagi lesivi della dignità della persona”.


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