Incarichi a pubblici dipendenti senza autorizzazione: i compensi devono essere versati ai fondi decentrati

Incarichi a pubblici dipendenti senza autorizzazione: i compensi devono essere versati ai fondi decentrati

Il dipendente di una Pubblica Amministrazione non può svolgere altre attività lavorative (sia subordinate che autonome, sia presso soggetti privati che presso altre Amministrazioni pubbliche, sia in regime di pubblico impiego che in regime di diritto privato), salvo che la legge preveda che possa essere rilasciata una specifica autorizzazione in proposito e che l’autorizzazione, formalmente richiesta dal soggetto interessato all’Amministrazione d’appartenenza, sia stata realmente concessa. A stabilire questo principio è stata la Corte dei conti Sicilia, Sezione giurisdizionale d’appello per la Regione Sicilia, con la Sentenza n. 210 del 7 ottobre 2015.

Nel caso in cui tali prescrizioni vengano disattese, il compenso dovuto per le prestazioni svolte dal dipendente dev’essere versato, a cura del soggetto erogante o, in difetto, del percettore, nel conto dell’entrata del bilancio dell’Amministrazione d’appartenenza del medesimo dipendente. Nel caso di specie, la Corte rileva che la fattispecie di responsabilità amministrativa trae origine dal comportamento illecito del Funzionario tecnico presso l’Assessorato ai Beni culturali della Regione il quale, in qualità di Funzionario tecnico in servizio a tempo indeterminato presso la Regione, da un lato, ha falsamente dichiarato alla medesima di “non trovarsi in nessuna delle condizioni previste dagli artt. 60 e 65 del Dpr. n. 3/57 e dall’art. 53 del Dlgs. n. 165/01, relativi alle incompatibilità ed al cumulo di impieghi”, da un altro lato, ha continuato a prestare attività lavorativa (all’insaputa della Regione) presso l’Università, come “collaboratore ed esperto linguistico”. Tale soggetto non ha mai chiesto alla Regione alcuna autorizzazione per poter proseguire l’espletamento dell’attività alle dipendenze dell’Università; ha quindi prestato attività lavorativa, sia presso la Regione che presso l’Università, per oltre 7 anni, rendendosi inadempiente al “dovere di esclusività”, su di lui incombente nell’ambito del rapporto d’impiego intercorrente con la Regione in questione. Operando in tal modo, ha impedito che l’Università versasse e neppure ha egli stesso versato direttamente alla Regione gli emolumenti retributivi a lui dovuti per le prestazioni lavorative rese alle dipendenze dell’Università, così come invece chiaramente e tassativamente sancito dall’art. 53, comma 7, del Dlgs. n. 165/01. In conclusione, la Sezione precisa che il rapporto di lavoro con il datore pubblico è caratterizzato, a differenza di quello privato, dal dovere di esclusività, in base al quale il dipendente pubblico non può svolgere attività extralavorative che non siano state debitamente autorizzate dall’Amministrazione di appartenenza.


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