“Telefisco 2019”: i chiarimenti del Mef in materia di Tributi locali e contenzioso tributario

“Telefisco 2019”: i chiarimenti del Mef in materia di Tributi locali e contenzioso tributario

Sono state pubblicate l’8 febbraio 2019 sul sito web istituzionale del Mef-Dipartimento delle Finanze le risposte fornite in occasione di “Telefisco 2019”, svoltosi lo scorso 31 gennaio 2019, in materia di Tributi locali e contenzioso tributario.

I chiarimenti forniti sui Tributi locali, che hanno riguardato Imu, Icp e Tari puntuale, si sono posti in contrasto con quanto diffuso a livello nazionale da alcune Associazioni di categoria e da parte della dottrina, in particolare per quanto riguarda la Tari puntuale.

Di seguito si riportano i quesiti posti al Ministero e il commento delle risposte fornite.

Domanda:

La Corte di Cassazione, con Sentenza 2901/2017, ha sostenuto che gli effetti dell’attribuzione della qualifica di edificabilità decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione dello strumento urbanistico generale. Tanto, in ragione del fatto che l’art. 5, Dlgs. n. 504/1992, individua come base imponibile il valore di mercato esistente al 1° gennaio di ciascun anno. Pertanto, se il Prg è stato adottato ad esempio nel corso del 2018, poiché al 1° gennaio 2018 l’area non era considerata edificabile, non potrebbe applicarsi il suddetto criterio di determinazione della base imponibile e pertanto la stessa sarà considerata edificabile solo a partire dal 2019. Si asserisce altresì che l’Ici (e quindi l’Imu) non sarebbe un’imposta frazionabile ad anno salve le eccezioni tassativamente previste nella legge. Poiché una simile affermazione contrasta tra l’altro con le Istruzioni ministeriali alla compilazione del Modello di dichiarazione Imu, si chiede di sapere se le stesse devono ritenersi revocate in ragione del suddetto Pronunciamento della Suprema Corte

Risposta:

Il Ministero non ritiene che le Istruzioni ministeriali per la compilazione della Dichiarazione Imu siano in contrasto con la Sentenza della Corte di Cassazione n. 2901/2017. Invero, l’art. 5, comma 5, del Dlgs. n. 504/1992, prevede che “per le aree fabbricabili, il valore è costituito da quello venale in comune commercio al 1° gennaio dell’anno di imposizione, avendo riguardo alla zona territoriale di ubicazione, all’indice di edificabilità, alla destinazione d’uso consentita, agli oneri per eventuali lavori di adattamento del terreno necessari per la costruzione, ai prezzi medi rilevati sul mercato dalla vendita di aree aventi analoghe caratteristiche”.

Secondo i Giudici di legittimità il Legislatore, adottando tale criterio specifico per la determinazione della base imponibile del Tributo, ha ritenuto di non dover applicare il principio della frazionabilità dello stesso. Ciò premesso, il Mef fa presente che le Istruzioni ministeriali alla compilazione del Modello di Dichiarazione Imu nel punto 2.2, dedicato al “Valore delle aree fabbricabili”, appaiono in linea con l’art. 5, comma 5, del Dlgs. n. 504/1992, in quanto non affermano il Principio di frazionabilità dell’Imposta relativa ad un anno, ma si limitano a riprendere il contenuto della disposizione in argomento. Le Istruzioni Imu non ostano quindi a una compilazione del modello che sia coerente con l’interpretazione affermata dalla Corte di Cassazione.

