Pubblico impiego: niente licenziamento per i lavoratori eccedenti devono essere collocati in disponibilità

Pubblico impiego: niente licenziamento per i lavoratori eccedenti devono essere collocati in disponibilità

 

Nella Sentenza n. 3738 del 13 febbraio 2017 della Corte di Cassazione, il tema centrale della controversia riguarda l’interpretazione della disciplina di cui all’art. 33 (eccedenze di personale e mobilità collettiva) del Dlgs. n. 165/01, nel testo vigente ratione temporis, anteriormente alle modifiche apportate dal Dlgs. n. 150/09. La Suprema Corte chiarisce che, in tema di Pubblico Impiego contrattualizzato, l’organizzazione, la consistenza e la variazione delle dotazioni organiche sono determinate in funzione dell’efficienza dell’Amministrazione, della razionalizzazione del costo del lavoro pubblico e della migliore utilizzazione delle risorse umane, in conformità ai principi espressi dagli artt. 1, comma 1, e 6 del Dlgs. n. 165/01, restando rimessa alla discrezionalità della Pubblica Amministrazione la determinazione e revisione della pianta organica. La disciplina di cui all’art. 33 in esame, conferma che ogni Amministrazione valuta discrezionalmente in modo unilaterale l’entità e la tipologia degli esuberi. Il presupposto causale della mobilità collettiva, rappresentato da situazioni di eccedenza, non ulteriormente qualificate, rimanda a quelle valutate dalla P.A.e come attinenti alla sfera degli interessi pubblici.

I Giudici di legittimità rilevano che, nel lavoro pubblico, all’esito della procedura regolata dall’art. 33 e successivi, non si può far luogo al licenziamento dei lavoratori eccedenti, poiché costoro hanno diritto alla conservazione del rapporto, seppure sospeso, per un periodo massimo di due anni, durante il quale il lavoratore è collocato in disponibilità. La Corte di Cassazione, nelle Sentenze n. 11671/06 e n. 12241/06, ha osservato che il collocamento in disponibilità non dà luogo, in relazione al rapporto di pubblico impiego, alla risoluzione del rapporto di lavoro, come avviene invece nell’area dei rapporti di lavoro privato, configurandosi nel suddetto Settore una mera sospensione nel tempo del rapporto (con sostanziali tratti di analogia sul punto con il diverso istituto, proprio del settore privato, della cassa integrazione guadagni), destinata a protrarsi per il periodo massimo di 24 mesi, previsto per un possibile diverso impiego presso la stessa Amministrazione ovvero per una diversa ricollocazione presso altre Amministrazioni o sino al momento in cui il dipendente non abbia preso servizio presso la diversa Amministrazione che, secondo gli accordi intervenuti, ne avrebbe consentito la ricollocazione. Dalla data di collocamento in disponibilità “si sospendono” tutte le obbligazioni concernenti il rapporto di lavoro per avere il lavoratore diritto soltanto a un’indennità pari all’80% dello stipendio e all’indennità integrativa speciale per un massimo di 2 anni, ed escludendosi anche la corresponsione di qualunque altro elemento retributivo (e quindi di qualsiasi trattamento indennitario accessorio), comunque denominato. Con riferimento all’art. 33 del Dlgs. n. 165/01, i Giudici di legittimità ritengono che la procedura prevista trovi applicazione solo “quando l’eccedenza riguardi almeno 10 dipendenti”. Il limite numerico si intende raggiunto anche in caso di dichiarazioni di eccedenza distinte nell’arco di un anno (a ritroso dall’ultima), con il fine di evitare eventuali elusioni dei vincoli legali perseguite attraverso il frazionamento nel tempo delle eccedenze. Tuttavia, seppure di regola l’eccedenza di personale viene ad emersione nell’ambito dell’attività programmatoria triennale di cui all’art. 6 del Dlgs. n. 165/01, non può escludersi che eccedenze possano verificarsi successivamente e in seguito a eventi sopravvenuti e imprevisti. In sostanza, in base a quanto sopra espresso, la Suprema Corte chiarisce che nel Pubblico Impiego non possono essere licenziati i lavoratori eccedenti ma essi devono essere collocati in disponibilità.


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