Spese di rappresentanza: se c’è la buona fede non sussiste il reato di peculato per il Sindaco

Spese di rappresentanza: se c’è la buona fede non sussiste il reato di peculato per il Sindaco

Nella Sentenza n. 16529 del 3 aprile 2017 della Corte di Cassazione, un Sindaco aveva illecitamente autorizzato il pagamento in suo favore di ricevute e fatture relative a spese di rappresentanza che non rivestivano in realtà tale finalità.La Suprema Corte rileva che sono legittimamente e propriamente qualificabili come “spese di rappresentanza” solo quelle che soddisfino un duplice ordine di requisiti,uno strutturale, l’altro funzionale, rappresentati, da un lato, dal fatto di corrispondere esse ad un fine istituzionale proprio dell’Ente che le sostiene e, dall’altro, di essere perciò funzionali all’immagine esterna e pubblica dell’Ente stesso in termini di maggiore prestigio, di maggiore immagine e di maggiore diffusione delle relative attività istituzionali nell’ambito territoriale di operatività.

Dunque, i Giudici di legittimità chiariscono che le spese in questione erano prive di entrambi i requisiti sopra individuati: di quello strutturale, in quanto le occasioni conviviali a seguito delle quali le stesse erano state sostenute non rivestivano alcuna importanza pubblica locale trattandosi sostanzialmente di riunioni politiche estranee ai fini istituzionali dell’Ente comunale, e di quello funzionale, dato che, conseguentemente, le spese stesse non erano relative ad eventi che avessero in qualche modo rappresentato un incremento, in termini di maggiore risonanza anche mediatica, del prestigio e della complessiva immagine del Comune.

La Suprema Corte, pur disconoscendo tali requisiti per le spese che il Sindaco si era fatto liquidare, ha individuato che negli eventi in questione, sostenuti con soldi pubblici, non fosse del tutto estraneo un ipotetico vantaggio per il Comune; proprio da questo scaturisce un elemento di prova della buona fede dell’imputato e quindi l’impossibilità dell’accusa di peculato.


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