Reversibilità all’orfano maggiorenne e disabile: legittimo il riconoscimento solo in caso di inabilità assoluta al lavoro

Reversibilità all’orfano maggiorenne e disabile: legittimo il riconoscimento solo in caso di inabilità assoluta al lavoro

Nella Sentenza n. 273 del 15 novembre 2021 della Corte dei conti Calabria, la questione controversa in esame si sostanzia nell’accertamento della sussistenza del requisito sanitario per la concessione della pensione di reversibilità all’orfano maggiorenne inabile a qualsiasi attività lavorativa, in relazione alle patologie di cui è affetto. In particolare, il ricorrente, figlio superstite di una dipendente pubblica deceduta, rappresentava che al momento del decesso della madre non era autosufficiente, né di esserlo al momento del ricorso, non avendo mai svolto attività lavorativa ed essendo sempre stato a carico della defunta genitrice, anche in considerazione dello stato di disoccupazione del padre. Per tale ragione aveva presentato alle competenti sedi Inps domanda di riconoscimento della pensione indiretta in qualità di orfano maggiorenne. Come correttamente rilevato dall’Inps detto requisito differisce da quello previgente, che richiedeva la “inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro”, ai sensi dell’abrogato art. 82 del Dpr. n. 1092/1973. In seguito all’entrata in vigore dell’art. 8 della Legge n. 222/1984 invece il presupposto sanitario per accedere al beneficio previdenziale in questa sede reclamato consiste in una inabilità totale a svolgere una qualsivoglia attività lavorativa remunerata, non soltanto di natura intellettuale ma neanche di natura prettamente manuale, purché tale da assicurargli idonei mezzi di sostentamento. Questo vuol dire che, per ottenere il beneficio reclamato, il soggetto, a causa delle infermità di cui è portatore, deve risultare completamente escluso dal mondo del lavoro, indipendentemente da fattori ambientali e socio economici, e a prescindere dalle proprie attitudini e dalla propria formazione culturale e professionale. Ed è appena il caso di ricordare che detto requisito di totale inabilità al lavoro deve sussistere alla data del decesso del dante causa. Tanto premesso, la Sezione ha osservato che il ricorrente, in possesso di diploma di scuola media superiore, in occasione della visita presso la Commissione medica di verifica, il cui esito è stato in sede di giudizio confermato dal Ctu, risultava idoneo a svolgere una qualche attività lavorativa. È perciò evidente che alla data del decesso della madre ben poteva (e può tuttora) introdursi nel mondo del lavoro, sia in ambito pubblico sia privato, con mansioni limitate rispetto a un eventuale impegno fisico e quindi senza usura delle residue energie fisiche. Né vale sostenere che il ricorrente sia stato riconosciuto “portatore di handicap grave” ai sensi della Legge n. 104/1992. Questo accertamento, svolto quando il ricorrente aveva due anni di vita, riguardava un contesto giuridico differente da quello della verifica dei requisiti medico-legali necessari per accedere ai benefici in questa sede richiesti (pensione di reversibilità quale orfano maggiorenne). L’art. 1 della Legge n. 194/1992 espressamente individua gli obbiettivi della predetta Legge, i quali risiedono – in buona sostanza – nella garanzia della dignità e dell’integrazione sociale della persona disabile. In altri termini la qualificazione di “persona portatrice di handicap” ai sensi della Legge n. 104/1992 non esclude in radice la circostanza che residuino capacità positive del soggetto per consentirne il migliore inserimento all’interno della società. Ed anzi, la stessa Legge n. 104/1992 espressamente prevede misure volte a favorire l’ingresso del disabile nel mondo del lavoro e dello studio. Infine, che la condizione di disabilità (anche grave) non escluda, automaticamente, la capacità lavorativa è confermato anche da altre disposizioni dell’ordinamento, come quelle mirate al collocamento obbligatorio delle persone disabili. Ne deriva che la situazione di disabilità grave non è condizione sufficiente a determinare l’inabilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa. Quest’ultima è ipotesi residuale, che va accertata in base al caso concreto e la quale soltanto giustifica che la collettività intervenga a farsi carico del sostentamento del soggetto orfano di pubblico dipendente.


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