Iva e matrimonio civile: connubio difficile ma su cui i Comuni possono ragionare in modo strategico

Iva e matrimonio civile: connubio difficile ma su cui i Comuni possono ragionare in modo strategico

Notoriamente, convogliare a nozze richiede tempo (per la decisione!) e denaro e fra gli invitati, potrebbe sedere, all’insaputa degli sposi, anche il Fisco, o meglio l’Iva.

Se il matrimonio è civile e celebrato al di fuori dell’orario di Ufficio, l’Iva non è invitata! Infatti, i servizi resi dal Comune per celebrare matrimoni quando gli Uffici sono chiusi o in una sede diversa da quella comunale non costituiscono – almeno in via generale, salvo quanto si dirà di seguito – attività commerciale, dal momento che, in questi casi, l’Ente deve sostenere una serie di costi (quali il personale, la pulizia dei locali, il consumo dell’energia elettrica, ecc.) il cui rimborso di norma è richiesto agli sposi.

La problematica è stata affrontata, in particolare, dalla Risoluzione dell’Agenzia dell’Entrate 23 agosto 2007, n. 236/E, la quale ha chiarito che le prestazioni di cui sopra, in quanto essendo in stretta relazione con le funzioni istituzionali dell’Ente, non possono essere considerate attività commerciali e come tali assoggettate a tassazione: di conseguenza, i relativi costi, calcolati in modo forfettario, che gli sposi devono sostenere come rimborso spese, non sono assoggettati all’Iva.

Secondo la Risoluzione il Comune, relativamente all’attività di cui trattasi, “non necessariamente pone in essere prestazioni distinte ed ulteriori rispetto alle funzioni pubblicistiche relative alla celebrazione dei matrimoni civili, ricomprese nel servizio di stato civile”.

Va ricordato che rientra nelle funzioni comunali la gestione dei Servizi “Demografici”, fra i quali lo Stato civile, servizi di competenza statale ma attribuiti ex lege ai Comuni dei quali è responsabile il Sindaco, non quale capo dell’Amministrazione, ma come Ufficiale di Governo secondo quanto dispone l’art. 50 del Tuel. Nell’espletamento delle funzioni di Stato civile, il Comune esercita essenzialmente funzioni di natura pubblicistica, che si estrinsecano nell’assolvimento di specifici adempimenti quali, ad esempio, la lettura degli articoli del Codice Civile concernenti i diritti e i doveri dei coniugi, il ricevimento delle dichiarazioni di volontà dei coniugi stessi, la compilazione dell’atto di matrimonio e il suo inserimento nel Registro di Stato civile.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, anche se il Comune deve attivare una particolare organizzazione per erogare il servizio di cui trattasi, manca il presupposto soggettivo per l’applicazione dell’Iva in quanto l’attività in esame non si svolge per mezzo di una organizzazione d’impresa e, non avendo natura commerciale, non è di conseguenza soggetta all’applicazione dell’Iva. Infatti, secondo il Fisco, “le prestazioni rese in connessione con la funzione istituzionale, mediante utilizzo di immobili di pregio di proprietà del Comune e in orario diverso da quell’Ufficio, non sembrano assumere autonoma rilevanza rispetto alla prestazione principale così da realizzare i presupposti dell’assoggettamento al Tributo”. In buona sostanza, si tratta di attività istituzionali “oggettivamente non commerciali”.

Nel caso di specie, non è neanche necessario richiamare il presupposto oggettivo dell’attività, cioè l’analisi della natura delle somme pagate dagli sposi, poiché ai fini dell’Iva, per stabilire che una determinata operazione debba essere esclusa o meno dall’applicazione dell’Imposta, è sufficiente la mancanza di uno solo dei presupposti. Alla luce di quanto sopra, il Comune non deve certificare e ad assolvere gli adempimenti fiscali previsti dalla normativa vigente in materia di Iva.

La problematica di cui sopra va inquadrata anche alla luce della normativa comunitaria in materia di Imposta sul valore aggiunto.

L’art. 13, par. 1, della Direttiva Ce del Consiglio 28 novembre 2006, n. 112, relativamente alle attività svolte da Enti di diritto pubblico, prevede che questi Enti, fra cui sono compresi anche i Comuni, non sono soggetti passivi ai fini Iva per le attività e le operazioni poste in essere dagli stessi quali Autorità pubblica, ad eccezione dell’ipotesi in cui il loro mancato assoggettamento all’Imposta provocherebbe distorsioni di concorrenza. Lo stesso art. 13 prevede inoltre che gli Enti pubblici sono considerati in ogni caso soggetti passivi se svolgono le attività indicate nell’Allegato I alla medesima Direttiva, qualora dette distorsioni di concorrenza non siano trascurabili.

