Iva: “reverse charge” su prestazioni di servizio rese da un soggetto residente in UE anche se identificato in Italia

Iva: “reverse charge” su prestazioni di servizio rese da un soggetto residente in UE anche se identificato in Italia

L’Agenzia delle Entrate, con la Risposta n. 549 del 19 agosto 2021, si è interessata del corretto trattamento Iva delle prestazioni di servizio relative al ripristino e alla manutenzione di una Rete ferroviaria rese da una Società residente in Slovacchia (UE) ma identificata direttamente in Italia.

L’Agenzia ha ricordato quanto già chiarito con la Risposta n. 11/2020.

La territorialità Iva dell’attività dichiarata dalla Società dipende dal luogo in cui è situato l’immobile (i.e. la Rete ferroviaria): se dunque la prestazione in commento è resa – come sembra evincersi dall’Istanza di interpello e dalla documentazione allegata – su un immobile situato nel territorio italiano, per la deroga prevista dall’art. 7-quater), comma 1, lett. a), del Dpr. n. 633/1972, l’operazione si considera ivi effettuata. Quanto alle modalità di assolvimento degli obblighi Iva, occorre rifarsi all’art. 17, comma 2, del medesimo Dpr. n. 633/1972, che disciplina il debitore dell’Iva e le modalità di fatturazione delle “(…) cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato da soggetti non residenti nei confronti di soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato (…)”. Con riferimento a queste operazioni, “gli obblighi relativi (…) sono adempiuti dai cessionari o committenti. Tuttavia, nel caso di cessioni di beni o di prestazioni di servizi effettuate da un soggetto passivo stabilito in un altro Stato membro dell’Unione europea, il cessionario o committente adempie gli obblighi di fatturazione di registrazione secondo le disposizioni degli artt. 46 e 47 del Dl. n. 331/1993, convertito con modificazioni dalla Legge n. 427/1993”.

Ne consegue che l’Iva relativa alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi territorialmente rilevanti in Italia, effettuate da un cedente o prestatore estero nei confronti di un committente o cessionario italiano, è assolta da quest’ultimo tramite il meccanismo del “reverse charge”. Ciò anche se il cedente o prestatore estero è identificato, ai fini Iva, in Italia, mediante l’identificazione diretta o la nomina di un rappresentante fiscale, che non fanno venire meno la qualifica di “non residente” del fornitore (vedasi Circolari 18 marzo 2010, n. 14 e 21 giugno 2010, n. 36, Quesito n. 31, e Risoluzione n. 21/E del 20 febbraio 2015). Sul punto, la Circolare n. 14/E del 2010 ha precisato che il Legislatore nazionale ha reso obbligatorio il meccanismo del “reverse charge” “in tutte le ipotesi in cui il cedente o prestatore sia un soggetto non residente (e cioè nelle ipotesi di cessioni di beni rilevanti in Italia effettuate da un soggetto passivo non residente nei confronti di un soggetto passivo stabilito, nonché nelle ipotesi di prestazioni di servizi rese da un soggetto passivo non residente, nei confronti di un soggetto passivo stabilito, che risultano territorialmente rilevanti in Italia in base ad uno dei criteri che derogano rispetto al principio generale che dà rilievo al paese di stabilimento del committente) [n.d.r. come avviene nella fattispecie de quo, in virtù del criterio derogatorio di cui all’art. 7-quater, comma 1, lett. a), del Decreto Iva]”.

Nel caso di specie, il fornitore estero è un soggetto Iva stabilito nell’UE: è dunque il committente italiano che deve adempiere agli obblighi di fatturazione e di registrazione secondo le disposizioni degli artt. 46 e 47 del Dl. n. 331/1993, ossia integrando la fattura ricevuta con l’Iva italiana (ex art. 17, comma 2, secondo periodo, Dpr. n. 633/1972).

La Società dovrà quindi emettere una fattura con Partita Iva slovacca senza l’addebito dell’Iva. Sarà poi il committente italiano a integrare questa fattura con l’Iva italiana e ad annotarla nei propri Registri acquisti e vendite (vedasi Risoluzione n. 21/E del 20 febbraio 2015).


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