Domanda:

Con riferimento all’art. 1, comma 919 della Legge n. 145/2018, il quale prevede che, ‘a decorrere dal 1° gennaio 2019, le tariffe e i diritti di cui al Capo I del Dlgs. n. 507/1993, possono essere aumentati dagli Enti Locali fino al 50% per le superfici superiori al metro quadrato e le frazioni di esso si arrotondano a mezzo metro quadrato’, si chiede:

  • se per il Diritto sulle pubbliche affissioni possa essere disposto l’aumento per le superfici superiori al mq. In tal senso, e per l’analoga disposizione recata dall’art. 11 del Dlgs. n. 449/1997, si è espresso il Ministero delle Finanze con Circolare 1/2001;
  • conferma che l’aumento del 50% delle tariffe base possa essere disposto anche per la pubblicità che non viene quantificata al metro quadro, come ad esempio, la pubblicità varia di cui all’art. 15, commi dal 2 al 5, del Dlgs. n. 507/1993”.

Risposta:

Con riferimento al primo quesito, il Ministero afferma che gli aumenti tariffari, introdotti a partire dal 1° gennaio 2019, sono applicabili anche al Diritto sulle pubbliche affissioni, come espressamente previsto dalla disposizione in commento. Per cui, il limite del metro quadrato deve essere preso in considerazione anche per il Diritto sulle pubbliche affissioni. La circostanza che la relativa tariffa non è parametrata, come quella dell’Imposta sulla pubblicità, al metro quadrato di superficie espositiva ma al “foglio di dimensione fino a cm. 70 x 100”, ai sensi dell’art. 19, comma 2, del Dlgs. n. 507/1993, richiede solo di effettuare la conversione della misura dei fogli di cui si compone il manifesto in metri quadrati, corrispondente a 0,7 metri quadrati.

Tale equivalenza è stata indicata nella Circolare n. 1/Fl del 5 febbraio 2001, richiamata nel quesito.

Per quanto riguarda le fattispecie pubblicitarie per le quali non è previsto il riferimento al limite dimensionale del metro quadrato, invece, la maggiorazione introdotta dalla “Legge di bilancio 2019” non è applicabile in virtù del riferimento alle “superfici superiori al metro quadrato”.

A questo proposito, vengono richiamate le fattispecie disciplinate nell’art. 15 del Dlgs. n. 507/1993 relativo alla pubblicità varia.

Domanda:

Il comma 917 della ‘Legge di bilancio 2019’ consente ai Comuni che hanno aumentato le tariffe Icp e affissioni di rimborsare la maggiorazione in forma rateale entro 5 anni dalla data in cui la richiesta del contribuente è divenuta definitiva. Cosa si intende per richiesta ‘definitiva’?”.

Risposta:

Circa la richiesta dei rimborsi delle maggiorazioni indebitamente versate dall’anno 2013 all’anno 2018, il Mef precisa che la stessa deve essere presentata entro il termine di 5 anni dal giorno del versamento, ovvero da quello in cui è stato accertato il diritto alla restituzione, a norma dell’art. 1, comma 164 della Legge n. 296/2006. In caso di concordanza tra il Comune e la richiesta presentata dal contribuente, la stessa può ritenersi definitiva e il Comune provvede al rimborso entro 180 giorni dalla data di presentazione dell’istanza, oppure in forma rateale entro 5 anni, ai sensi dell’art. 1, comma 917, della Legge n. 145/2018.

In caso di parere negativo alla richiesta di rimborso, il Ministero individua 2 diverse fattispecie. In caso di rifiuto espresso, il contribuente può impugnare l’atto entro 60 giorni, a norma dell’art. 19, comma 1, lett. g), del Dlgs. n. 546/1992.

In caso di rifiuto tacito, il contribuente può procedere all’impugnazione, sempre a norma del citato art. 19, comma 1, lett. g), del Dlgs. n. 546/1992, dopo il 90° giorno dalla presentazione dell’istanza e fino a quando il diritto alla restituzione non è prescritto, come disposto dall’art. 21, comma 2, del medesimo Dlgs. n. 546/1992.

Domanda:

Relativamente ai Comuni che nel corso degli anni hanno aumentato le tariffe base dell’Icp, si chiede con quali modalità devono effettuare l’attività di accertamento per le annualità pregresse (2013-2018), in particolare se gli avvisi per omesso pagamento Icp possono già riportare le tariffe base del 2001, in maniera tale da liquidare il recupero dovuto con le corrette tariffe anche se non conformi alle delibere già adottate”.

