Debiti fuori bilancio: legittimi se comportano arricchimento o risparmi per l’Ente

Debiti fuori bilancio: legittimi se comportano arricchimento o risparmi per l’Ente

Nella Delibera n. 302 del 13 novembre 2014 della Corte dei conti Lombardia, il Sindaco di un Comune, dopo avere illustrato la situazione che si è venuta a creare in seguito alla scadenza della convenzione con il fornitore di energia elettrica individuato da Consip, che ha di fatto continuato ad erogare energia anche nel periodo successivo, ha formulato una richiesta di parere in merito a quanto segue: “se è contabilmente corretta e legittima l’operazione messa in atto allo scopo di accantonare le risorse di bilancio in assenza di un contratto, e del regolare impegno di spesa; se la fattispecie rientra tra i debiti fuori bilancio riconoscibili dal Consiglio comunale ai sensi dell’art. 194, comma 1, lett. e), Dlgs. n. 267/00, posto che il Legislatore, ai fini di tale riconoscimento, non si è limitato a richiedere il sussistere di un arricchimento per l’Ente Locale, ma ha ritenuto altresì necessario l’insorgere di una utilità e la determinazione dell’entità della stessa; – quali criteri è opportuno utilizzare per quantificare legittimamente l’importo dovuto al fornitore, laddove ricorrano i presupposti per il riconoscimento del debito; se tra i legittimi criteri possa ritenersi possibile l’applicabilità del parametro prezzi/tariffe ecc. di cui alla convenzione Consip Spa, vigente nel periodo dicembre 2012/agosto 2013, di ‘proroga tacita’ della fornitura in argomento”. La Sezione osserva che, impregiudicata ogni valutazione in ordine alla legittimità della complessiva operazione posta in essere in merito alla fornitura di energia elettrica di cui alla richiesta di parere e delle responsabilità che possono derivarne, la disciplina contabile stabilisce, quale ordinaria modalità di gestione delle spese, una procedura in 4 fasi: impegno, liquidazione, ordinazione e pagamento. Pertanto, a fronte di un accantonamento delle somme necessarie per pagare la spesa fra i residui 2013, così come affermato nella richiesta di parere, può essere seguita la procedura ordinaria, posto che, ai sensi dell’art. 190, comma 1, del Tuel, “costituiscono residui passivi le somme impegnate e non pagate entro il termine di esercizio”. Sulla base dell’affermazione contenuta nella richiesta di parere con riferimento all’accantonamento fra i residui passivi non si ravvisano pertanto i presupposti richiesti per il riconoscimento di debito fuori bilancio. In assenza invece di regolare impegno di spesa, il pagamento della stessa presuppone il riconoscimento del debito fuori bilancio nei termini indicati dall’art. 194, comma 1, lett. e), del Dlgs. n. 267/00, sempre che ve ne siano tutti i presupposti. La Sezione mette in luce però che si può procedere al riconoscimento del debito solamente nei limiti nei quali il bene o il servizio acquisito rientrino nell’ambito dell’espletamento di pubbliche funzioni e servizi di competenza e venga accertata, con Delibera motivata, sia l’utilità del bene o del servizio che l’arricchimento che l’attività ha comportato per l’Ente. Il riconoscimento del debito fuori bilancio che derivi dall’acquisizione di un bene o servizio in assenza di impegno di spesa risulta essere quindi possibile, sempre che sussistano le condizioni previste dalla norma citata sopra, con la conseguenza che ogni volta che l’Ente abbia seguito una procedura irregolare può procedere ad una sorta di regolarizzazione a posteriori che però non è automatica poiché viene demandata al Consiglio dell’Ente una valutazione discrezionale in ordine all’esistenza, in concreto, dei presupposti della norma e solo in caso positivo si potrà procedere all’effettivo riconoscimento.

L’art. 194, Il comma 1, lett. e), del Tuel consente la riconoscibilità della legittimità di un debito fuori bilancio per acquisizione di beni e servizi nei limiti degli accertati e dimostrati utilità ed arricchimento per l’Ente, nell’ambito dell’espletamento di pubbliche funzioni e servizi di competenza. Al momento del riconoscimento, il Consiglio deve prendere atto, anzitutto, che l’obbligazione si riferisce a funzioni e servizi di propria competenza, per poi dichiarare l’effettiva utilità ricevuta dalla prestazione in termini di arricchimento per l’Ente. L’accertamento della sussistenza dei predetti elementi attiene alla dimostrazione dell’effettiva utilità che l’Ente ha tratto dalla prestazione altrui, in termini di misurazione dell’utilità ricavata dalla prestazione di beni o servizi eseguita dal terzo creditore. L’arricchimento non deve essere inteso necessariamente come accrescimento patrimoniale, potendo questo consistere anche in un risparmio di spesa. In base a quanto sopra premesso, la Sezione precisa che il Legislatore ha indicato il requisito dell’utilità della prestazione, che deve essere accertata e dimostrata, senza che si possa rinvenire nella legislazione una precisa nozione della fattispecie, demandando alla Delibera consiliare di riconoscimento l’individuazione delle singole fattispecie e dei requisiti delle spese in questione, in un ottica di efficienza, efficacia e buona amministrazione.


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