Regolamento comunale che limita la partecipazione agli istituti civici di partecipazione e democrazia diretta

Regolamento comunale che limita la partecipazione agli istituti civici di partecipazione e democrazia diretta

Nella Sentenza n. 146 del 28 gennaio 2020 del Tar Campania, la questione controversa riguardava la definizione degli ambiti entro i quali un Comune può limitare il diritto, contestualmente garantito, dei propri cittadini residenti e maggiorenni, dotati di elettorato attivo e passivo, di utilizzare gli strumenti di partecipazione consistenti nella presentazione di proposte e petizioni popolari e nella promozione di referendum consultivi. In particolare, alcuni cittadini hanno proposto ricorso avverso le disposizioni contenute nel Regolamento del proprio Comune che hanno inibito ai residenti da meno di 5 anni nel Comune in questione, ancorché iscritti nelle liste elettorali dello stesso Comune, la possibilità di proporre istanze e petizioni ovvero di promuovere il Referendum consultivo. I Giudici hanno rilevato che la partecipazione popolare alla gestione politico-amministrativa della cosa pubblica è un diritto fondamentale, garantito dalla Costituzione all’art. 3, comma 2. Il riconoscimento della peculiare importanza attribuita dal sistema alla partecipazione popolare, quale valore fondamentale e carattere della democrazia politica, ha trovato consacrazione anche a livello di legislazione ordinaria. In particolare, l’art. 8 del Dlgs. n. 267/2000 (Tuel) delinea diversi istituti di partecipazione “popolare”, tra l’altro prevedendo “forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi” e “garanzie per il loro tempestivo esame”. Lo stesso articolo contiene quindi la possibilità, per gli Enti Locali, di prevedere il referendum consultivo, su richiesta di un adeguato numero di cittadini, mentre agli statuti degli Enti Locali spetta disciplinare nel dettaglio “le forme di consultazione della popolazione, le procedure per l’ammissione di istanze, petizioni e proposte e l’eventuale referendum”. Il diritto riconosciuto ai cittadini ha evidentemente la finalità di concorrere alla gestione politico-amministrativa della cosa pubblica, in funzione di controllo diffuso dell’operato delle istituzioni rappresentative. Ai fini della corretta individuazione dei soggetti chiamati a partecipare alle “forme di consultazione della popolazione”, a livello di Enti Locali, occorre, dunque, preliminarmente definire il concetto di “popolazione”, che è costituita dalle “persone che compongono la comunità territoriale”, e dunque richiedendosi, di norma, la compresenza dei requisiti della cittadinanza e della residenza. Le forme di partecipazione di cui ci si occupa sono dunque, in base al citato art. 8, comma 3, del Tuel, aperte ai “cittadini residenti”. Lo stesso art. 8, comma 5, del Tuel autorizza, poi, gli Enti Locali a promuovere “forme di partecipazione” sia per i cittadini UE che per gli stranieri “regolarmente soggiornanti”, disciplinandone il loro esercizio negli statuti, estendendo, quindi, la possibilità di partecipazione anche a chi, pur non essendo “cittadino”, comunque abbia uno stabile collegamento con il territorio, non irragionevolmente desunto, questo sì, dalla durata di tale “collegamento” di volta in volta stabilita. Ma questo vale, come detto, per chi non possa vantare la condizione di “cittadino”. Quest’ultimo, in quanto tale, gode di tutti i diritti discendenti dal proprio status, ivi compresa la possibilità di stabilire la sede dei propri affari e interessi in un qualsiasi luogo della Repubblica, acquistandone la residenza, che è situazione giuridicamente normata, e non automaticamente riconosciuta, cui la legge fa conseguire cospicue conseguenze. Dalla lettura coordinata delle due disposizioni sopra indicate contenute nell’art. 8 del Tuel, può dunque conclusivamente dirsi che, mentre la partecipazione popolare è normativamente riconosciuta ai “cittadini residenti”, la stessa può essere estesa anche agli “stranieri” residenti dallo statuto che ben può, in questo caso, disciplinare ulteriormente il “legame” degli stessi con il territorio. Se dunque si tratta di un “diritto” riconosciuto ai “cittadini”, rinviare la possibilità di suo concreto esercizio ad un termine, collegato alla maturazione di un periodo ritenuto “congruo”, di “stabile collegamento sul territorio”, significa non altro che negare il diritto stesso, di fatto istituendo un indebito ostacolo al suo esercizio e una sorta di “graduatoria” degli aventi diritto, in evidente violazione dell’apicale principio di uguaglianza tra “cittadini”. Del resto, lo stesso Statuto riconosce il diritto di promuovere il referendum consultivo agli “elettori” del Comune stesso, e tali sono i “residenti”, senza operare alcuna distinzione in base alla data di acquisizione della condizione legittimante (la residenza, appunto).

Posto dunque che il diritto è riconosciuto, senza limitazioni, anche dalla fonte statutaria, non può che concludersi che esula dal potere regolamentare la possibilità di comprimere il diritto civico di partecipazione, che resta quindi garantito a tutti i “cittadini” della comunità locale (dunque, ivi residenti) senza limitazioni temporali legate alla durata della condizione di cittadino residente. Tale limitazione in alcun modo può ricondursi alla disciplina delle “modalità, forme, materie e modalità di indizione e svolgimento dell’iniziativa referendaria”, che attengono alla concreta regolamentazione delle procedure, ma giammai alla determinazione dei requisiti soggettivi di esercizio, fissati dalla legge e dallo Statuto.


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