Risposta:

Secondo il Ministero, l’attività di accertamento per gli anni dal 2013 al 2018 deve essere effettuata tenendo conto di quanto sancito dalla Corte Costituzionale nella Sentenza n. 15/2018, con la conseguenza che, a partire dall’anno 2013, non devono essere applicate le maggiorazioni di cui all’art. 11, comma 10 della Legge n. 449/1997. Nell’ambito delle “tariffe base” del 2001, secondo il Mef il quesito sembrerebbe riferirsi al Dpcm. 16 febbraio 2001 con il quale è stata rideterminata, a decorrere dal 1° marzo 2001, unicamente la Tariffa per la pubblicità ordinaria di cui all’art. 12 del Dlgs. n. 507/1993. Detta tariffa non si applicava automaticamente ma doveva essere appositamente recepita dai Comuni. Quindi, ai fini dell’accertamento per le annualità pregresse, occorre far riferimento alle tariffe deliberate e applicabili in ciascun Comune per gli anni oggetto di accertamento, senza tenere conto della maggiorazione di cui all’art. 11, comma 10, della Legge n. 449/1997.

Domanda

Si chiede se per gli Enti che adottano la tariffa corrispettiva di cui all’art. 1, comma 668, della Legge n. 147/2013, continua ad applicarsi il Tributo provinciale di cui all’art. 19 del Dlgs. 504/1992, da applicarsi nella percentuale deliberata dalla Provincia sul totale della tariffa corrispettiva dovuta dall’utente. Sul punto, si rammenta che la Corte di Cassazione, Sezioni Unite, Sentenza n. 17113 dell’11 luglio 2017, ha ritenuto che le controversie che attengono il Tributo provinciale, anche se applicate come maggiorazione della ‘Tia 2’ – entrata di natura corrispettiva, così come chiarito dall’art. 14, comma 33 del Dl. n. 78/1010 – rimangono di competenza del Giudice tributario. La Suprema corte precisa che ‘né è idonea a snaturarne la natura di Tributo il mero collegamento quantitativo e percentuale con la ‘Tia2’ che, ancorché abbia natura privatistica non comporta la modifica della natura della relativa Addizionale regionale, fungendo solo da parametro per la quantificazione di tale prestazioni che ha natura di Tributo a favore delle Province’. Coerentemente con tale principio di diritto, si dovrebbe ritenere che il Tributo provinciale in questione continua ad applicarsi anche alla Tari corrispettivo di cui al comma 668 citato. Si chiede conferma dell’interpretazione proposta”.

Risposta:

Riportando quanto statuito dalla Sentenza della Corte di Cassazione indicata nel quesito, il Mef afferma che il Tefa rappresenta il sistema di reperimento della provvista necessaria alle Province per “l’esercizio di utilità generale di funzioni di interesse pubblico”. Pertanto, l’applicazione del Tefa prescinde da un suo collegamento a un tributo oppure a un corrispettivo. Stessa conclusione si può ricavare dalla Sentenza stessa, laddove in riferimento alla “Tia2” si afferma, come già riportato nel quesito, che “non è idonea a snaturarne la natura di tributo il mero collegamento quantitativo e percentuale con la ‘Tia2’ che, ancorché abbia natura privatistica, non comporta la modifica della natura” del Tefa, “fungendo solo da parametro per la quantificazione di tale prestazione che ha natura di tributo a favore delle Province”. Il Mef rileva inoltre che se l’applicazione del Tefa dipendesse dal tipo di prelievo deliberato dall’Ente Locale, si verificherebbe, non solo un’ingiustificata disparità di trattamento tra i contribuenti assoggettati alla Tari-tributo e gli utenti soggetti alla Tari-corrispettivo, ma anche una diversa possibilità da parte delle Province di svolgere un servizio, che sarebbe compromesso per carenza di risorse disponibili nel caso in cui i Comuni avessero optato per il regime corrispettivo.

