Retribuzione di risultato: erogazione legittima solo se il dipendente prova il raggiungimento degli obiettivi

Retribuzione di risultato: erogazione legittima solo se il dipendente prova il raggiungimento degli obiettivi

Nell’Ordinanza n. 19294 del 19 luglio 2018 della Corte di Cassazione, i Giudici di legittimità hanno affermato che spetta al dipendente, cui siano state attribuite le mansioni superiori di Dirigente, provare il raggiungimento degli obiettivi in anticipo stabiliti, per poter percepire la retribuzione di risultato. Niente è dovuto se non c’è tale prova. La Suprema Corte chiarisce che in tema di lavoro pubblico contrattualizzato, in caso di reggenza del pubblico ufficio sprovvisto temporaneamente del Dirigente titolare, vanno incluse, nel trattamento differenziale per lo svolgimento delle mansioni superiori, la retribuzione di posizione e quella di risultato, atteso che l’attribuzione delle mansioni dirigenziali, con pienezza di funzioni e assunzione delle responsabilità inerenti al perseguimento degli obbiettivi propri delle funzioni di fatto assegnate, comporta necessariamente, anche in relazione al principio di adeguatezza sancito dall’art. 36 della Costituzione, la corresponsione dell’intero trattamento economico, ivi compresi gli emolumenti accessori. La retribuzione di risultato è correlata all’effettivo raggiungimento, anche sotto il profilo qualitativo, da parte del Dirigente, degli obiettivi preventivamente determinati.

Pertanto, è da escludere che il dipendente abbia diritto alla retribuzione di risultato per il solo fatto di avere svolto funzioni dirigenziali in assenza della prova dell’effettivo raggiungimento degli obiettivi ad essa correlati a nulla rilevando, a tal fine, l’assunto secondo cui l’amministrazione non ha mai eccepito il loro mancato raggiungimento in assenza di una fondata dimostrazione delle condizioni su cui si baserebbe la non contestazione.


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