In merito alla condizione che l’Ente pubblico agisca in veste di pubblica autorità, è necessario anche fare riferimento anche alle Pronunce della Cgue (cfr. Sentenza 14 dicembre 2000, Causa C-446/98), secondo la quale non assumono rilievo, al riguardo, l’oggetto o il fine dell’attività svolta dal medesimo Ente pubblico, né l’appartenenza dei beni dallo stesso eventualmente utilizzati al demanio o al patrimonio dell’Ente. Secondo la Corte, il non assoggettamento all’Iva degli Enti pubblici dipende dalle “modalità di esercizio delle attività” rese dagli stessi Enti e, in particolare, dalla circostanza, considerata con riferimento al regime giuridico applicato in base al diritto nazionale, che detti Enti agiscano in quanto soggetti di diritto pubblico o in quanto soggetti di diritto privato.

Quindi, bisogna verificare se fra l’Ente pubblico e il soggetto con il quale l’Ente opera ci sia un rapporto caratterizzato “dall’esercizio di poteri di natura unilaterale e autoritativa o se si svolga su base sostanzialmente pattizia attraverso una disciplina che individui, in via bilaterale, le reciproche posizioni soggettive” (cfr. Risoluzione Agenzia delle Entrate n. 122/E del 2009). Di conseguenza, la celebrazione del matrimonio non assume autonoma rilevanza, in quanto rientra nelle funzioni istituzionali del Comune e non provoca distorsioni alla concorrenza poiché trattasi di un’attività che non è effettuabile da altri soggetti: ergo, i costi per la prestazione relativa alla celebrazione del matrimonio sono al di fuori da campo di applicazione dell’Iva ai sensi dell’art. 4, comma 5, del Dpr. n. 633/1972 (esercizio di poteri autoritativi).

In prima battuta, possiamo dunque concludere che il Fisco ha provato ad intrufolarsi fra gli invitati alle nozze … ma gli è andata male!

Per la verità, in merito a tale questione, pur condividendo in linea generale l’impostazione adottata dai tecnici delle Entrate, specie nel caso in cui le somme richieste agli sposi si configurino come rimborso delle spese “vive” sostenute dal Comune (es. utenze, pulizie, ecc.), occorre puntualizzare un aspetto.

Come avemmo modo di evidenziare anche già a suo tempo, in sede di commento della citata Risoluzione n. 236/E del 2007, nel caso di matrimoni civili celebrati in locali diversi dalla sede comunale, adibiti abitualmente ad attività commerciale (es. un immobile storico – villa storica, castello, ecc. – all’interno del quale è magari presente anche uno spazio museale con ingresso a pagamento che costituisce attività commerciale gestita direttamente dal Comune), l’Ente potrebbe richiedere agli sposi (come accade concretamente in alcuni casi) la corresponsione di un canone per l’uso temporaneo dei locali (in base ad esempio ad apposite tariffe deliberate dalla Giunta comunale), il quale, qualora l’attività non sia del tutto occasionale ma consista in un servizio offerto abitualmente agli utenti terzi (non solo privati ad uso matrimoni, ma aziende per convegni e convention, artisti per esposizione di opere, ecc.), deve essere, ad avviso degli scriventi, assoggettato ad Iva ad aliquota 22%, alla stregua di un qualsiasi canone di locazione commerciale, ai sensi dell’art. 3, comma 2, n. 1), del Dpr. n. 633/72.

La somma corrisposta dagli sposi infatti non avrebbe come finalità principale quella di coprire le funzioni istituzionali svolte dal Comune, bensì quella di beneficiare di una location di pregio rispetto alla sede istituzionale offerta in via ordinaria dall’Ente.

Il Comune si porrebbe in tal caso in concorrenza con un potenziale mercato privato, dovendo quindi assoggettare ad Iva il corrispettivo percepito, sulla base dei chiarimenti comunitari sopra richiamati. Tale impostazione dovrebbe comunque sia figurare in termini formali (come tariffa d’uso locali deliberata dal Comune), sia essere percepita dalle parti in termini sostanziali, nel senso che la volontà degli sposi e del Comune (le c.d. “effettive volontà delle parti” insomma) sarebbero quelli di corrispondere una somma al fine di fruire di una location di pregio. Tale ultima impostazione consentirebbe altresì al Comune di portarsi in detrazione, ai sensi dell’art. 19 del Dpr. n. 633/1972, tutte le spese correnti e di investimento afferenti detta location, se come detto abitualmente utilizzata da terzi (per matrimoni, convegni, convention, esposizioni di artisti, ecc.) dietro corresponsione di apposite tariffe a favore del Comune, tutte soggette ad Iva, nell’ambito della gestione immobiliare complessiva dell’Ente.

di Stefano Paoli e Francesco Vegni


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