Domanda:

Per i Comuni che adottano la tariffa corrispettiva di cui all’art. 1, comma 668, della Legge n. 147/2013, si pone il problema delle quote inesigibili accertate in via definitiva con rifermento alla Tari tributo. In particolare, si chiede se le quote inesigibili accertate in via definitiva, ovvero dopo che siano trascorsi 6 mesi dalla notifica dell’ingiunzione di pagamento o della cartella, possano essere imputate, come componente di costo, al ‘Piano economico finanziario’ della Tari corrispettivo, similmente a quanto previsto per gli inesigibili ‘Tia 1’, ‘Tia 2‘ e ‘Tares’ dall’art. 1, comma 654-bis, della Legge n. 147/2013. Si precisa che la mancata imputazione di tali costi nel ‘Pef Tari’ corrispettivo determina un maggior onere per il bilancio comunale, nella misura in cui gli accantonamenti variamente previsti siano inferiori alle quote accertate come inesigibili, oltre che una probabile violazione dell’art. 1, comma 654, della Legge n. 147/2013, norma questa che impone di garantire, con le entrate Tari, la copertura integrale dei costi”.

Risposta:

A parere del Ministero, non si ravvisano impedimenti all’inserimento dei crediti inesigibili nel caso di passaggio dalla Tari-tributo alla Tari-corrispettivo. Al riguardo, il Mef afferma che la questione non si può inquadrare nell’art. 1, comma 654-bis, della Legge n. 147/2013, poiché detta disposizione ha previsto che “tra le componenti di costo vanno considerati anche gli eventuali mancati ricavi relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento alla ‘Tariffa di igiene ambientale’, alla ‘Tariffa integrata ambientale’, nonché al ‘Tributo comunale sui rifiuti e sui servizi’ (Tares)”. La norma infatti consente di inserire nel Piano finanziario della Tari anche costi che riguardano annualità pregresse in cui erano vigenti la “Tia1”, la “Tia2” e la “Tares”, superando il parere contenuto nella Delibera n. 73/2015/Par della Corte dei Conti – Sezione regionale di controllo per la Toscana. La Corte non ha messo in discussione il Principio secondo cui, quando i crediti inesigibili sono riconducibili allo stesso regime di prelievo, questi possono essere inclusi tra i costi da coprire con la Tari negli anni successivi, né detto Principio è stato sconfessato dal citato comma 654-bis. Nella stessa ottica va inquadrata la più specifica problematica posta nel quesito, poiché viene ritenuto possibile inserire nella Tari-corrispettivo i crediti inesigibili insorti in vigenza della Tari-tributo. A conferma di ciò, il Ministero aggiunge che il Piano economico finanziario della Tari-corrispettivo, così come quello della Tari-tributo, è disciplinato dalle stesse regole contenute nel Dpr. n. 158/1999, per cui i costi del “Servizio di gestione dei rifiuti” da inserire nel Pef sono i medesimi, sia in vigenza di un prelievo di carattere tributario, sia con una tariffa di natura corrispettiva.

Domanda:

La facoltà di attestare la conformità all’originale delle Sentenze e degli altri documenti risultanti dal fascicolo telematico spetta anche al difensore del contribuente e in esenzione da imposta ?

Risposta:

In via preliminare, il Ministero ricorda che le nuove disposizioni contenute nell’art. 25-bis del Dlgs. n. 546/1992, prevedono in capo ai difensori il potere di attestazione di conformità delle copie degli atti e documenti in loro possesso in originale o in copia conforme ovvero estratti dal fascicolo processuale telematico. L’estrazione di copie e la successiva attestazione di cui sopra avviene in esenzione dal pagamento dei diritti di copia. Tale potere è mutuato dalla disciplina dei Processi telematici civile e amministrativo ed è attribuito ai difensori di tutte le parti processuali. Ciò è confermato dal testo letterale della norma e dalla relazione che analizza l’impatto della nuova normativa sulla attuale regolamentazione (Air). Peraltro, la disposizione contenuta nel comma 4 del citato art. 25-bis non può che riferirsi anche ai difensori del contribuente, dal momento che gli Uffici tributari, difesi dai propri dipendenti o da un professionista, fruivano già dell’esenzione dal pagamento di tali diritti, ai sensi dell’art. 263 del Dpr. n. 115/2002.

Domanda:

“In caso di accoglimento del ricorso e/o dell’appello del contribuente, se il Giudice tributario dispone la compensazione delle spese di lite, l’Ente impositore è tenuto a riconoscere e liquidare al contribuente la metà del ‘contributo unificato’ da questi sostenuto ?

Risposta:

La risposta fornita dal Ministero prende le mosse dall’indicazione di quanto statuito dall’art. 13 del Dpr n. 115/2002, che prevede criteri diversi per la quantificazione del “contributo unificato” dovuto nei Processi civile, amministrativo e tributario. In particolare, nel Processo tributario il comma 6-quater del citato art. 13 individua gli importi dovuti in base a diversi scaglioni di valore delle liti. Inoltre, con riferimento al Processo tributario, il comma 5 dell’art. 12 del Dlgs. n. 546/1992, prevede che “per valore della lite si intende l’importo del Tributo al netto degli interessi e delle eventuali sanzioni irrogate con l’atto impugnato; in caso di controversie relative esclusivamente alle irrogazioni di sanzioni, il valore è costituito dalla somma di queste”. Un’ulteriore disposizione specifica per il Processo tributario, è stata introdotta dall’art. 1, comma 598, della Legge n. 147/2013, in base al quale il valore della lite è determinato “per ciascun atto impugnato anche in appello”. Sul piano sanzionatorio, il comma 3-bis dell’art. 13 del Dpr. n.115/2002, stabilisce che, ove il difensore non indichi “il proprio indirizzo di posta elettronica certificata ai sensi dell’art. 16, comma 1-bis, del Dlgs. n. 546/1992, ovvero qualora la parte ometta di indicare il Codice fiscale nell’atto introduttivo del giudizio o, per il processo tributario, nel ricorso il ‘contributo unificato’ è aumentato della metà”. Le predette disposizioni evidenziano, a parere del Mef, la presenza di una specifica disciplina per il Processo tributario all’interno della quale non possono trovare applicazione, neanche in via analogica, le specifiche disposizioni previste per i Processi civile e amministrativo. Viene inoltre ricordato che nel Processo amministrativo trova applicazione il comma 6-bis dell’art. 13 del Dpr. n. 115/2002, secondo il quale, in caso di compensazione delle spese di giudizio, quest’ultime, incluso il “contributo unificato”, sono poste a carico della parte soccombente. Tale disposizione non risulta applicabile al Processo tributario, dal momento che non è prevista una specifica norma di rinvio nella disciplina del “contributo unificato tributario”. In tal senso, il Ministero afferma come anche la giurisprudenza della Corte di Cassazione abbia affermato la natura di obbligazione ex lege del “contributo unificato tributario” gravante sulla sola parte soccombente, soltanto nel caso di espressa sua condanna alle spese del giudizio nelle statuizioni della Sentenza, mediante le Ordinanze nn. 2691/2016 e 23830/2015. In definitiva, nel rito tributario la restituzione del “contributo unificato” a carico di una parte processuale avviene solo nel caso di condanna alle spese di giudizio dell’altra parte. Ne consegue quindi che, nel caso in cui il Giudice disponga la compensazione delle spese del giudizio, ivi compreso il “contributo unificato”, quest’ultimo resta interamente a carico della parte che lo ha sostenuto.


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